NPE UNA VALLE

Jacovitti: genio e compreso

Jacovitti: genio e compreso
Riproponiamo l'articolo in memoriam che Gianni Brunoro dedicò al grande Benito Jacovitti a pochi mesi dalla sua scomparsa, avvenuta poco più di venti anni fa il 3 dicembre 1997: la sua vita e la carriera, dai suoi esordi ai suoi fumetti per ragazzi, fino alle opere per adulti.

Nel numero 25 (marzo 1998) della rivista Fumetto edita dall’, ricorda il grande Jac, scomparso solo qualche mese prima. Brunoro ripercorre la vita e la carriera dell’autore, dai suoi esordi appena quindicenne presso Il Vittorioso, ai suoi fumetti per ragazzi, fino alle opere per adulti. Tra versatilità e innovazioni grafiche e narrative, riscopriamo in questo elogio appassionato un artista che ha segnato la storia del fumetto in Italia.

Screen-Shot-2018-01-19-at-3.12.18-PM_ANAFI e vecchio Fumetto
Autoritratto ironico

 La notizia che ha colpito gli appassionati di fumetti – ma non soltanto loro – il 3 dicembre 1997 è di quelle che di solito lasciano esterrefatti e increduli grazie alla loro carica inaspettata di irrealtà. Infatti, per i suoi fans, Benito – che per tutti loro era, insostituibilmente, Jac – era ormai assurto al rango di immortale, e per di più sotto vari aspetti: per cui aveva quasi il sapore di una beffa, di un anacronistico pesce d’aprile il sentirsi raccontare dalla radio o dalla televisione che, a Roma, egli se n’era andato ormai per sempre, come se si trattasse di un comune mortale.

Una notizia, insomma, che se pur del tutto naturale sul piano della razionalità, cionondimeno faceva a pugni con sentimenti e sensazioni. E poco dopo scivolava addirittura in una dimensione surreale, nel completarsi con un altro elemento ancora più sbalorditivo: nel giro di qualche ora veniva a mancare, schiantata dal dolore, anche la sua consorte amatissima, Floriana, con lui felicemente sposata fin dal 1949. E con questo, tutta la vicenda, pur nei suoi toni amari, assumeva i contorni di una tenera favola, di quelle ormai introvabili nel mondo attuale così incattivito e così povero di sentimenti e sentimentalismi.

Sicché, anche in quest’ultimo addio ai suoi affezionati lettori, Jacovitti sembra aver imbastito per loro uno di quei suoi racconti in cui, a farla da padrona assoluta e irrinuciabile, era la sua scatenata fantasia, sempre scoppiettante di risorse sorprendenti. Questi dunque gli aridi e problematici dati di un’inappellabile cronaca, che per noi appassionati richiedono però qualche nota di commento, un po’ per esorcizzare il dolore dell’inattesa dipartita, un po’ perché Jac era un grande amico della ANAFI, alla quale fin dagli inizi egli aveva dato in varie forme il suo appoggio, anche concedendole la ristampa di alcune sue “cose”. Eppure non è facile rendergli l’omaggio adeguato, perché fra gli umoristi italiani egli è stato –e beninteso rimane – davvero il più grande sotto vari profili.

A cominciare, in campo fumettistico, dalla mole creativa, giacché nessun autore completo ha prodotto una quantità di tavole paragonabile alla sua, e per di più nel corso di una carriera lunghissima, iniziata con prodigiosa precocità appena quindicenne. Era infatti nato a Termoli il 9 marzo 1923 e aveva iniziato a lavorare appena adolescente nel 1939, approdando al fumetto con una prima opera di una qualche consistenza – 11 tavole – nel1940, quando Il Vittorioso iniziò la pubblicazione a puntate del suo Pippo e gli inglesi. Inizia da la carriera prodigiosa di jac (che come ben sappiamo usava firmarsi così, accompagnando la firma con una Lisca di Pesce oltre che, tardivamente, con dei curiosi salami), che all’inizio e per lungo tempo si svolse nell’ambito della stampa cattolica, in quanto poi per moltissimo tempo egli rimase legato a quel settimanale. Per il quale ha poi creato personaggi diventati famosi e proverbiali presso i ragazzi dagli anni Quaranta fino ai Sessanta: dallo stralunato terzetto dei simpatici Pippo, Pertica e Palla, nei quali i lettori si riconoscevano; alla terribile Signora Carlomagno a tanti altri; compreso lo stolido poliziotto Cip, sempre in lotta contro il perfido delinquente Zagar (in calzamaglia nera, grottesco e ilare presagio del cupo Diabolik).

Ma a costoro, ricorrenti nei suoi “cineromanzi”, Jacovitti accompagnò sempre anche validissime creazioni one shot, dal poetico Mandrago il Mago allo sfigato Raimondo il Vagabondo, da Oreste il Guastafeste a Don Chisciotte, a Cin Cin a Tex Revolver, a centinaia d’altri. Eppure, nonostante questo, la grande celebrità, Jacovitti la raggiunse solo dopo il suo approdo al supplemento settimanale Il Giorno dei Ragazzi, per il quale egli creò nel 1957 , che in quanto cow-boy comicamente avido di camomilla era l’ennesimo stravolgimento di ogni convenzione. Cocco Bill è infatti un personaggio incentrato, come tutta la produzione di Jac, su una comicità surreale, grottesca, a volte cinica e ricca di humour noir; ed è tutttora “in attività”, in quanto nel 1997 Jacovitti aveva ripreso a pubblicarne nuove avventure, sia in un grosso albo uscito presso Sergio Bonelli Editore, sia per il settimanale, sempre di area cattolica, Il Giornalino.

Screen-Shot-2018-01-19-at-3.08.24-PM_ANAFI e vecchio Fumetto
La vignetta conclusiva di “Cocco Bill fa sette più”

Ma la sua produzione è assolutamente debordante, e se si guarda all’intero arco della sua carriera essa si estende addirittura a decine di testate. Fra l’altro, non si deve dimenticare che su milioni di copie del Diario Vitt si sono divertite generazioni di studenti di ogni livello scolastico, dagli anni Cinquanta fino ad oggi. Ma a ricordare tutte le “cose” importanti di Jacovitti non basterebbea dire il vero, questo intero numero della rivista. E in effetti, sotto questo profilo, non si può che rimandare all’eccellente e assai completo “testo sacro” Jacovitti, scritto su di lui da Luca Boschi, Leonardo Gori e Andrea Sani, uscito nel 1992 presso la Granata Press e fornito soprattutto della più completa e accurata fumettografia – compilata da Franco Bellacci, basatosi a sua volta anche su lavori di Antonio Cadoni – che occupa pagine e pagineInoltre, chi voglia oggi tenersi aggiornato su di lui non può evitare di seguire l’attività dello Jacovitti Club, fondato nel 1994 da Edgardo Cola Belli (C.P. 18287, 00164 Roma) , che tuttora ne accudisce le sorti. Tutto ciò ed altro ancora, dunque, per quanto concerne alcuni fondamentali dati.

Che rimangono tuttavia insufficienti a delineare la vera consistenza globale di Jac e a giustificare le ragioni per cui egli può essere realmente considerato il più grande. A cominciare dalla sua stessa persona: giacché ancora ai tempi in tempi il fumetto era totalmente disconosciuto, e la relativa produzione era nella considerazione della gente qualcosa di assolutamente anonimo, tuttavia Jacovitti era già popolare come autore, citato e perfino coccolato dai giornali con articoli che parlavano di lui, dei suoi personaggi, della sua singolare attività creativa. Si pensi che – grazie a una bibliografia iniziata anni fa dal sottoscritto insieme a Franco Bellacci ed Antonio Cadoni – risultano varie centinaia di pezzi scritti su di lui, un record mai raggiunto nemmeno dai pur molto popolari, negli ultimi decenni, Hugo Pratt o Guido Crepax. Pertanto, una posizione, la sua, assolutamente unica nel contesto degli autori  italiani di fumetti.

Daltronde, una popolarità assolutamente meritata, non solo per l’enorme quantità del suo lavoro creativo, ma anche per lo straordinario livello delle invenzioni, inteso su differenti piani. C’è innanzitutto in lui un’assoluta originalità del segno, che non deve nulla a nessun altro umorista. E al cui proposito, si sa, sono scorsi i proverbiali fiumi d’inchiostro: un segno che si è evoluto dalle forme tondeggianti iniziali – diciamo i primi anni Quaranta – a una linearità morbida dalle stilizzazioni uniche dalla seconda metà degli anni Quaranta fino a tutti i Sessanta, con una quantità di capolavori grafici prodotti negli anni a cavallo del 1950; fino a giungere in seguito – e fino ad oggi – a tavole sempre più ricche, al punto da riuscire estenuanti.

Screen-Shot-2018-01-19-at-3.09.48-PM_ANAFI e vecchio Fumetto
Cip e Zagar

Testimonianza e metafora di una fantasia debordante e di una genialità inventiva mai raggiunta da nessunoIn effetti, per quanto riguarda specificamente i fumetti, Jacovitti non si è limitato semplicemente a scriverli e a disegnarli, ma vi ha apportato frequenti innovazioni, puntualmente segnalate dalla critica più attenta: dall’originale uso di quella tipica risorsa espressiva fumettistica che sono le onomatopee – da lui reinventate “allitaliana”: il suono di un ceffone, per dire, è «s-CIAFFete!» – alla incredibile varietà delle metafore grafiche, alla sterminata serie di giochi di parole e via discorrendo. Ci sono insomma ogni genere di possibili pezze d’appoggio per poterlo definire grandissimo

Eppure, nonostante tutto, su Jacovitti è rimasto persistente per anni – e in parte rimane ancora oggi – un limitativo equivoco: che egli fosse un autore di area cattolica e che la sua produzione fosse comunque confinata ai bambini. Chiari malintesi derivanti da una scarsa conoscenza sia dei fumetti sia più specificamente di lui in quanto autore. Ché in effetti il tempo gli ha reso giustizia evidenziando a quante testate abbia collaborato oltre a quelle cattoliche, dal citato Giorno dei Ragazzi al diffusissimo Corriere dei Piccoli in primis, fino a testate come Linus, da cui si evidenzia anche come il suo umorismo fosse decisamente apprezzabile anche da parte degli adulti: anzi, su quest’ultima rivista sono divampate roventi polemiche sulla sua “colorazione” politica, presunta in quel caso di destra, mentre Jacovitti ha sempre affermato di essere un anarchico; ciò che si constata d’altronde agevolmente, se si considera che pur considerato nei predetti termini “cattolico”– in realtà è giunto fino agli estremi della pubblicazione erotico-porno non certo per bambini con il Kamasultra.

Quello che abbiamo perso il 3 dicembre 1997, dunque, era un creatore che non aveva limiti espressivi. Vorrei ad esempio, fra l’altro, ricordare una circostanza curiosa, e cioè che la sua ultima opera pubblicata è una specie di involontario testamento artistico (di cui mi trovo ad essere a mia volta l’involontario testimone). È infatti uscito a dicembre 1997 Il Salgarone (ed. Little Nemo, Torino), in cui Jacovitti illustra con più di trecento immagini sei famosissimi romanzi di Emilio Salgari, dando ai personaggi del noto scrittore d’avventura una singolare interpretazione. E in esso, una mia prefazione ripercorre tutte le occasioni in cui per decenni, con reiterata insistenza, Jacovitti aveva avuto il gusto personale di inventare storie con pirati e corsari, coinvolgendovi i suoi personaggi più noti. È la testimonianza di un suo grande piacere di raccontare: perché oltre a tutto il resto egli ha avuto doti di eccellente scrittore, capace di inventare robustissime trame. Non dobbiamo dunque aver remore a definirlo un genio sia del fumetto, sia dell’umorismo.

Clicca per commentare

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Torna su