Italo, educazione di un reazionario contemporaneo

Italo, educazione di un reazionario contemporaneo
Dopo "Viaggio a Tokyo" e "Figlio Unico" Filosa torna con un'opera quasi viscerale e spietatamente onesta, che dimostra la sua continua evoluzione stilistica.

Filosa Italo copertinaLa dipendenza ha molte facce e tante scuse, spesso apparentemente sensate (“Non riesco a dormire”, “Lo faccio per dimenticare”, “Ero molto nervoso”), ancor più spesso puerili se viste da fuori, ma che riescono ad attecchire in chi cerca in tutti i modi di giustificarsi con sé stesso (“Yogurt”, “Buchi neri”, “New wave del fumetto”). Sono questi i molteplici e multiformi pensieri che affollano le comparse di una serie di pagine di Italo di , forse le più straordinarie e coinvolgenti di tutto il volume: una serie vignette sempre più piccole e fitte suddividono stralci di strade di Milano. La ripresa a tutta tavola si frammenta, si suddivide prima 8, poi 16, poi 32, poi 64. Si riempie di personaggi, di baloon, di bizzarrie, mentre il protagonista le attraversa indifferente.

In questa potente rappresentazione quasi allegorica c’è un doppio effetto dal punto di vista visivo: da una parte l’occhio coglie l’immagine nel suo complesso, dall’altra è costretto a seguire le singole vignette. È un disegno unico, ci dice un primo istintivo sguardo alla totalità delle due pagine; ma al contempo sono vignette separate, con personaggi che ritornano e si muovono da una all’altra mentre lo sfondo resta fisso. Questo già basterebbe a restituire una sensazione straniante, accentuata ancor di più sia dai pensieri citati sopra via via più assurdi e puerili, sia dal subentrare tra queste strade di Milano di situazioni sempre più bizzarre e grottesche, con meteoriti che si schiantano a terra e invasioni aliene che non mutano il lento e quasi rassegnato errare del protagonista.

Pagine da Filosa, Italo_pdfbassa_Pagina_3Questa scelta non ha un effetto puramente estetico quanto piuttosto un impatto cruciale sul ritmo di lettura: vignette grandi richiedono letture più lente e nascondono maggiormente l’immagine globale del loro insieme, ma diminuendo di grandezza e aumentando il numero delle stesse si ha un passaggio più veloce da una all’altra e anche una maggiore visibilità del disegno complessivo, portando così a soffermarsi alla fine più sulla splash-page apocalittica che sui singoli riquadri che si affastellano l’uno dietro l’altro. Una passeggiata claustrofobica che si apre su un precipizio distruttivo e terrificante, una camminata che partendo dai passi dell’individuo si allarga ai percorsi di tanti altri come lui, diventando infine il percorso doloroso, tormentato e rassegnato di un’intera società.

Basterebbero queste pagine per giudicare Italo, per certi versi. In pochi passaggi Filosa ci dice già tutto del suo fumetto, dal contesto dell’opera (la dipendenza e le sue declinazioni) al suo tono in perenne equilibrio tra il drammatico e il comico, tra il serio e l’assurdo; in queste tavole incontriamo e già comprendiamo il protagonista, vediamo incontrarsi culture e narrazioni da oriente e occidente, attraverso la ricerca sul tratto e sulla scansione delle vignette.

Ma se questo è il manifesto programmatico ed esplicativo, il volume esplora ognuno di questi temi con precisione chirurgica, con rara maestria nel bilanciare il distacco narrativo pur parlando di vicende tanto personali. Perché in Italo – educazione di un reazionario, Vincenzo Filosa continua quella strada del racconto autobiografico iniziata con Viaggio a Tokyo e sviscerata con Figlio Unico, segnando una tappa fondamentale nel suo percorso stilistico-narrativo.

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Un percorso spietatamente onesto, potremmo aggiungere, soprattutto nei confronti del protagonista, quell’Italo Filone che fin dal nome e dall’aspetto non può che ricordare l’autore stesso. Un personaggio che si mette completamente a nudo: marito e padre mai all’altezza, lavoratore volitivo ma frustrato, uomo prono all’errore e a cadere in vortici di tentazione e inedia, perennemente risucchiato nella dipendenza. Filosa racconta (e si racconta) con un tono drammaticamente e amaramente ironico, forse l’unico modo per potersi aprire senza vergogna e senza pudore, non stemperando il dramma ma soprattutto mai cercando la pietà del lettore, anzi sfidandolo con un personaggio verso il quale è spesso difficile provare empatia.

Ed è forse questa la vera chiave del racconto, quella tipica delle migliori autobiografie: attraverso il racconto di sé stesso, l’autore sbatte in faccia a noi (come individui e come membri di una società) le nostre stesse inadeguatezze, quelle che nascono spesso da aspettative, nostre o altrui, troppo elevate, e le scuse che ci raccontiamo continuamente quando i nostri sforzi si dimostrano vani, o semplicemente quando non ci sforziamo nemmeno nel trovare una soluzione.
E in questo racconto sferzante nulla viene risparmiato: non i rapporti famigliari, in cui si annida la radice della dipendenza e delle false aspettazioni, tutte puramente materiali, non le piccole meschinità della nuova povertà, quella che vuole guidare una Mercedes guadagnando sull’accoglienza, o le criticità di un sistema lavorativo, in particolare quello editoriale, fatto di sfruttamento e mancato riconoscimento, sia economico che professionale  che rendono il lavoro del fumettista soggetto a stress, delusioni e insicurezze personali. Una frustrazione che esplode ai consueti pregiudizi verso questa professione, all’essere accomunato con autori molto lontani dalla propria sensibilità, una frustrazione che scivola verso la rassegnazione al commento di una dottoressa che consiglia di “cambiare lavoro”.

Pagine da Filosa, Italo_pdfbassa_Pagina_2Tutti questi temi diversi vengono sviluppati con consapevolezza da Filosa, che in quest’opera segna un’importante consolidamento della sua poetica e al tempo stesso una sensibile evoluzione. La gestione dell’andamento narrativo è impeccabile, segno di grande padronanza del medium: l’autore riesce con il ritmo e il montaggio a creare un’atmosfera evocativa ed esperienziale nonostante il tratto sia in molti passaggi estremamente dettagliato e tendente al realistico1. L’uso di elisioni, cesure e accelerazioni sovverte il concetto di linearità narrativa e di progressione spaziale e temporale: le pagine da 114 a 122, ad esempio, mostrano un susseguirsi di scene in cui si alternano momenti diversi, lontani tra loro nello spazio, compressi nel tempo, che messi insieme creano una sensazione di grande oppressione e spaesamento. Oppressione che torna nella sequenza di pagine 162-165, in cui la terapia di recupero diventa essa stessa una gabbia che scandisce i giorni e concede solo illusori momenti di pace, quel torpore protettivo descritto nelle pagine 167-170 da cui Filone cerca di liberarsi definitivamente nelle pagine orribilmente psichedeliche di pagina 186-187.

Ciononostante potrebbe disorientare il diverso peso dato a certi elementi rispetto ad altri, basti pensare alla lunga digressione in Calabria dai parenti di Italo rispetto alla rapidità con cui viene affrontato il percorso di disintossicazione, o i cambi di ritmo tra una scena e l’altra o la chiusura al contempo dolce e brusca che sembra lasciare tante questioni in sospeso, senza una risposta. L’impressione è di un’opera molto sentita, molto personale, nella quale certe scelte sono forse più ardue da comprendere per il lettore perché legate al sentire, al vissuto e all’importanza che hanno avuto per l’autore che non può, non vuole e probabilmente non deve rinunciare al suo modo di vivere e ricordare la sua storia. Questo approccio instaura un ulteriore livello di lettura, volendo, ovvero il cercare di capire il perché di queste scelte e cosa rappresentino per l’autore.

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Parlando di consolidamento ed evoluzione, non si può non parlare del segno: seppure l’influenza del Gekiga e del manga dell’Io resti forte, Filosa integra in questo lavoro elementi sia del fumetto statunitense (le influenze più alternative, come quella del bianco e nero inquietante di Charles Burns e quella della brutale onestà grafico-narrativa di Chester Brown) sia soprattutto del fumetto italiano degli anni ’70 (in particolare Tamburini e Pazienza, al di cui Penthotal molti hanno paragonato proprio Italo) così come quello contemporaneo (non è un caso la presenza nella storia del collega Paolo Bacilieri, amico con cui condivide una studio, ma anche fonte continua di ispirazione). Questi input si uniscono insieme nell’eleganza nipponica con cui Filosa rappresenta Giusy a pagina 45, nella grettezza della faccia approfittatrice di Italo a pagina 121 o nella dolcezza del volto del figlio a pagina 112. La padronanza di uno stile multiforme permette all’autore da una parte di rappresentare con realismo fotografico la bellezza della natura calabrese e la devastazione degli abusi edilizi, dall’altra le espressioni grottesche del protagonista durante le feste con i parenti o la sua sofferenza orripilante dopo l’incidente in auto o una crisi di astinenza. Una stratificazione stilistica che si aggiunge a quella tematica.

Da qualunque prospettiva lo si analizzi, Italo è un’opera che sfida costantemente il lettore a confrontarsi con sé stesso, che lo trascina in un mondo di bianchi e neri nettissimi, di lotta costante tra luci e ombre, contraddizioni e ipocrisie. E che non offre un finale consolatorio o definito perché nella vita vera non esiste un finale e non esiste una morale, ma solo esperienze e scelte.

Abbiamo parlato di:
Italo
Vincenzo Filosa
, 2019
192 pagine, cartonato, bianco e nero – 20,00 €
ISBN: 9788817139700a

 


  1. per una attenta analisi delle diverse scelte di storytelling, si veda l’analisi di Lorenzo Barberis sul suo blog 

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