Iron Kobra di Akab e Officina Infernale: sfida al linguaggio

Iron Kobra di Akab e Officina Infernale: sfida al linguaggio
Eris Edizioni distribuisce "Iron Kobra", volume targato Progetto Stigma realizzato da Akab e Officina Infernale. Gli autori esplorano il linguaggio del fumetto nella fuga di un uomo da un mondo costruito come un videogioco.

IK-Cover-DEF-copia-cover-e1556887208703_Recensioni Il fumetto è un medium, un veicolo espressivo dal duplice significante: attraverso parole e disegni, che si vorrebbero in un rapporto di sinergia, trasmette un messaggio. Lo sanno bene Akab e , autori rispettivamente di testi e immagini di Iron Kobra, la nuova opera pubblicata da e distribuita da .

In una realtà ispirata ai meccanismi dei videogiochi, strutturata su molteplici livelli di conoscenza e di difficoltà, Henry Novak lotta per riappropriarsi della propria identità e per fuggire da un sistema asfittico che l’ha privato dell’Io, in cambio di una tuta da supereroe. Questo polacco, giunto negli Stati Uniti in tenera età, è stato scelto dall’intellighenzia, perché ritenuto perfetto per testare la tecnologia in virtù della sua costante ricerca della verità.

Quale sia, questa verità, non ci è dato saperlo e sembra che non interessi nemmeno ai demiurghi del fumetto, più attenti ad altro. Il termine “demiurgo” non è scelto a caso, dal momento che egli per Platone è colui il quale plasma il mondo e infonde l’anima alla materia.

La materia, come spiega Alessandro Baggi nella postfazione del volume, è il fumetto tecno-superomistico, con la sua retorica del supereroe e dell’antieroe che ha spopolato e spopola negli USA, prima nei comics e ora nei cinecomics. L’abilità di Akab e di Officina Infernale risiede nella riscrittura degli archetipi senza adagiarsi sul revisionismo, ormai inflazionato tanto quanto la dimensione più pura, più Silver Age, del genere supereroistico. Per i due rivoluzionari è importante immergere il tessuto preconfezionato in una liquida miscela punk, ossia – dice sempre Baggi – contestando il linguaggio con cui ci si esprime.

Proprio sul linguaggio scelto dagli autori cerca di concentrarsi questo tentativo di analisi. È bene partire dall’aspetto visivo del racconto, dato che tutto è nato dalla mente vulcanica dell’artista padovano. Anzitutto una precisazione: il disegno è assente. Dagli esagoni che fanno da sfondo all’azione e compongono la tuta, martellando l’occhio del lettore, fino alle icone bizantine che tappezzano il paesaggio del dodicesimo livello del “gioco”, passando per le sagome inscritte in un’alternanza di quadrati e circonferenze dai fondali bianchi, tutte le immagini sono state realizzate con l’uso di fotomontaggi, collage e grafica digitale che richiamano la pop art, la psichedelia di alcune produzioni Marvel degli Anni Settanta, l’estetica dei manifesti e degli spot pubblicitari e financo le lastre delle radiografie.

L’ibrido in continua tensione tra umanità e meccanica, che risponde malvolentieri al nome di Iron Kobra, si muove, talvolta libero da qualsiasi griglia, talaltra ingabbiato in un reticolo di numerose vignette, in un mondo di costanti sovrapposizioni cognitive e figurative. Le forme si accavallano, come tante tessere di un puzzle sparpagliate sulla superficie ruvida ed eterogenea di un tavolo. Geometria e caos irrazionale si mescolano dando corpo perfino al rumore bianco, proponendo al pubblico occhi volanti e armati, immagini subliminali, retini e caleidoscopi luminosi.
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Dopo che Officina Infernale aveva finito di modellare il suo universo fatto sia di colori sparati che di tinte sempre più spente fino ad arrivare ad alcune sequenze in bianco e nero, Akab ha scritto i testi. In questo modo ha trovato compimento un racconto capace di condensare innumerevoli elementi: la filosofia di Feuerbach, secondo la quale l’uomo avrebbe creato dio; la critica all’autoreferenzialità di un certo fumetto supereroistico, messa in scena tramite l’epopea di un supereroe che corre nel circuito chiuso dei livelli di un test, invece di essere chiamato a salvare l’umanità; la necessità di procurare nuove sfide a un corpo ormai assuefatto all’onnipotenza offerta dalla tecnologia; la sordità e l’indifferenza di un sistema che non può tollerare i sentimenti e che mastica i subalterni, reputando unico interlocutore degno di attenzione il profitto; la ciclicità di un processo che genera a getto continuo eroi destinati a diventare scarti della struttura; la riflessione sui modi di dire e la loro insensatezza.

A veicolare i vari significati della narrazione è un lavoro certosino sui significanti. L’ideatore di Progetto Stigma opta per un discorso prevalentemente frammentato ed espressionistico, basato sul ricorso frequente ai segni d’interpunzione e a parole che attingono a un campo semantico denso e potente. Le frasi, spesso brevi e indipendenti oppure nominali, in quantità minore coordinate per asindeto, raramente sviluppate con una subordinazione che vada oltre il primo grado, sono spezzettate e distribuite in un numero considerevole di balloon disposti a cerchio nelle tavole: bianchi quando a ragionare è Novak, neri quando la tuta prende il sopravvento.
La lettura attenta delle nuvolette disposte in senso circolare, contenenti sintagmi o singoli termini che si combinano con il punto fermo, porta il pubblico alla ricostruzione di un senso compiuto a partire da una forma infranta.

Tra un’unità di testo e l’altra si instaura un legame retorico di cui l’anafora è concreta manifestazione: ma la ripetizione ossessiva non è solo effetto stilistico, ma anche tentativo di ricomporre l’identità. Il protagonista, infatti, pronuncia spesso il proprio nome nella speranza di ritrovare se stesso. Deluso, si lascia andare alle imprecazioni e al turpiloquio, arriva a esprimersi con battute di due periodi, come se dilungarsi potesse aiutarlo.
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A rompere lo schema fatto di enumerazioni e di botta e risposta secchi sono la prolissità di Toth l’Atlantideo, personaggio dallo status regale al quale ben si attaglia una conversazione pomposa, e il modo sgrammaticato in cui comunicano i presunti eroi che Iron Kobra affronta. Ancora diverse sono le frasi che analizzano le prestazioni della tuta con lessico freddo e accademico, simile al registro enciclopedico che dà voce alla rinascita di Novak. Mentre sotto gli occhi del lettore l’uomo rivive l’esperienza del parto, ai balloon si sostituiscono didascalie scritte in corsivo, vere e proprie citazioni di un manuale di medicina.

Contemporaneamente alla rigenerazione, il linguaggio settoriale cede il passo a una sorta di flusso di coscienza, allegoria del salto nel vuoto appena compiuto, in cui le tante ripetizioni vengono compensate dall’assenza della punteggiatura, secondo una tecnica che ha precedenti in Joyce, nelle parole in libertà del Futurismo, nel Sanguineti di Laborintus e nel Talbot di Luther Arkwright.

Il fumetto è un medium, un veicolo espressivo dal duplice significante: attraverso parole e disegni, che si vorrebbero in un rapporto di sinergia, trasmette un messaggio. Akab e Officina Infernale lo sanno bene e l’hanno dimostrato in Iron Kobra.

Abbiamo parlato di:
Iron Kobra
Akab, Officina Infernale
Eris Edizioni / Progetto Stigma, 2019
178 pagine, cartonato, colori – 20,00 €
ISBN: 9788898644834

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