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Intervista a(b)braccio a Ratigher

Insieme a Ratigher per una conversazione (e un abbraccio) con un autore autoprodotto sul fumetto come industria.
Articolo aggiornato il 22/09/2017

Cosa c’è di più umano del raccontare storie? Il mondo del fumetto è un ambiente professionale, regolato da leggi di mercato, concorrenze, gerarchie e persino tasse. Ma il suo solo aspetto fondamentale sono le storie: raccontate e disegnate da autori che si divertono, si impegnano, si arrabbiano, si imbarazzano, sono, insomma, umani.

Con un abbraccio e qualche domanda si prova a ricordarlo.

Intervista a(b)braccio a RatigherRatigher, pseudonimo di Francesco D’Erminio, è uno dei fumettisti indipendenti più attivi degli ultimi anni, dall’indiscutibile capacità di creare atmosfere inquietanti e pubblicazioni originali. Ha iniziato la sua carriera a Bologna, autopubblicando fumetti con Tuono Pettinato e con il collettivo dei Superamici (ora Fratelli del Cielo), insieme a Dr. Pira, Maicol & Mirco e LRNZ: fra le opere del periodo vanno ricordati Hobby Comics ed Ergo – Rotocalco di genii fighi. Nel 2011 è uscita per GRRRzetic Trama – Il peso di una testa mozzata, la sua prima graphic novel, ora gratuitamente disponibile su Retina Comics. Nel 2014 ha ideato il metodo Prima o mai per finanziare e distribuire Le ragazzine stanno perdendo il controllo. La società le teme. La fine è azzurra; dopo il successo della campagna, il fumetto è risultato vincitore del premio Micheluzzi 2015 a Napoli Comicon.
Nel 2015 è entrato a far parte della squadra di sceneggiatori di Dylan Dog: la sua prima storia è stata
In fondo al male. Su Vice Italia pubblica inoltre la rubrica a fumetti Intanto altrove.

Cominciamo dal principio: come mai ti chiami ?
Mi chiamo Ratigher perché… in realtà ci sono due versioni. Una mi era sconosciuta, ma è la più vera; l’altra, quella ufficiale, dice che ho preso il soprannome dai Simpson. In una puntata compare uno psicologo che chiama Bart Simpson e gli chiede: “Come ti chiami ragazzo?” e lui risponde “Ratigher”. È un nome che dice solo lì, non lo ripete mai più. All’epoca mi piacevano tantissimo i Simpson e mi piaceva il suono della parola, per cui ho deciso di chiamarmi così. Ma più avanti ho scoperto che la parola mi piaceva tanto perché è simile a Rudiger, il nome del vampiretto protagonista di una serie di libri per bambini che usciva per la Salani e che mi piaceva tantissimo. Da piccolo li avevo letti tutti, e il nome deve essermi rimasto in testa.

Sempre parlando degli inizi: quando hai deciso che ti sarebbe piaciuto fare fumetti e quando hai cominciato a farli per davvero?
I fumetti sono sempre stati la cosa che mi è piaciuto di più leggere e quindi sono sempre stato convinto che li avrei fatti anche io. Però inizialmente pensavo di rimanere nell’hobby: poi, quando finalmente ho completato una storia che mi sembrava buona, mi sono detto “vabbe’ allora dai, posso sforzarmi di più e arrivare a un livello più alto”. Anche se ricordo di aver avuto delle fasi in cui volevo fare l’astronauta e il naturalista.

Intervista a(b)braccio a Ratigher

Nella tua carriera hai esplorato moltissime forme di fumetto diverso, parlando proprio della forma dell’oggetto: sei passato dalle riviste autoprodotte alle graphic novel pubblicate da un editore e poi sei arrivato addirittura agli albi Bonelli. Qual è la forma che ti piace di più?
In realtà nessuna. Nel senso che la varietà per me è una necessità, nata durante il periodo bolognese, quando lavoravo alle prime autoproduzioni insieme a Tuono. In quegli anni ho conosciuto tanta altra gente che si occupava di autoproduzioni e illustrazioni… tra queste persone Paper Resistance, un illustratore che vive a Bologna. Lui mi ha trasmesso l’amore per la stampa editoriale, per la cura dei libri. Quindi faccio tante cose diverse proprio perché mi interessa tantissimo l’oggetto: mi piace poter ritagliare il formato perfetto per il tipo di fumetto che sto facendo. Soprattutto, non voglio pormi dei limiti. Se un editore mi imponesse un formato, allora non potremmo lavorare insieme.

Intervista a(b)braccio a RatigherVisto il tuo interesse per l’oggetto fumetto, hai mai pensato di passare dall’altra parte, di diventare un editore?
Sì, anche perché comunque continuo a fare un sacco di autoproduzioni. Da poco abbiamo lanciato insieme a Gabriele Di Fazio una piccola etichetta che si chiama Flag Press, con cui produciamo fumetti in formato gigantesco, 80 x 100 cm. È il nostro sfogo per queste velleità da editori: è un oggetto facile da produrre ma che ci dà anche la possibilità di contattare autori internazionali e di lavorare su un formato standard portandolo alla massima espressione. Probabilmente non farò mai l’editore “grosso”, però avrò sempre un progetto autoprodotto. In ogni caso, quando lavoro con degli editori chiedo sempre di avere voce in capitolo sulla realizzazione pratica.

In effetti questo tipo di attenzione si percepisce molto nei tuoi libri, anche se non utilizzi tecniche particolari di stampa.
È vero, si tratta di una questione d’interesse. Ci sono tante persone interessate a un tipo di produzione artigianale, a volte anche da fare in casa. Io non mi spingo fin là: a me piace la tipografia, mi piace capire quali prodotti si possono tirare fuori da un’attività del genere. Il metodo di stampa classico conserva mille possibilità. Inoltre, un mio obiettivo è sempre di produrre qualcosa che possa arrivare a più gente possibile: le serigrafie sono bellissime, le compro io stesso, ma hanno una diffusione limitata. In ogni caso il punto di partenza è sempre la storia che sto raccontando, è lei che mi dice come deve essere stampata: quindi forse un giorno farò una storia terribile, che non vorrò far vedere a nessuno, e probabilmente la stamperò in litografia!

Intervista a(b)braccio a RatigherNonostante avessi già pubblicato con degli editori, per il tuo ultimo libro hai inventato il metodo “Prima o mai”. Come mai hai deciso di sobbarcarti tutto il peso della promozione, della stampa e della spedizione?
Sai la frase che si dice sempre, “con la cultura non si mangia”? Di solito chi la dice cerca di spiegare che sulla cultura non si può puntare troppo, perché è un settore importantissimo, ma per cui comunque non ci sono soldi. In realtà, il problema è stato creato proprio da chi produce cultura. Sono molto critico rispetto al mercato editoriale: si producono tantissimi libri che non vendono niente. Il metodo “Prima o mai” nasce dalla ricerca di un modo per dare al mio libro una certa dignità e ovviamente anche per guadagnarci. Ora il metodo viene utilizzato anche per libri di altri autori, perché appunto non si tratta di una questione personale: a me interessa che i buoni risultati si riverberino su tutti.
I fumetti devono essere pensati dagli artisti, le case editrici dovrebbero invece esprimersi vendendoli e facendoli arrivare a tutti gli interessati, non limitarsi a stamparli e metterli in catalogo. È questo che è successo negli ultimi trent’anni: venivano prodotti oggetti bellissimi che io e te non conosceremo mai. In teoria dovevano essere finanziati da altri fumetti che vendevano tantissimo e invece no, questo sistema non ha funzionato.
Il metodo “Prima o mai” quindi serve a vendere, a dare all’autore la sensazione di fare un lavoro. Ha inoltre la funzione di responsabilizzare l’autore: chi fa solo l’artista può inventare ciò che vuole, anche mille tipi di letture diverse, ma il fumetto ha dei codici da rispettare. Lo dico molto piano, ma è veramente complicato fare fumetti. Una persona sola si trova a dover gestire disegni, dialoghi, sceneggiatura: non tutti ne sono capaci. Io ad esempio sono molto felice quando escono recensioni negative e costruttive, perché penso che siano utili a tutti.

Non credi che un sistema come quello della Bonelli, in cui ci sono editor, sceneggiatori, disegnatori, letteristi e altre figure professionali possa essere una soluzione alla complicazione che comporta il linguaggio del fumetto?Intervista a(b)braccio a Ratigher
Assolutamente sì. È per questo che sono così felice di essere tra gli sceneggiatori di Dylan Dog. È una forma di lavoro che ha funzionato, che continua a funzionare e a vendere tantissimo rispetto al mercato editoriale. La formula di Bonelli è nata dalla domanda: “Come fare a rendere i fumetti un’industria?” Per me questo è il compito fondamentale di una casa editrice. Ci vogliono tecnici brutali, che sappiano dire “Ok, questo fumetto te lo dico io come si vende, capisco io come venderlo e gli do il giusto peso”. Se una casa editrice crede nei suoi fumetti, prima di tutto deve inventarsi il modo di portarle alle persone a cui piacciono.
Il metodo “prima o mai” è solo la risposta di un singolo, non è certo applicabile sempre. Però io confido molto nelle operazioni parziali. Si cerca sempre la rivoluzione, ma secondo me invece ci vogliono tante piccole nuove idee.
Poi devo dire che i seguiti delle Ragazzine usciranno con Saldapress, quindi con una casa editrice, perché non sono un’integralista dell’autoproduzione. Ma dal metodo il libro ha ricevuto la forza per vivere e proseguire sulla sua strada. Anche il fatto che abbia vinto al Comicon un fumetto autoprodotto è dovuto ai rumori attorno al metodo di produzione. Le Ragazzine hanno avuto una vita strana, che permetterà alle prossime Ragazzine di fare una vita più regolare e più divertente.

Intervista a(b)braccio a Ratigher

Mi sembra anche appropriato, considerate le ragazzine in questione. Riguardo l’online: hai distribuito gratuitamente su web le Ragazzine, ma lo stesso avevi fatto per Trama. Come mai questa decisione per un libro che invece era stato prodotto in maniera classica?
Per un po’ di tempo ho studiato il mercato degli ebook. A me l’idea non piace molto: mi rompo le scatole a guardare i fumetti su schermo, e ancora peggio i libri, quelli proprio non ce la faccio. Quindi ero un po’ scettico. Anche lì, era stata presentata come una rivoluzione: in realtà, soprattutto in Italia, i numeri degli ebook sono bassissimi. Alla fine mi sono reso conto che i fumetti online per me, piuttosto che venderli, è molto più comodo regalarli. Chi li legge poi si comprerà i prossimi cartacei – anzi, Trama è stato scaricato oltre 10.000 volte, e ora la ristampa sta vendendo comunque bene, perché chi l’ha letto magari lo vuole di carta. Quindi secondo me è giusto che le cose su internet siano gratis. Conto di mettere tutti i miei fumetti gratuiti su internet, anche i prossimi che farò. Dopo un po’ di tempo, ovviamente.

Per finire, ecco la domanda tradizionale delle interviste con abbraccio: qual è stato il tuo momento imbarazzante o più inaspettato nel mondo del fumetto?
Be’ qualche anno fa io e Tuono Pettinato tenevamo dei corsi di fumetto per bambini molto piccoli, dai tre ai sette anni, in un paesino in Abruzzo: in quel caso io firmavo gli autografi come Pasotti, l’attore che faceva Distretto di Polizia, e lui firmava come Er Piotta! È stato divertente. Ai ragazzini piaceva immaginarsi che noi fossimo proprio loro! “Sì, sì, ti prendo e ti faccio fare il bambino che viene sparato in Distretto di Polizia, e a te faccio fare il rap”. È come quel capolavoro di Peppa Pig: si sa che sono bugie, ma tutti vivono allegri perché si fidano delle bugie. Per il resto, io sono strafavorevole agli abbracci.

Meno male, perché ora ci abbracceremo!

Intervista a(b)braccio a Ratigher

Intervista realizzata dal vivo il 28/05/2016

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