
Comunque, sono rimasto sorpreso. Questo non solo perché siamo davanti a un autore con alle spalle diverse pubblicazioni (i due webcomics TO BE continued e Millennials, Dove non sei tu per Coconino Press e, come sceneggiatore, Fabula disegnato da Francesco Guarnaccia ed edito da SaldaPress), ma soprattutto per le qualità del suo scrivere: un’estrema consapevolezza del linguaggio dei fumetti unita a un costante tentativo di sperimentare e la capacità di Lorenzo Ghetti di interrogare costantemente il presente, ponendo al centro questioni complesse senza mai condensare nella storia una posizione univoca, giustificata da lunghi “spiegoni”. Inserisce spunti, punti di vista – potremmo chiamarle provocazioni – come a dire “tu lettrice, tu lettore, hai un’opinione su questa cosa? Perché secondo me non è affatto semplice”.

Già Mark Fisher notava come, a fronte di tante narrazioni distopiche, le utopie scarseggiano. Questo squilibrio riguarda fumetto, cinema, letteratura e, in generale, ogni nostro modo di raccontare e può essere considerato un sintomo della nostra difficoltà a immaginare alternative al presente in cui viviamo. Ciò che viene più spontaneo fare è immaginarne le conseguenze estreme, proprio perché di alternative sembra non ce ne siano. Rispetto a questo, Lorenzo Ghetti fa una scelta in controtendenza: ci prova, ci dice che un’utopia è possibile. Naturalmente, e lo sanno bene coloro che leggono fantascienza, molto spesso una distopia non è altro che un’utopia finita male. La realtà di Agate sarà perciò tutt’altro che perfetta: è carica di contraddizioni, come molte sono le contraddizioni che crea sulla Terra la semplice esistenza di un mondo migliore, cui non tutti possono accedere.
Riguardo all’adolescenza, non è la prima volta che l’autore tratta questa fase della vita, così complessa e troppo spesso connotata negativamente. In alto abbastanza ha per protagonista una diciottenne che vive ancora sul confine tra l’essere “una ragazzina” e un’adulta. Nonostante questo, l’ho trovata una lettura toccante, in cui mi riconoscevo: un’amica, che studia Scienze della formazione, mi diceva che oggi il periodo che passa sotto il nome di “adolescenza” è stato ampiamente rivisto e potremmo dire ampliato. Ciò che lo caratterizza (cambiamento, crescita, instabilità, precarietà, ricerca di un posto nel mondo) oggi riguarda anche moltə di coloro che hanno tra i venti e i trent’anni: per fare un esempio abbastanza noto, è sufficiente pensare ai personaggi che animano le pagine di Zerocalcare, in particolare nei due volumi di Macerie prime. E lo si vede anche in In alto abbastanza: su Agate, Ana conosce degli amici più grandi di lei, tutti alla ricerca di qualcosa, in fase di sperimentazione più o meno consapevole. Quel senso di vuoto è condiviso e condivisibile, specie in situazioni nuove come un trasferimento: chi tra coloro che hanno meno di trent’anni non ha mai anche solo pensato di trasferirsi per lavoro? O magari ha visto partire amici e amiche? E che dire dello studio all’estero, dell’Erasmus, quella vertigine (vista l’altezza di Agate è proprio il caso di dirlo) che dà una realtà nuova? Viene in mente Chiara, la protagonista di Ti chiamo domani di Rita Petruccioli, alle prese col ritorno dal suo altrove.
Allora questo luogo assume anche una dimensione temporale, una fase della crescita in cui è palpabile il bisogno di “trovare un senso”. E non è facile ammettere che in momenti del genere capita di pensare di essere arrivatə, di aver trovato finalmente delle persone che ci capiscono, proprio perché condividono lo stare lì, in quel posto, in quel momento. Lorenzo Ghetti pone interrogativi anche su questo. Adesso viene il momento nerd-etimologico: Agate gioca con la parola greca agathòs, che significa “buono, virtuoso”. Gli eroi della mitologia greca erano per definizione kalokagatoi, ossia “belli e virtuosi”, in poche parole, erano i migliori. Gli abitanti di Agate devono affrontare sei mesi di prova prima di accedervi e vengono selezionati secondo dei criteri non proprio trasparenti: “Agate vuole essere il luogo migliore possibile, e quindi bisogna dimostrare di essere all’altezza”. Qui si pone la grande domanda: chi arriva su quest’isola felice si merita di stare lì, certo, ma su quali basi viene valutato? Chi rimane fuori?
– Bisogna convivere con chi abbiamo intorno, soprattutto se non è d’accordo con noi. Dobbiamo cercare di essere migliori, no?
– Ma noi siamo già migliori!
Insomma, Agate polarizza. Questa sua caratteristica colpisce perché l’autore sceglie di mettere sulla scena persone comuni, descritte da pochi tratti sia grafici che psicologici che, se da una parte disegnano dei “tipi” a volte troppo semplici e immediatamente riconoscibili, dall’altra rendono più facile l’identificazione. Vengo al punto: spesso risulta difficile rendersi conto di quanto ci si senta “nel giusto” rispetto a certi modi di vivere che sono diversi dal nostro e che per questo non si capiscono fino in fondo. Penso a Chav, solidarietà coatta, un libro in cui l’autore, D. Hunter, racconta la propria vita da coatto, da teppista, e dei profondi e sinceri legami di solidarietà politica e sociale che ha stretto lungo il suo cammino. E, insieme, racconta di come le persone che non facevano parte di quel mondo (un mondo povero, di gente che non sapeva quando avrebbe consumato il prossimo pasto) non solo non capissero questi legami, ma si risentissero se loro, i coatti, si rifiutavano di adeguarsi al loro stile di vita. Se non ti meriti di “salire” su Agate, se non ti adegui al suo modo di vivere “illuminato”, meriti di rimanere sulla Terra. È chiaro, ma forse c’è qualcosa di sbagliato nello stabilire un traguardo uguale per tutti, se nessuno parte dallo stesso punto. Siamo arrivati alla differenza tra uguaglianza ed equità tanto caro a Don Milani, ma anche citando un educatore di tale spessore credo sia chiaro che In alto abbastanza, oltre a essere un buon fumetto “per ragazzi”, è innanzitutto un buon fumetto.

Abbiamo detto che all’autore piace sperimentare graficamente, cominciando dalla scrittura: i balloon attorcigliano la linea che li collega alla bocca dei personaggi e così danno vita a intrecci di dialogo serrati e in alcuni casi comunicano lo stato emotivo del parlante (più il filo è ingarbugliato, più complesso sarà il suo stato d’animo). 

Forse ora risulterà più comprensibile la mia sorpresa riguardo alla poca risonanza che ha avuto l’uscita di questo libro. L’autore si è messo alla prova su un terreno scivoloso, quello dell’utopia, e ne è risultata una storia riuscita proprio perché ha scelto di metterci dell’altro, dai rapporti umani alle crisi di un’età complessa: insomma, ha raccontato un’utopia umana. E in quanto tale, è un’esplorazione, un tentativo carico di difetti ma radicale nella scelta di cercare, di provare, di dire che tentare è necessario. Nel peggiore dei casi non sarà la direzione giusta, ma si avrà imparato qualcosa:
– Provare, andare oltre, per capire che bisogna tornare indietro. Trovare un’altra strada. Lavorare meglio con quello che si aveva già.
Abbiamo parlato di:
In alto abbastanza
Lorenzo Ghetti
Coconino Press, 2021
200 pagine, brossurato, colori – 20,00 €
ISBN: 9788876185472










