In alto abbastanza: il ritorno dell’utopia

In alto abbastanza: il ritorno dell’utopia
Nel suo ultimo fumetto Lorenzo Ghetti racconta il tentativo di realizzare un mondo migliore e, insieme, la ricerca di un senso da parte di una giovane adulta.

copertinaDi primo acchito, ciò che mi ha colpito di In alto abbastanza, l’ultimo fumetto di pubblicato da , è stata la sua uscita un po’ in sordina. Diciamo che, se non seguissi i lavori dell’autore, memore di quel rivoluzionario webcomic che è , non mi sarei nemmeno accorto di questa sua ultima opera. È un fenomeno che fatico a spiegarmi: forse è complice il ritmo vertiginoso delle uscite fumettistiche nazionali o la difficoltà di posizionare i lavori dell’autore, che virano spesso verso la “letteratura per ragazzi”.

Comunque, sono rimasto sorpreso. Questo non solo perché siamo davanti a un autore con alle spalle diverse pubblicazioni (i due TO BE continued e Millennials, Dove non sei tu per e, come sceneggiatore, Fabula disegnato da Francesco Guarnaccia ed edito da ), ma soprattutto per le qualità del suo scrivere: un’estrema consapevolezza del linguaggio dei fumetti unita a un costante tentativo di sperimentare e la capacità di di interrogare costantemente il presente, ponendo al centro questioni complesse senza mai condensare nella storia una posizione univoca, giustificata da lunghi “spiegoni”. Inserisce spunti, punti di vista – potremmo chiamarle provocazioni – come a dire “tu lettrice, tu lettore, hai un’opinione su questa cosa? Perché secondo me non è affatto semplice”.

 in-alto-abbastanza-lorenzo-ghetti-8In alto abbastanza condensa le qualità della scrittura di Ghetti: Ana, una ragazza diciottenne, viene selezionata tra gli studenti di tutta per partecipare a una residenza di due mesi su Agate, una stazione spaziale collegata alla Terra da un lunghissimo ascensore, dove gli abitanti provano a condurre uno stile di vita sostenibile. Non voglio proporre un elenco dei temi toccati dall’autore (che sono numerosi), per far capire la profondità del testo ne bastano tre: la crisi ecologica e la difficoltà di trovare delle alternative; l’adolescenza, il bisogno di darsi un senso; l’illusione di essere migliori instillata da un sistema che si dice meritocratico ma che, nelle sue valutazioni, non tiene conto delle differenze. Questi temi sono raccontati da disegni semplici e stilizzati che sorprendono a ogni pagina per come vengono disposti in maniera complessa e ragionata sulla tavola.

Già Mark Fisher notava come, a fronte di tante narrazioni distopiche, le utopie scarseggiano. Questo squilibrio riguarda fumetto, cinema, letteratura e, in generale, ogni nostro modo di raccontare e può essere considerato un sintomo della nostra difficoltà a immaginare alternative al presente in cui viviamo. Ciò che viene più spontaneo fare è immaginarne le conseguenze estreme, proprio perché di alternative sembra non ce ne siano. Rispetto a questo, Lorenzo Ghetti fa una scelta in controtendenza: ci prova, ci dice che un’utopia è possibile. Naturalmente, e lo sanno bene coloro che leggono fantascienza, molto spesso una distopia non è altro che un’utopia finita male. La realtà di Agate sarà perciò tutt’altro che perfetta: è carica di contraddizioni, come molte sono le contraddizioni che crea sulla Terra la semplice esistenza di un mondo migliore, cui non tutti possono accedere.

Riguardo all’adolescenza, non è la prima volta che l’autore tratta questa fase della vita, così complessa e troppo spesso connotata negativamente. In alto abbastanza ha per protagonista una diciottenne che vive ancora sul confine tra l’essere “una ragazzina” e un’adulta. Nonostante questo, l’ho trovata una lettura toccante, in cui mi riconoscevo: un’amica, che studia Scienze della formazione, mi diceva che oggi il periodo che passa sotto il nome di “adolescenza” è stato ampiamente rivisto e potremmo dire ampliato. Ciò che lo caratterizza (cambiamento, crescita, instabilità, precarietà, ricerca di un posto nel mondo) oggi riguarda anche moltə di coloro che hanno tra i venti e i trent’anni: per fare un esempio abbastanza noto, è sufficiente pensare ai personaggi che animano le pagine di , in particolare nei due volumi di Macerie prime. E lo si vede anche in In alto abbastanza: su Agate, Ana conosce degli amici più grandi di lei, tutti alla ricerca di qualcosa, in fase di sperimentazione più o meno consapevole. Quel senso di vuoto è condiviso e condivisibile, specie in situazioni nuove come un trasferimento: chi tra coloro che hanno meno di trent’anni non ha mai anche solo pensato di trasferirsi per lavoro? O magari ha visto partire amici e amiche? E che dire dello studio all’estero, dell’Erasmus, quella vertigine (vista l’altezza di Agate è proprio il caso di dirlo) che dà una realtà nuova? Viene in mente Chiara, la protagonista di Ti chiamo domani di , alle prese col ritorno dal suo altrove.

cavo dal vetro

Allora questo luogo assume anche una dimensione temporale, una fase della crescita in cui è palpabile il bisogno di “trovare un senso”. E non è facile ammettere che in momenti del genere capita di pensare di essere arrivatə, di aver trovato finalmente delle persone che ci capiscono, proprio perché condividono lo stare lì, in quel posto, in quel momento. Lorenzo Ghetti pone interrogativi anche su questo. Adesso viene il momento nerd-etimologico: Agate gioca con la parola greca agathòs, che significa “buono, virtuoso”. Gli eroi della mitologia greca erano per definizione kalokagatoi, ossia “belli e virtuosi”, in poche parole, erano i migliori. Gli abitanti di Agate devono affrontare sei mesi di prova prima di accedervi e vengono selezionati secondo dei criteri non proprio trasparenti: “Agate vuole essere il luogo migliore possibile, e quindi bisogna dimostrare di essere all’altezza”. Qui si pone la grande domanda: chi arriva su quest’isola felice si merita di stare lì, certo, ma su quali basi viene valutato? Chi rimane fuori?

– Bisogna convivere con chi abbiamo intorno, soprattutto se non è d’accordo con noi. Dobbiamo cercare di essere migliori, no?

– Ma noi siamo già migliori!

striscione

Insomma, Agate polarizza. Questa sua caratteristica colpisce perché l’autore sceglie di mettere sulla scena persone comuni, descritte da pochi tratti sia grafici che psicologici che, se da una parte disegnano dei “tipi” a volte troppo semplici e immediatamente riconoscibili, dall’altra rendono più facile l’identificazione. Vengo al punto: spesso risulta difficile rendersi conto di quanto ci si senta “nel giusto” rispetto a certi modi di vivere che sono diversi dal nostro e che per questo non si capiscono fino in fondo. Penso a Chav, solidarietà coatta, un libro in cui l’autore, D. Hunter, racconta la propria vita da coatto, da teppista, e dei profondi e sinceri legami di solidarietà politica e sociale che ha stretto lungo il suo cammino. E, insieme, racconta di come le persone che non facevano parte di quel mondo (un mondo povero, di gente che non sapeva quando avrebbe consumato il prossimo pasto) non solo non capissero questi legami, ma si risentissero se loro, i coatti, si rifiutavano di adeguarsi al loro stile di vita. Se non ti meriti di “salire” su Agate, se non ti adegui al suo modo di vivere “illuminato”, meriti di rimanere sulla Terra. È chiaro, ma forse c’è qualcosa di sbagliato nello stabilire un traguardo uguale per tutti, se nessuno parte dallo stesso punto. Siamo arrivati alla differenza tra uguaglianza ed equità tanto caro a Don Milani, ma anche citando un educatore di tale spessore credo sia chiaro che In alto abbastanza, oltre a essere un buon fumetto “per ragazzi”, è innanzitutto un buon fumetto.

incontro con gli amiciVeniamo al disegno. Lorenzo Ghetti disegna in digitale, servendosi, lo abbiamo detto, di un tratto tondo e stilizzato, potremmo dire cartoonesco: uno stile del genere è naturalmente semplice, di facile lettura, e aiuta a connotare Ghetti come un autore di storie per i più giovani. Anche le espressioni dei personaggi sono determinate da pochi tratti e richiamano la simbologia essenziale degli emoji: un linguaggio del genere può risultare sicuramente immediato e contribuisce all’immedesimazione, ma il rischio è che i tratti non siano abbastanza, soprattutto per i volti dei protagonisti. Ana, ad esempio, ha spesso un volto inespressivo e confuso, connotato dall’assenza della bocca: a questo punto però, a una prima rapida occhiata, è facile confondere il naso (una semplice linea a “U”) proprio con un sorriso.

Abbiamo detto che all’autore piace sperimentare graficamente, cominciando dalla scrittura: i balloon attorcigliano la linea che li collega alla bocca dei personaggi e così danno vita a intrecci di dialogo serrati e in alcuni casi comunicano lo stato emotivo del parlante (più il filo è ingarbugliato, più complesso sarà il suo stato d’animo). prima paginaC’è poi il rapporto con la tecnologia e in particolare la messaggistica istantanea, già presente nei precedenti lavori di Lorenzo: anche in questo caso l’autore traspone sulla tavola la chat, caratterizzandola anche in base all’ambiente (le chat di Agate richiamano le sue geometrie esagonali) e ancora, invita a immedesimarsi con la protagonista, mostrandoci il suo punto di vista sui messaggi. Questa tecnica ricorda Chris Ware, un modello importante per Ghetti, e ci mostra come l’autore sia molto attento al montaggio. Già la prima sequenza ci immerge nel punto di vista di Ana, nella sua agitazione prima della partenza e ci dice anche che l’autore gioca molto con gli spazi: il frontespizio e il retro della copertina sono una splash page, che mostra uno spazio squadrato, geometrico, non del tutto chiaro; solo voltando pagina, capiamo che è il punto di vista di Ana, insonne mentre guarda il soffitto di camera sua.

prima sequenzaRestiamo ancora sul montaggio: è difficile da spiegare, ma Lorenzo riesce a muoversi in totale libertà all’interno di una struttura rigidissima che lui stesso si impone. Le vignette hanno contorni chiari, netti, squadrati, ma variano di continuo, si incastrano, selezionano accuratamente cosa mostrare, guidano lo sguardo in orizzontale, in verticale, all’indietro, invitano a ruotare il libro… E attenzione, non si tratta di virtuosismo espressivo: le scelte che l’autore fa sono tutte in stretto dialogo con la storia. Durante il prologo, le tavole sono ben delimitate dallo spazio bianco, mentre dopo la partenza di Ana per la base spaziale le vignette escono dai bordi, raggiungono i limiti della pagina, riflettendo l’uscita dal quotidiano, l’avventura nello spazio, il luogo sconfinato per eccellenza; e ancora, in un momento di crisi e di confusione estrema la sequenza di vignette diventa ancora più frammentata e si focalizza sulle geometrie degli spazi di Agate, che in queste inquadrature assumono un’aria labirintica, straniante.

Forse ora risulterà più comprensibile la mia sorpresa riguardo alla poca risonanza che ha avuto l’uscita di questo libro. L’autore si è messo alla prova su un terreno scivoloso, quello dell’utopia, e ne è risultata una storia riuscita proprio perché ha scelto di metterci dell’altro, dai rapporti umani alle crisi di un’età complessa: insomma, ha raccontato un’utopia umana. E in quanto tale, è un’esplorazione, un tentativo carico di difetti ma radicale nella scelta di cercare, di provare, di dire che tentare è necessario. Nel peggiore dei casi non sarà la direzione giusta, ma si avrà imparato qualcosa:

– Provare, andare oltre, per capire che bisogna tornare indietro. Trovare un’altra strada. Lavorare meglio con quello che si aveva già.

 

Abbiamo parlato di:
In alto abbastanza
Lorenzo Ghetti
Coconino Press, 2021
200 pagine, brossurato, colori – 20,00 €
ISBN: 9788876185472

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