Il potere del sogno: Il gigante egoista e altre favole di Dino Battaglia

Il potere del sogno: Il gigante egoista e altre favole di Dino Battaglia
NPE presenta una interessante raccolta di fiabe illustrate da Dino Battaglia, ottimo esempio del potere del fumetto di cristallizzare i sogni.

Il gigante egoista e altre favole è una raccolta di fiabe adattate da , originariamente pubblicate su Il corriere dei piccoli a cavallo tra 1968 e 1982 e riproposte da  in un bel volume cartonato. Sebbene il numero dei racconti sia diversa e gli adattamenti fossero originariamente concepiti come a sé stanti, la raccolta non può che far pensare alla versione fumettistica di quanto fece  con Fiabe italiane nel 1956. Così come Calvino raccolse una moltitudine di storie popolari italiane e le riscrisse, estraendole dal loro contesto prettamente orale e dialettale, seleziona undici fiabe, riplasmandole sotto l’effige della sua poetica a fumetti. Si tratta spesso di lavori di autori famosi per il loro contributo al genere come i fratelli Grimm e Hans Christian Andersen, ma compaiono anche fiabe popolari e storie da altre fonti illustri come John Ruskin, Oscar Wilde e Le mille e una notte. Queste opere vengono riformulate dall’autore veneziano vuoi come fumetti, vuoi come racconti illustrati (Il Re BazzaditordoLe principesse al ballo), presentando sempre un arricchimento rispetto al materiale originale e non riducendosi mai a mere trasposizioni.

battaglia_006L’esempio principale di rielaborazione è forse L’usignolo dell’imperatore, fiaba di Andersen in cui, piuttosto che le tinte nordiche, si respira un inconfondibile sapore veneziano. La corte cinese, sfarzosa ed esotica negli arabeschi che il tratto delicato di non manca di ritrarre minuziosamente, viene presentata attraverso gli occhi di tre maschere popolari italiane: Tartaglia, Arlecchino e Balanzone. Il contributo di questi personaggi è sfaccettato: in primo luogo permette a Battaglia di intrecciare il tono tipico della commedia dell’arte al registro più schematico della fiaba, con un risultato unico nel suo genere. Inoltre, le tre maschere introducono la vicenda alla stregua di attori sul palcoscenico, per poi continuare oscillando sempre tra voce narrante, attori e personaggi della storia. Ciò presenta la vicenda come un racconto al limite della messa in scena teatrale, in cui gli stessi drappi e le sete colorate onnipresenti nei disegni sembrano a volte farsi sipario, conferendo alla fiaba una ricca carica metanarrativa. Infine, soprattutto grazie al loro ruolo nella corte imperiale, le maschere richiamano la cronaca sognante e magica dell’esperienza cinese di Marco Polo.

Anche in La Pastorella e lo Spazzacamino (nuovamente di Andersen) ripropone il sapore teatrale e l’inserimento di una maschera tradizionale italiana, Arlecchino. Questa volta gli attori – nonché protagonisti della storia – sono due statuine di porcellana raffiguranti una pastorella e uno spazzacamino, la cui storia è messa in scena come uno spettacolo di marionette, oppure anche come il gioco di un bambino con le sue bambole. In questa fiaba a far da padrona è la meraviglia del lettore, che non potrà fare a meno di sorridere di fronte ai birilli che diventano alte torri colorate o a vecchie scarpe che si trasformano in draghi feroci.
Le licenze poetiche dell’autore veneziano continuano in Ceneraccio e Barbagrigia, riproposizione di Cenerentola in chiave maschile. La fiaba non si rivela parodica o grottesca, ma è una reimmaginazione che porta la storia originale sui binari di una altro luogo narrativo comune alle fiabe: Ceneraccio e il suo protettore magico si troveranno infatti a collaborare per salvare una principessa in pericolo, strizzando l’occhio alle figure di Artù e Merlino.

A voler cercare un filo tematico che tenga insieme la raccolta, il messaggio più presente è forse che il bene, alla fine, viene sempre premiato. Il Re del fiume d’oro contiene l’esempio più evidente di questa idea molto diffusa nel genere fiabesco e (sebbene la raccolta sia in ordine cronologico) il suo trovarsi in apertura sembra quasi a voler impostare il tono etico dell’intero volume. Il racconto vede un protagonista giovane e buono vessato da una situazione sfortunata, ma che grazie alle sue caratteristiche eticamente positive e all’elemento magico riesce a sottrarsi ai soprusi e ottenere il lieto fine. Allo stesso tempo, gli altri personaggi che perseguono gli stessi obiettivi compiendo azioni malvagie vengono, a lungo andare, puniti. È piuttosto interessante notare come anche Giamìl lo sfortunato mostri lo stesso identico impianto narrativo. Ciò rappresenta un’ulteriore evidenza della ricerca che ha portato avanti all’interno di tradizioni letterarie geograficamente e temporalmente distanti tra loro (le fiabe di Andersen e Le mille e una notte), ma che trovano una coerenza narrativa e morale una volta affiancate.
Anche i momenti toccanti non mancano, si pensi ad esempio a storie come L’usignolo dell’imperatore e L’uccello di fuoco, ma è nel racconto di Oscar Wilde – che chiude il volume e gli dà anche il titolo – che la commistione tra dolcezza narrativa e delicatezza grafica raggiunge il suo apice. Il gigante egoista è una fiaba di poche pagine nella quale le tematiche del ponte tra mondo dei bambini e quello degli adulti, del rinnovarsi della vita, della bontà del cuore e dell’amore per i deboli si intrecciano alla perfezione, chiudendosi tratteggiando uno scenario escatologico e religioso che scalda il cuore. Qui il segno di si fa silenzioso, minimale, candido come il bambino che non riusciva a salire sull’albero ma, come lui, carico di significati evanescenti.

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“In quel pomeriggio, i bambini tornarono a giocare nel giardino e trovarono, disteso sotto un albero, il vecchio gigante, ricoperto di tanti fiori bianchi.”

Graficamente parlando, dà ampio sfoggio di un segno tanto unico quanto multiforme, capace di reinventarsi da una storia all’altra in funzione di precise scelte stilistiche. Le linee sono a volte graffiate e sottili, altre volte morbide e tondeggianti, ma risultano sempre raffinate e costituiscono il primo veicolo della carica onirica contenuta nelle undici storie. Nei suoi disegni l’autore riesce in qualche modo a non spezzare la continuità tra la rappresentazione del mondo naturale (i boschi, i fiumi, gli animali, ma anche  persone e oggetti artificiali) e del magico (spiriti, mostri, e altre creature ed effetti sovrannaturali), dando la sensazione che due realtà così diverse non siano altro che due facce della stessa medaglia, due elementi organicamente interconnessi nello stesso mondo. Osservando le tavole questo risultato pare merito di tre caratteristiche grafiche: l’utilizzo di spazzole, spugne e altri strumenti in sostituzione del pennino, il disegno per sottrazione e gli splendidi colori di Laura De Vescovi.
Le campiture stese con mezzi alternativi al pennino permettono di abbozzare figure i cui contorni sono inevitabilmente evanescenti e portano con sé una potente resa atmosferica, senza tuttavia staccarsi mai da quanto disegnato a pennino, dato che entrambe le rappresentazioni restano legate a una materia concreta e palpabile. Un esempio tra tutti è l’apparizione dello spirito in Giamìl lo sfortunato, il cui fumo sagomato e nerissimo evoca timore e annuncia il sovrannaturale, ma al contempo resta incredibilmente materiale.
A bilanciare il “peso” di questa caratteristica subentra il sapiente uso della sottrazione e del bianco. Padroneggiando questo aspetto, riesce a rendere le sue tavole ariose e a creare una piacevole sensazione sospesa. Da un lato è proprio la mancanza di colore a delineare meglio gli ambienti e a focalizzare l’attenzione sulle figure; dall’altro, essa consente di ritrarre un altro tipo di evanescenza, questa volta vuota e spettrale (l’unicorno e il castello del Re di ghiaccio in Ceneraccio e Barbagrigia, ma anche gli spiriti e l’inverno ne Il gigante egoista).

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I colori di De Vescovi, infine, sono semplicemente perfetti: la scelta di un acquerello polveroso e leggero, ma comunque carico e presente è il naturale completamento del segno a inchiostro Battaglia. La colorazione rende l’ispirazione medievale delle illustrazioni veramente completa e restituisce un’atmosfera magica adatta ai bambini senza scadere in tinte eccessivamente sature, riuscendo dunque nel difficile compito di non snaturare il delicato gioco di pieni e vuoti delle tavole.
In vari passaggi si vede inoltre che Battaglia è a proprio agio con l’horror gotico e ne riprende elementi stilistici anche nel contesto apparentemente controintuitivo delle fiabe (ad esempio L’acciarino e la seconda metà di Ceneraccio e Barbagrigia). Questo, unito ad altri illustri modelli quali gli incunaboli duecenteschi (Il Re Bazzaditordo e Le principesse al ballo) e le incisioni di Gustave Dorè (L’uccello di fuoco), evidenzia ulteriormente l’eclettismo grafico di Battaglia, le cui tavole risultano comunque sempre organiche e non scadono mai in uno stridore di stili slegati tra loro.

In conclusione, Il gigante egoista e altre favole è una raccolta preziosa, sia graficamente che narrativamente. Il volume presenta anche un comparto editoriale ricchissimo e di qualità, che spiega le peculiarità stilistiche di Battaglia e costituisce dunque un’ottima guida per scoprire l’autore.


Abbiamo parlato di:
Il gigante egoista e altre favole
Dino Battaglia
Edizioni NPE, 2022
138 pagine, cartonato, a colori  19,90 €
ISBN: 9788836270866

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