Il personale è politico: intervista a Ida Cordaro

Il personale è politico: intervista a Ida Cordaro
Al suo esordio nel mondo del fumetto, Ida Cordaro ci ha stupiti con un prodotto di grande interesse e intelligenza. L’abbiamo raggiunta per parlare con lei di storie, di amore, di violenza e come di come a volte ci si ritrovi a essere autori senza averlo neppure preventivato.

Al suo esordio nel mondo del fumetto con Lara, Ida Cordaro ci ha stupiti con un prodotto di grande interesse e intelligenza. L’abbiamo raggiunta per parlare con lei di storie, di amore, di violenza e come di come a volte ci si ritrovi a essere autori senza averlo neppure preventivato.

Ida Cordaro, nata in provincia di Milano, classe 1997. Quali strade portano, oggi, una ventiduenne a prendere in mano carta e matita e creare un fumetto?
Un percorso piuttosto lineare, non senza incoerenze: a Milano, studiavo al liceo artistico, mi entusiasmavano di più la letteratura e la filosofia che disegnare, questo almeno negli ultimi anni, da più grande. Mi sono iscritta al corso di fumetto e illustrazione all’Accademia di bologna, forse anche un po’ per pavidità. Ai primi mesi del secondo anno pensavo di lasciare: per una serie di ragioni sentivo di essere molto stanca e disegnare mi pesava molto. Forse proprio a causa di quella stanchezza o per la stessa pavidità ho continuato.

E quali strade portano poi quella ragazza a ?
Queste sono le strade attraverso cui sono giunta a Canicola. E poi, forse per una serie di coincidenze fortunate: in realtà non ho fatto molti passi più di questi. Canicola stava dentro l’Accademia, e la storia era necessaria per superare l’esame di un corso. È così che è venuta “lei” da me, non il contrario.

Forse può sembrare una domanda scontata ma non credo lo sia, in quanto capita spesso di vedere autori che arrivano al fumetto per vie traverse, seguendo stimoli tra i più diversi: tu leggi fumetti?
Non è affatto una domanda scontata. No, io non leggo i fumetti, non molti perlomeno, e conosco al riguardo molto meno di quello che dovrei, probabilmente. Leggo molta saggistica, testi politici, non troppa narrativa, almeno non negli ultimi tempi; qualche cosa di poesia e di Storia dell’arte. Ma rispetto all’economia generale pochi fumetti, pochi albi illustrati.

Quali sono gli autori o le opere che stanno influenzando i tuoi lavori?
È da un bel pezzo che ho dovuto smettere di guardare Mattotti: le sue forme si imprimevano troppo e ancora lo apro solo quando è strettamente necessario, e non mi ci soffermo troppo. Probabilmente i racconti brevi di Giacomo Monti di Nessuno mi farà del male, che avevo letto da poco, hanno preso parte in qualche modo al mio racconto, nei ritmi, nei silenzi, nell’ alternanza o nella ripetizione dei punti di vista.

Come nasce Lara?
Lara ha avuto una genesi atipica, che forse può aiutare a capire il mio rapporto parecchio conflittuale con questi dispositivi potentissimi che sono la narrazione e il disegno. Posso dire senza esitazione, e con un po’ di rammarico, che la storia non esisterebbe fuori di me, se non avessi avuto l’“obbligo” di sceneggiare un racconto breve per un esame di Accademia. Non era una mia intenzione a priori parlare di violenza di genere, me ne interessavo già in altri ambiti e con altre modalità. Non era mia intenzione in realtà scrivere una storia, né tanto meno disegnarla. Lara è stata un’epifania. Io non ho pensato Lara, non l’ho architettata con lucidità, soppesando, calcolando (e un po’ me ne dispiaccio). Per ragioni che mi sono in parte note e in parte ignote il racconto era già sedimentato, esisteva già e io non lo sapevo: Lara l’ho vomitata, da un luogo che sta un po’ più sotto della mia intenzionalità. E così mi sono “svegliata” con lo storyboard finito in mano, e ho cominciato a conoscerlo, dopo averlo letto molte volte.
Posso dire che Lara esisteva già prima in qualche forma, perché nella storia c’è tanta parte di vissuto mio. È potuta uscire senza che io l’abbia pensata lucidamente, perché tanto di questa storia mi è appartenuto.

Lara incontra di nuovo Fausto, suo ex, dopo più di un anno. Hanno evidentemente dei trascorsi dolorosi, ma sembrano volersi riavvicinare – lui soprattutto. Si scopre poi che sono entrambi impegnati in altre relazioni, una delle quali molto spiacevole. Dunque, se da un lato il loro desiderio è comprensibile e auspicabile, da un altro punto di vista restano dei sospesi, dei non detti. La tua quindi è una storia positiva e a lieto fine, che racconta il riaffacciarsi di una speranza, o è la cronaca di un’ambiguità e di una vigliaccheria insita nell’uomo, che alla speranza non lascia invece alcuno spazio?
Lara e Fausto si rincontrano dopo aver conosciuto la carestia emotiva: la loro probabilmente è stata una di quelle relazioni che disarmano, e si propagano, che erodono più di quanto siamo disposti ad ammettere o ad accettare e che rivelandoci il segno della nostra vulnerabilità, ci lasciano nudi in faccia al mondo. Entrambi hanno cercato si saziarsi tra altre mani, con altri corpi che hanno racimolato o elemosinato. E cosi hanno misurato quale era la cifra della loro reciproca solitudine. Forse ritrovarsi sarebbe l’ultimo baluardo di grazia, (che è anche la grazia del passato e del ricordo, nonostante si siano lasciati andare) che li chiama dal mezzo delle loro rispettive solitudini e dalle loro macerie. Per questo Fausto, che sembra essersi costruito altre relazioni, incalza senza fiato Lara, che invece, di primo impatto, può apparire dura, ma che in realtà tenta di proteggersi dal suo assoluto bisogno di gentilezza, che la fa irrimediabilmente cozzare contro la realtà della sua relazione: per Lara non c’è più spazio per niente, forse nemmeno per un pezzo di passato che può essere stato anche gioioso. Colma come è del suo dolore, non può che essere distaccata da tutto.
Per me Lara non è una storia che può “sperare”. La sento una storia tragica. E intendo il tragico nel senso del greco antico, che non interviene mai a dividere, manicheo, il giusto e il bene dal male e l’ingiusto, ma racconta in balia di questo torbido l’ambiguità e l’ambivalenza delle passioni umane e delle loro vicende. In questo senso la storia non può sperare. Non è della speranza che posso e voglio raccontare, perché io non riesco ad andare oltre quello stato di confusione e di caos che vivono Fausto e la ragazza del settimo piano quando la situazione si svela. E quello per me è il momento del pugno. Un pugno che ti mangia le parole. Posso lasciare interi e immaginare tutti i suoi possibili finali ma non riesco a fermarne nemmeno uno: io non lo so come va a finire questa storia, riesco ad essere testimone solo di questo brevissimo tempo del loro vivere. E non sono in grado di arrivare oltre quello che io avverto come centro da cui si possono propagare tutte le altre speculazioni, ovvero il silenzio dei due ragazzi stesi vicini, che non si toccano più ma solo si guardano perché non ci sono più le parole per spiegare quel corto circuito che si viene a creare nel momento in cui la violenza consensuale incontra la violenza imposta. È un silenzio carico, in cui entrambi si chiedono quali sono i limiti, i confini sottili e sempre rinegoziabili delle azioni umane (rispetto alla violenza e alla sua fenomenologia in questo caso) delle loro conseguenze, delle loro declinazioni in un impasto grigio che non può mai trovare definizione per essere nero o bianco.

Lara parla di violenza sulle donne, è un tema che senti particolarmente importante? Credi che di questi tempi sia ancora più necessario metterlo in evidenza?
La prima volta che ho sentito dire che “il personale è politico” ero molto più piccola di ora. Mi ricordo che suo il significato ultimo mi sfuggiva, ma sentivo che quella era una “cosa” importante ed è stata grande la mia gioia quando di lì a poco ho sbattuto per caso contro un discorso di Gramsci sull’indifferenza. Avevo capito cosa significa che “il personale è politico”. Per cui posso dire, che sì, la questione della violenza di genere, e anche più in generale quella dei “generi” è un tema che mi coinvolge profondamente (oserei dire che riguarda tutti profondamente) e non “solo” perché sono donna, anche se di certo questo ha favorito l’empatia diretta e il mio primo approccio alla tematica, ma perché sono in prima istanza un’ individuo e come tale sono chiamato – che lo voglia o no – ad essere partecipe del mondo in cui vivo. In quanto donna (mi viene da dire “ovviamente” ma non è scontato) la questione si sublima e diventa fondante e radicale. Credo sia fondamentale che se ne parli, con il mezzo più congeniale per ognuno, credo che si debba lavorare anche su come preparare un terreno che si a pronto ad accogliere e comprendere quanto la questione sia ramificata e complessa. Soprattutto penso che dobbiamo essere all’altezza di quello che questo momento storico chiede al nostro buonsenso e alla nostra intelligenza. E il momento storico chiede di non svilirli. Per cui mi sento di dire che parlarne non è solo una necessità: è un dovere.

Nel fumetto vediamo due tipi di violenza, una “reale” (se così si può definire) di un compagno che ti picchia e una giocosa durante un gioco erotico condiviso. Tu però fai dire alla tua voce narrante che “un colpo è sempre un colpo quando ti raggiunge”. Ti stai riferendo alla violenza, che è sempre tale anche quando è recitata? Pensi che quando è la donna a essere vittima, consenziente o meno, si tratta comunque di un abuso? O l’accento va posto su ulteriori sottotesti?
La violenza è sempre reale: è connaturata nell’umano, che la cerchi e vi si sottoponga volontariamente o che la imponga, in qualsiasi caso la agisce. In una qualunque delle sue possibili declinazioni la violenza è sempre reale. il discrimine che distingue i piani tra uso e abuso è il consenso. E questo è il vero momento del discorso della storia: tutta la prima parte di racconto è un accompagnamento, che indirizza e contestualizza la domanda che si crea e che comunque mantiene parte della sua autonomia. Quando, nelle ultime pagine, la violenza agita con consenso, e quella invece perentoria e prevaricante si toccano, per un momento il “senso” cede o “eccede”. Questo corto circuito “mi chiede” cos’è la violenza, mi chiede di indagare la sua ontologia, mi obbliga a domandarmi quale desiderio la origini, quale è il fenomeno del suo strutturarsi e diventare pensiero, intenzione, e poi azione. Non posso evitare di domandarmi: cosa fa sì che io senta ciò che sento? Cosa fa sì che io desideri quello che desidero e che agisca come agisco? In ultima istanza, cosa mi muove? La storia si ferma a quella domanda e io non so come superare quell’impasse perché non ho una risposta da dare: rispondere a questa domanda, comporterebbe che abbia compreso la “ragione” della violenza, il perché della violenza che mi abita. Il silenzio l’unica cosa che può rimanere. Il silenzio dei due ragazzi è il mio silenzio, è la mia incapacità di avere parole per rispondere a questa domanda che sono mille domande. In quel momento il linguaggio rivela la sua inutilità di definire le cose, cade di fronte all’eccedenza e all’ambivalenza del reale, che fa sfuggire ogni possibilità o tentativo di “dar senso” e rivela l’instabilità e l’imprecisione delle parole. Questo silenzio, però, è anche ciò che ci dà modo di indagarne gli spazi su cui la domanda si snoda, i confini che si definiscono, si negoziano e si rinegoziano, spingendola sempre un po’ più in là si prende consapevolezza delle modalità del proprio agire il mondo. “Un colpo è sempre un colpo quando ti raggiunge” va anche inteso in questo senso. Il colpo, sia esso fisico e tangibile, o emotivo o inconscio, è il momento della scossa in cui la perdita di senso/definizione significa rimanere nudi, perdere la difesa dell’inconsapevolezza, condizione necessaria, e dolorosa, per poter ritrovare una nuova ridefinizione.
Come ho detto il consenso è il confine: dove c’è consenso non c’è abuso. Pensare che una donna sia “vittima” anche laddove c’è una ricerca consensuale della violenza è continuare a pensare il femminile come il “debole da proteggere” in qualunque caso, e il maschile come “il paladino protettore” in qualunque caso, senza scardinare il sistema binario su cui si innesta tutta la cultura ufficiale, ma anzi continuando perpetrare gli stessi meccanismi non senza una certa dose di ipocrisia.

 

In Lara è interessante l’uso delle ambientazioni, nettissime, prive di neri, luminose senza sembrare accoglienti, ma anzi gelide e distanti. Che rapporto hai con i luoghi di Lara e in che modo hai voluto usarli?
Quando un dolore così duro ti scava e ti occupa tutto il corpo e tutto il pensiero è difficile che qualcosa riesca a risultare accogliente e che qualcosa si possa accogliere. I luoghi di “Lara” sono tutti permeati del suo stesso gelo: passano per il filtro della sua solitudine delirante, del suo dolore delirante. Tutto è scollato, non resta nessuno spazio di contatto, come se una patina rendesse il “tutto attorno” lontano, inconsistente, indifferente ma pure sempre incombente e spietato. I luoghi del racconto li ho attraversati e li ho abitati, e per un po’ probabilmente il mio sguardo è stato lo stesso suo sguardo.

A un certo punto della storia appare quello che potrebbe essere definito un colpo di scena, un approccio da narrazione “popolare”. Mi riferisco ovviamente all’arrivo di Fausto al settimo piano. C’era in questa scena un desiderio di stupire il tuo lettore oppure va ritenuta solamente un ulteriore tassello nella costruzione della tua tesi? Nel tuo lavoro, come nella narrazione in generale, conta di più la sorpresa o il messaggio, la trama o il significato?
Nessuna volontà di stupire. Il ragazzo che sale al settimo piano è Fausto, ma potrebbe essere qualunque altro uomo o donna: il nocciolo della situazione finale si mantiene autonomo. Ci siamo chiesti, con gli editori, se fosse necessario che l’identità del ragazzo dovesse coincidere con Fausto e la risposta è sempre stata no. “Usare” Fausto mi era funzionale per far vedere in 16 pagine che si è ricostruito delle relazioni di un certo tipo. E qui, a posteriori, mi rendo conto che legare Fausto a questo ruolo non sia stata la scelta più riuscita, perché diventa un “elemento di disturbo” (che può anche avere una sua ragion d’essere) che mette in gioco una serie di speculazioni che distraggono da quello che è per me il perno cardine, ovvero la domanda di cui sopra. Con la maggiore lucidità e il distacco di ora forse distinguerei i due personaggi, anche se in fin dei conti la storia pare funzionare ugualmente, seppure con questo elemento “superfluo” che confonde un po’ le carte.

Molto interessante anche la copertina, che in un certo qual modo rispecchia e si distacca dal fumetto. Se Lara è disegnato con un bianco e nero e un segno intimisti, la cover aggredisce il lettore con colori primari, piatti, a tinte forti e addirittura racconta un’altra parte di storia. Da dove nasce questa scelta?
La copertina è nata da una serie di passaggi progressivi e confronti tra me e il grafico. Che i colori avrebbero dovuto essere l’accostamento di una tonalità di rossi e verdi mi è stato chiaro sin da quando ho cominciato a pensarla: volevo che scaturisse quello stridore che per certi versi fa assonanza con quello delle ultime pagine, in cui il ritmo del racconto si impenna e il cambio repentino e ritmico dei piani del palazzo disorienta. I colori stridenti sono parte del ritmo che ha il racconto, preparano il terreno per il rumore della conclusione. Il corpo di Lara si stacca nettissimo, bianco, non ha i caratteri del volto, non si sa dove guarda, nulla fa intuire cosa pensa: non volevo che il suo mistero si rivelasse tutto in copertina. Lara è uno spaccato del quotidiano, anche nella copertina il suo gesto è elementare, semplicissimo, eppure si apre a tante possibili letture. Racconta di un altro attimo della sua giornata: affacciata al balcone, alza una spallina della maglia che è caduta, guarda e pensa qualcosa secondo ciò che la sensibilità di ognuno suggerisce e che forse si ridefinisce una volta che il libretto si chiude, anche Lara in copertina ha cambiato le sue valenze, le sue possibili interpretazioni iniziali, per lasciarne nascere molte altre.

Lara rappresenta il tuo esordio come autrice. Hai partecipato a incontri col pubblico durante Bilbolbul e ti è stata dedicata una mostra. Sei soddisfatta del tuo lavoro e di ciò che stai vivendo?
È stata una cosa assolutamente inaspettata, la storia è uscita velocissima e proprio al termine delle scadenze. Sul momento ho fatto in tempo a rileggere lo storyboard un paio di volte e il giorno stesso l’ho consegnata. Non pensavo in prima battuta che fosse valida. Accettabile sì, ma niente di più. Quando ho potuto rileggerla già mi era stato chiesto se volevo lavoraci per pubblicarla. Ancora devo metabolizzare: a volte quasi mi sembra impossibile che l’abbia fatta io. Sono molto lusingata, anche se forse tutta questa cosa di “avere una storia” è stata una massiccia dose di fortuna (o una rara congiunzione astrale) e non so bene come gestirla, anche a fronte di una serie di indecisioni rispetto a come continuare gli studi. Di certo, anche in mezzo a tutto questo mio “disordine” sono anche soddisfatta, anche perché è stato abbastanza difficoltoso lavorare a questa storia, ma di certo è stato liberatorio.

Stai lavorando ad altri progetti, attualmente? E come conti di proseguire la tua carriera?
Niente progetti a fumetti per ora: devo rallentare per digerire e direzionare tutto quanto. Sto lavorando al progetto di tesi in illustrazione e per ora niente di più, in questo ambito.

Intervista realizzata via mail nel dicembre 2019

Ida Cordaro

Ida Cordaro è nata a Cornaredo, in provincia di Milano, nel 1997. Attualmente frequenta il corso di Fumetto e Illustrazione all’ Accademia di Belle Arti di Bologna. Vive a Bologna. Lara è la sua prima opera a fumetti.

 

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