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I molti Nathan Never di Adriano Barone e Giovanni Eccher

I molti Nathan Never di Adriano Barone e Giovanni Eccher
Nathan Never – Generazioni è la terza miniserie dedicata all’agente Alfa, dopo Annozero e Rinascita. Il soggetto di Antonio Serra è stato sceneggiato da Adriano Barone e Giovanni Eccher, che abbiamo intervistato per farci raccontare l’impianto molto particolare della storia.

adrianobarone_Interviste Adriano Barone nasce a Rho nel 1976. Ha sceneggiato Riflessi, selezionato nella categoria cortometraggi al David di Donatello. Ha pubblicato diverse storie brevi su Strike (Star Comics), Horror Show (Blu Press), Monstars 3 (Nicola Pesce editore) in Italia e su Brian Yuzna’s Horrorama e Tales from a Forbidden Planet (Narwain) e Heavy Metal.
È stato finalista alla seconda edizione del premio MIMC della casa editrice giapponese Kodansha con la storia 
Mr. Doe, su disegni di Simone Altimani.
Dopo numerose sceneggiature per storie brevi, nel 2009 approda alla sceneggiatura di interi volumi e pubblica
L’Era dei Titani su disegni di Massimo Dall’Oglio per Edizioni BD (vincitore del premio “miglior disegnatore” al Gran Premio Autori ed Editori di Fullcomics & Games 2010) e Tipologie di un amore fantasma su disegni di Mauro Cao per Edizioni Voilier. Entrambi i titoli hanno ricevuto la nomination “Miglior Sceneggiatore dell’anno”, per il Premio Carlo Boscarato 2010.
Nel maggio 2010 è uscita, sulla collana da edicola 
Epix  della Mondadori, la sua raccolta di racconti tra l’horror, la bizarro fiction e il new weird: Carni (e)strane(e). In occasione del Lucca Comics & Games 2010, la Asengard Edizioni ha pubblicato nella collana Wyrd, Il ghigno di Arlecchino, romanzo tra l’horror e il new weird .
Nel novembre 2011 insieme al disegnatore Fabio Babich realizza la  graphic novel 
Bugs – gli insetti dentro di me. Lo stesso mese esce per le stampe di Agenzia XZentropia, romanzo ambientato in Italia in un futuro prossimo e fortemente distopico.
Nel 2012 sceneggia e dirige il cortometraggio 
Tipologie di Un Amore Fantasma: Armonia Vuotatratto dalla sua medesima opera.
Nel 2013 adatta a fumetti il romanzo 
Uno in diviso di Alcide Pierantozzi per i disegni di Fabrizio Dori.
Nel settembre 2014 vince con quest’opera il Premio Boscarato per la categoria Miglior Sceneggiatore Italiano.
Nel 2017, esce per Becco Giallo 
Warhol – L’intervista disegnato da Officina Infernale, biografia comica a fumetti del maestro della pop art Andy Warhol.

Giovanni-Eccher_Interviste nasce a Milano nel 1976. Laureato in Lettere Moderne con tesi sul cinema, inizia la sua carriera come effettista per videoclip, spot pubblicitari, teatro e diversi cortometraggi, tra cui Beyond good and evil (con il quale vince il Premio per gli effetti speciali al Vancouver Effects and Animation Festival nel 1999). Prosegue la carriera di effettista parallelamente a quella di game designer (Ruff Trigger) e sceneggiatore, sviluppando cortometraggi, film didattici e il film stereoscopico per Gardaland Time Voyagers (2007). Arriva al lungometraggio con La radice del male (2006), di cui è co-produttore esecutivo, e The shadow within (2007), entrambi diretti da Silvana Zancolò. Collabora inoltre con il regista Dario Piana ed effettua una revisione del trattamento di Lost Boys III – The Thirst (Warner Bros 2010). È stato regista di diversi cortometraggi, film commerciali e spot televisivi, oltre che del documentario Magnus – Il segno del viandante (vincitore del VAM Fest 2008), dedicato alla figura di Roberto Raviola. Nel 2010 comincia la sua collaborazione con , approdando dapprima su Dampyr e poi su Nathan Never, di cui ha sceneggiato storie sia per la serie regolare che per vari albi collaterali (Universo Alfa, Agenzia Alfa, Le grandi storie). Attualmente è al lavoro anche su Zagor e Dylan Dog.

Barone ed Eccher sono gli sceneggiatori di Nathan Never – Generazioni, terza miniserie dedicata alla ridefinizione dell’Agente Alfa da parte del trio dei suoi creatori, Bepi Vigna (autore di Annozero), Michele Medda (autore di Rinascita) e , che di Generazioni è l’ideatore del soggetto.

Benvenuto su Lo Spazio Bianco, Adriano, e un bentornato a Giovanni.
Partiamo dall’inizio: come è nata l’idea per questa nuova miniserie dedicata a Nathan Never?
Adriano Barone (AB):
Rivelarlo sarebbe un grosso spoiler. Diciamo che parte da un presupposto narrativo che, dopo venticinque anni dalla creazione del personaggio, Antonio (Serra n.d.r.) ha provato a modificare in maniera molto profonda.
Giovanni Eccher (GE): L’idea è stata appunto di Antonio, il quale non avendo tempo di scrivere le sceneggiature (il lavoro di redazione lo assorbe completamente, dato che si occupa di molte testate bonelliane) ha chiesto aiuto ad Adriano e al sottoscritto. Dopodiché l’idea è stata discussa nei dettagli da tutti e tre, ma originariamente resta un parto della mente di Antonio.

Dopo Annozero e Rinascita, anche Generazioni ha un titolo che richiama il comicdom statunitense. Si tratta di una scelta precisa o è stata una semplice conseguenza della scelta editoriale delle miniserie parallele, più frequenti nel mercato americano?
AB:
Antonio ed io abbiamo dibattuto a lungo sul titolo, e Generazioni era uno di quelli da me proposti. Senza spoilerare il motivo principale che ha fatto propendere per questo e non per altri – che sarà chiaro a fine miniserie – non è sbagliato pensare né al film omonimo di Star Trek, né all’omonima miniserie di John Byrne dedicata a Superman e Batman. Inoltre, il titolo di lavorazione del numero zero era Generazione universale, il che credo che aiuti ulteriormente a capire il perché della scelta e la molteplicità di significati di Generazioni.
GE: Personalmente non sono entrato nel merito della scelta del titolo, anche se lo trovo azzeccato per il suo contemporaneo riferimento alla fantascienza (Star Trek) e al fumetto (Superman e Batman). Per non parlare del fatto che, trattandosi di una serie di “numeri zero” che possono dare origine ad altrettante nuove serie,  il titolo è quasi metafumettistico. Posso azzardare che sia venuto naturale.

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Variant cover di Generazioni #1 realizzata da Antonio Serra

Nel testo d’appendice al numero zero della miniserie, Antonio Serra parla di “rivisitazione sia visiva che narrativa di classici del fumetto avventuroso e di fantascienza”. Quanto è complesso, in generale, ispirarsi a un classico senza ricalcarlo pedissequamente ma aggiungendovi un tocco innovativo?
AB:
In realtà la questione è più semplice del previsto. La scelta di rivisitare un classico/sottogenere/momento specifico della fantascienza non è semplicemente estetica, ma è stata fatta considerando quale “ambientazione” avrebbe permesso di raccontare in maniera più efficace la storia contenuta nell’albo di riferimento. Insomma, anche se potrebbe sembrare un approccio alla Planetary di Ellis e Cassaday, le ragioni narrative e “l’utilizzo” di certo materiale dell’immaginario pop sono profondamente diversi.
GE: Concordo con Adriano. Meno di quanto possa sembrare, perché il fatto di agganciarsi a un prodotto preesistente (che sia un classico o meno) permette di concentrarsi sulla parte innovativa, invece che sulla presentazione del mondo, dei personaggi e dei meccanismi narrativi. Si comincia già dalla parte interessante, per così dire. Poi ovvio, il pericolo è di scivolare nel puro citazionismo, ma è una trappola evitabile con un minimo di mestiere e di consapevolezza. Penso che ci siamo riusciti, anche se è il lettore l’ultimo giudice.

Ogni albo di Generazioni rappresenta anche il “numero uno” di una potenziale nuova “serie” di Nathan Never. C’è una storia in particolare, delle sei che usciranno (sette, considerando il numero zero) che vi piacerebbe poter proseguire?
AB:
Suppongo che non dovrei dirlo – quindi in tribunale negherò tutto – ma io ho già lanciato due proposte di sequel ad Antonio: una che di fatto è il seguito del numero zero e parte dal concetto narrativo che vi viene introdotto (non diciamo quale, sempre per non spoilerare), un’altra è un possibile seguito successivo all’albo finale della mini stessa.
GE: Tutte, ovviamente! Ma se dovessi proprio scegliere direi la seconda, quella postatomica – che poi è un albo contaminato da molte  opere, non solo Ken il Guerriero e Mad Max, ma anche dall’Ogami Itto di Lone Wolf & Cub, la serie Spartacus di Sam Raimi, i western di Sergio Leone e molto altro. L’ambientazione postatomica mi è sempre piaciuta proprio perché a cavallo tra western, fantascienza e fantasy pur mantenendo una propria forte identità. Mi piacciono i deserti, i rottami, i motociclisti pazzi, i mezzi raffazzonati, la vita vissuta all’estremo perché comunque vada sarà molto breve e non lascerà tracce. Witness me!

L’impostazione di Generazioni rimanda molto da vicino ai concetti di Elseworld della DC Comics e dei multiversi tanto cari a Serra, fin dai primi anni di vita di Nathan Never. Quali sono le potenzialità e i rischi insiti nell’avere a disposizione nuovi scenari inediti (o vecchi scenari visti da prospettive diverse, se vogliamo) per raccontare le avventure di Nathan?
AB:
Ci sono solo potenzialità. Per chi ha letto il numero zero, l’intento è chiaro: qui si stanno aprendo tantissime (infinite?) possibilità narrative per un personaggio che ha ancora tantissime storie da raccontare.
GE: Il multiverso per me è solo un altro modo, fantascientifico, per giustificare il what if a lettori avidi di continuità, e che non accettano semplicemente che una storia possa essere raccontata in molti modi. Detto questo, è ovvio che apre un mondo di potenzialità quasi infinite, perché qualunque opera seriale, da Nathan Never a Desperate Housewives, è definita da confini che prima o poi diventano troppo stretti. Succede sempre, a volte dopo pochi episodi (vedi la serie Sherlock, che ha esaurito la propria genialità nelle prime due stagioni),  a volte dopo centinaia. Ma prima o poi, i confini vengono raggiunti e le soluzioni si contano sulle dita di una mano: o continuare a ripetersi all’infinito (che è poi il “segreto” delle soap opera), o fare un reboot (come amano negli Stati Uniti), o ricorrere al what if e al multiverso.  Oppure c’è la soluzione più coraggiosa, specie quando la serie sta ancora andando bene a livelli di vendita, cioè chiudere e lasciare di sé un bel ricordo (Mafalda, Calvin & Hobbes).

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Generazioni #1 – Hell City Blues

Le prime due miniserie sono state scritte rispettivamente da Bepi Vigna e Michele Medda, due dei componenti del trio dei sardi che crearono Nathan Never quasi trent’anni fa. In questa terza mini, Antonio Serra – terzo componente del trio – si è ritagliato un ruolo più defilato come soggettista e curatore, lasciando a voi due l’onore e l’onere delle sceneggiature. Come si è sviluppato il lavoro di scrittura tra voi e Serra?
AB:
Antonio convoca una riunione. Antonio spiega il concept. Antonio accetta proposte. Io alzo la mano proponendo subito il finale. Antonio scuote la testa ridendo e dice “Va bene”. Giovanni ed io facciamo proposte, ad Antonio vengono altre idee, Antonio ci manda i soggetti in breve, Giovanni ed io espandiamo i soggetti, gli stessi vengono corretti e poi approvati, Giovanni ed io sceneggiamo, ad Antonio vengono altre idee, Giovanni ed io riscriviamo. E riscriviamo. E riscriviamo. E RISCRIVIAMO…
GE: Parlo per me stesso, perché a parte alcune riunioni iniziali  “corali” Adriano ed io abbiamo lavorato da soli, confrontandoci quando necessario per telefono o via mail. Devo dire che Antonio mi ha lasciato piena libertà, e il lavoro è andato liscio e rapido come raramente succede, una sola stesura e qualche correzione (oddio, con Antonio va sempre liscio e rapido, ora che ci penso, per questo vorrei avere più occasioni di lavorare con lui). Solo una volta l’ho sentito non dico arrabbiato, ma infastidito per alcune mie scelte, e ho dovuto riscrivere diverse tavole. È successo per Hell City Blues (Generazioni #1): il “mio” Nathan era venuto fuori fin troppo cinico e cattivo. Aveva cattivi pensieri su Ann, e si scopava in un vicolo la propria amante in cambio di un favore (l’uso della safe house per nascondere Sigmund, per chi ha letto il fumetto). Antonio è intervenuto ricordandomi che, anche se parliamo di un noir (in cui tradizionalmente non ci sono eroi ma al massimo antieroi) e anche se la storia è ambientata prima della morte di Laura, con un Nathan alcolista e traditore, lui è comunque un eroe puro, e tale deve rimanere. Rendendomi conto che aveva ragione, ho ammorbidito il personaggio: mi ero allontanato troppo da quello che è sempre stato il punto focale della serie, cioè Nathan stesso.

Con Generazioni attraversate praticamente un secolo di fantascienza letteraria e a fumetti. Restando nel primo ambito, quali sono le opere che vi hanno formato nel genere, se ne siete o ne siete stati lettori, e quelle a cui avete guardato per scrivere gli albi della miniserie?
AB:
La fantascienza è il genere che mi ha formato da lettore e che ho sempre cercato di affrontare sia come sceneggiatore di fumetti (in maniera “frontale” come nell’Era dei Titani, o laterale come in Bugs – Gli insetti dentro di me) sia come romanziere (ci sono elementi fantascientifici nel mio Il ghigno di Arlecchino, guarda caso incentrato sul concetto di realtà parallele e di multiverso, e il mio Zentropia è una satira distopica).
Il mio percorso di lettore di fantascienza è stato molto “coscienzioso”: sono partito con Asimov e Heinlein, sono passato alla fantascienza anni ’50 e alla New Wave, fino a scoprire (molto prima che diventasse di moda) Philip K. Dick, per poi arrivare al cyberpunk. Adesso la fantascienza vive un periodo molto interessante, con un revival della space opera e una “penetrazione” del genere nella letteratura mainstream che viene data per scontata (sia pensando allo slipstream che ai distopici “autoriali”, tipo La strada di McCarthy), anche se dopo il cyberpunk non ci sono state più correnti “maggioritarie” che permettono una periodizzazione così facile come nell’epoca che va dal ’26 agli anni ’80/’90.  Recentemente mi sto interessando all’afrofuturismo, e penso che Black Panther visto in questa ottica sia un film veramente fondamentale come esempio mainstream di questo tipo di immaginario. Tra gli autori contemporanei, direi che China Mièville, Jeff Vandermeer e Charles Stross sono quelli che apprezzo di più.
A livello cinematografico, ho assorbito tutti i film del grande periodo della sci-fi cinematografica anni ’80/inizio anni ’90, andando a recuperare i classici dagli anni ’50 fino ai ’70, senza contare la mia passione per gli anime, prevalentemente appunto di genere fantascientifico.
Citare le opere “formative” è sempre pericoloso perché si rischia di omettere qualcosa di importante, e sicuramente succederà anche in questo caso: a livello letterario direi Asimov, Heinlein, il ciclo di Dune, il cyberpunk (in particolare Gibson e Sterling; in ogni caso, da 16 anni in poi, per molti anni ho pensato non ci fosse niente di più figo di un personaggio vestito di cuoio nero, con gli occhiali scuri e un jack craniale) e ovviamente Philip K. Dick, per me vera e propria ossessione, su cui ho scritto la mia tesi e un saggio apparso nell’antologia critica sull’autore intitolata Trasmigrazioni. A livello di film, sarebbero davvero troppi per citarli, ma posta la banalità del dichiarare il mio amore assoluto per Blade Runner, ritengo che gli anni dal secondo Mad Max a Terminator 2 siano stati irripetibili, cinematograficamente, per il genere.
A livello di serie TV niente mi ha più colpito come le prime quattro stagioni del reboot del Doctor Who curate da Russell T. Davies e il reboot di Battlestar Galactica di Ronald D. Moore.
Per quanto riguarda i fumetti, l’influenza più grande sono stati i manga arrivati durante l’invasione dei primi anni ’90, in particolare Akira e Ghost in the Shell (ma anche Baoh, Patlabor, Spriggan, Appleseed, Alita). In generale ogni cosa creata da Masamune Shirow, prima che di fatto interrompesse la sua carriera di mangaka, mi faceva andare veramente a male (in senso buono). Per quanto riguarda il fumetto occidentale, ritengo Warren Ellis l’unico dio, imbattibile nel raccontare possibili futuri.
GE: Potrei partire con uno sterminato elenco di autori e opere, ma sono troppo pigro per farlo, quindi mi limito a quelli più conosciuti. A parte l’immenso Asimov (soprattutto quello dei robot e delle avventure, meno quello “politico” della Fondazione) ho amato moltissimo Fredric “Doc” Brown, per essere sempre riuscito a inserire un elemento di leggerezza nelle storie fantascientifiche (cosa per me imprescindibile in un genere che non può prendersi troppo sul serio, dato che ogni opera è destinata a invecchiare nel giro di pochissimo). Richard Matheson, ovviamente, che ha lasciato un’impronta indelebile tanto nella letteratura quanto nel cinema, spesso in entrambi contemporaneamente. Molto meno Philip Dick e Kurt Vonnegut, che trovo un po’ pesanti e difficili da digerire, o Heinlein a cui una cura di leggerezza avrebbe fatto gran bene. E poi naturalmente Jules Verne e H.G.Wells, che sono i veri padri della fantascienza. Un’opera che ritengo imprescindibile a livello antologico è ovviamente Le meraviglie del possibile, a cura di Solmi e Fruttero, un colosso che viene ristampato ininterrottamente dal 1950 a oggi e che tutti dovrebbero avere in libreria, anche quelli a cui la fantascienza non piace.

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Generazioni #2

I vari sottogeneri della fantascienza (post-atomico, steampunk, ecc.) a disposizione sono tanti: come siete arrivati a scegliere su cosa concentrarvi e se qualcosa è rimasto (per forza di cose) fuori dal progetto, che cosa è stato?
GE:
Tutto il resto. Il mondo è grande, ma il mondo della fantascienza ancora di più. Se poi consideriamo che in questa operazione non abbiamo toccato solo la fantascienza, si apre un abisso di possibilità talmente vasto da far venire le vertigini.

Con che criterio è avvenuta la scelta dei disegnatori: in base ai temi delle storie, in base allo stile, alla disponibilità?
AB:
In base alle loro capacità grafiche: gli albi sono stati “assegnati” in modo che ciascuno di loro potesse esprimere il proprio potenziale grafico e narrativo al massimo.
GE:
I disegnatori sono stati scelti da Antonio, ma da quello che so (e che ho potuto vedere) la scelta è avvenuta in base alla loro capacità di rendere graficamente gli stili a cui volevamo rifarci. Sembra ovvio in teoria, nella pratica non lo è. Infatti molti sono stati i chiamati, ma pochi i prescelti, per dirla biblicamente.

C’è un lavoro molto particolare anche dietro alle copertine della miniserie: come è nato il concept dietro le sette immagini?
AB:
Quello è stato prevalentemente lavoro di Antonio, ma posso dirti che anche le cover sono impostate in modo da richiamare sia a livello di layout che di scelte grafiche il periodo/classico di riferimento (infatti come avete già potuto notare dalle anteprime, il logo Nathan Never cambia ogni volta).
GE: Vorrei poter rispondere a questa domanda, ma sono uno sceneggiatore e non un copertinista. Anzi, le copertine per me sono sempre state un mistero. Non so come si fanno, quali sono i criteri, in base a cosa una copertina è bella o brutta.

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Adriano Barone e Massimo Dall’Oglio

Adriano, con Massimo Dall’Oglio hai dato vita a un importante sodalizio artistico. Sotto lo pseudonimo di Hagane Ishi, avete vinto numerosi premi in Giappone e da quel che si può vedere già nel numero 0 di Generazioni, avete il merito di non riprendere pedissequamente gli stilemi giapponesi ma di reinterpretarli con il vostro gusto. Com’è nato questo sodalizio e che metodo di lavoro attuate tra voi? Più precisamente, come avete lavorato al numero di esordio e al numero di chiusura della miniserie?
AB:
Era dal 2009, anno in cui abbiamo realizzato L’era dei Titani, che Massimo e io volevamo tornare a collaborare. Ci abbiamo messo solo nove anni, non male!
Con Max abbiamo in comune sia gusti che un certo approccio al medium, e grazie alla tecnologia (leggi: messaggistica istantanea) ci sentiamo su base quotidiana per confrontarci su film, serie tv, anime e manga che ci sono piaciuti e per discutere di possibili progetti. Per quanto riguarda il metodo di lavoro, sapevo che lui avrebbe disegnato sia lo #0 che il #6 di Generazioni, pertanto ho scritto delle sceneggiature che a un occhio esterno probabilmente sembrano dei telegrammi. Ma questo accade semplicemente perché siamo talmente sincronizzati a livello di riferimenti e di scelte di linguaggio visivo che bastano poche parole sulla pagina per sapere che sicuramente i disegni saranno esattamente come li volevo, anzi meglio. Quello che cambia nello specifico, quando scrivo per Max, è che posso permettermi di prendere spazi in cui vengono disegnate le emozioni dei personaggi, che lui è davvero in grado di far “recitare”. Penso che alla fine l’influenza più profonda del manga nel nostro lavoro sia questa, oltre a un particolare tipo di storytelling, cioè fare in modo che i momenti emotivi dei personaggi siano rappresentati in maniera chiara e siano centrali nella narrazione.

Giovanni sei lo sceneggiatore di Hell City Blues, primo numero della miniserie, forse anche quello più “realistico” a guardare le copertine dei seguenti, sicuramente il più hard-boiled.
A che opere ti sei ispirato per la scrittura dei dialoghi secchi e taglienti tipici di certo poliziesco anni ’50-’60?  Osservando poi le tavole, molte hanno una impostazione particolare con la parte sinistra “più lunga” della parte destra: dove finisce la tua sceneggiatura e inizia l’opera del disegnatore Alessandro Russo in questa scelta?
GE:
Non mi sono ispirato a nessuna opera in particolare, il mondo del noir e dell’hard-boiled è talmente vasto e variegato da costituire un universo a sé stante.  Chiaramente la scansione delle didascalie è tipicamente  da fumetto americano mainstream, milleriano si potrebbe dire. Quanto all’impostazione delle tavole, io ho dato delle indicazioni ma poi Russo è stato libero di spaziare e costruire quello che voleva, tanto che in molti casi abbiamo poi modificato il posizionamento dei dialoghi per andare incontro ad alcune sue scelte strutturali. Ovviamente Antonio è intervenuto qua e là per operare gli aggiustamenti necessari, ma in generale direi che lasciare campo libero a un disegnatore come Russo (che è anche sceneggiatore) è un’operazione che porta più vantaggi che rischi. Questo albo lo testimonia in pieno.

Grazie a entrambi!

Intervista realizzata via mail il 22-23 maggio 2018

 

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