“Grass Kings”: alla ricerca delle radici insanguinate dell’America

“Grass Kings”: alla ricerca delle radici insanguinate dell’America
Matt Kindt e Tyler Jenkins, nel nuovo fumetto Oscar Ink, ci portano a visitare il Regno della Prateria, un luogo in cui, cercando il sogno americano, un gruppo di outsiders è fuggito dal mondo civile per trovare una libertà fatta di violenza e morte. Ma non è sempre questo il...

Grass Kings, la trilogia scritta da (MIND MGMT, Ether, Folklords) e disegnata da Tyler Jenkins (Peter Panzerfaust, Black Badge, Snow Blind), ci traghetta in un angolo remoto del sud degli Stati Uniti, un luogo in cui il mito americano dell’uomo libero è ancora vivo. Il Regno della prateria è una piccola enclave che sorge in riva a un lago, una comunità chiusa che vive secondo le proprie regole a un passo dalla società civile, divisa da un paio di chilometri di strade sterrate da Cargill, cittadina con la quale condivide (letteralmente, visto che il nome del regno è scritto con la vernice sul retro di quello ufficiale di Cargill) il cartello che riporta il nome della comunità.

Le radici del Regno della prateria affondano, come quelle degli Stati Uniti stessi, in una terra gravida di sangue, le mura che lo difendono sono fatte di pura violenza, ma il suo scopo è nobile: la libertà. La stessa libertà che garriva come un vessillo sulle teste degli uomini che conquistarono il West, animati dallo spirito dell’avventura (e del profitto). Quella stessa bandiera, forse un tantino più logora e sporca, che batteva al vento della resistenza (e soprattutto del profitto), quando nel sud si distillava il moonshine, mentre nel paese il Proibizionismo chiudeva i rubinetti alla produzione di alcolici. La stessa libertà che infiammava i cuori dei giovani di tutto il paese negli anni Sessanta, i giovani che hanno liberato la sessualità dalla cappa del puritanesimo, che hanno messo fiori nelle canne dei fucili dei potenti (che sono cresciuti e si sono infilati giacca e cravatta e hanno messo le loro menti al servizio del profitto).
Le spinte verso la libertà degli americani hanno sempre subito il contraccolpo elastico dell’ordine e della legge, le tensioni in una direzione hanno portato alla risposta nell’altra: più si spingeva verso la riappropriazione della definizione di uomo, più arrivavano la repressione e la violenza.

Ma, se nel resto del Paese sembra che gli uomini e le donne che lo abitano abbiano piegato la testa e abbiano scelto la sicurezza dell’ordine costituito, rinunciando a quella fantomatica libertà su cui si fonda il sogno americano, in uno sperduto paesino in un angolo remoto degli States, Il Regno della Prateria ha resistito a tutto e tutti. Il regno gode di una strana autonomia, non è pienamente legale la loro posizione, ma è pur vero che negli Stati Uniti la proprietà privata è sacra (non è un caso che le colonie da cui nascono erano inglesi, gli inglesi di “An Englishman’s home is his Castle”). È in questo limbo legislativo che vive uno sparuto gruppo di persone, in questo ultimo bastione di libertà che prende il nome di Regno.


La vita nella piccola comunità è dura e viene guidata da leggi che si fondano sul sacro principio per cui “tutti conoscono tutti e coltivano l’arte di trattarsi l’un l’altro da esseri umani”. È  un’enclave autonomo, ha una sua pista d’atterraggio, il proprio biografo ufficiale e, come ogni regno che si rispetti, un re. Il problema però è che re Robert è in lutto da anni per aver perso la figlia, svanita nel nulla mentre lui si era appisolato sotto un albero. Purtroppo, mentre Robert si strugge nel suo dolore e prova ad affogarlo in litri e litri di birra, i rapporti con la vicina Cargill precipitano e la l’integrità del regno è minacciata da forze esterne che spingono verso la sua omologazione alle leggi del mondo civile. Come se non bastasse, tra gli abitanti della comunità si riaccende il dubbio che tra di loro, uomini liberi e senza un passato, si nasconda un assassino, forse lo stesso che fece sparire Rose, la figlia del re.

È su queste premesse, con questo setting da favola alcolica e violenta, che Kindt da il via alla trilogia di Grass Kings, ma poi sono i colori acquerellati di Jenkins che fanno sorgere il Regno della Prateria dalle acque, quasi fosse un riflesso del lago su cui affaccia. Gli inchiostri danno forma ai suoi abitanti, presentandoli con linee nervose, fatti di pura azione e movimento, in maniera che, anche se ne stanno fermi a contemplare i boschi che circondano la comunità, sembrano ancora attivi, incapaci di essere contenuti, come il loro desiderio di libertà.

Di contemplazione però ce n’è poca in Grass Kings, dopo tutto gli abitanti del regno sono uomini e donne d’azione che aderiscono ai modelli degli eroi sporchi e cattivi di opere come Southern Bastards (Jason Aaron e Jason Latour), che ricordano, nei modi e nell’attitudine, il Bad Horse di Scalped (Aaron e R. M. Guéra). Le atmosfere di un’America povera e impolverata, attraversata da uomini magri come cowboy, sono quelle di Hell or High Water, mentre l’endemica violenza che regola sia la ricerca della libertà che la reazione contenitiva della legge, quel sentimento rabbioso che da forma e sostanza al regno è lo stesso che anima quel capolavoro cinematografico di analisi degli Stati Uniti che è Il Petroliere di Paul Thomas Anderson.

Si potrebbe continuare a lungo a tirare fuori esempi di opere che, similmente a Grass Kings, hanno esplorato le radici corrotte dell’America di oggi e il lavoro di Kindt e Jenkins continuerebbe a non sfigurare a fianco a questi grandi nomi. Il fumetto, in uscita a febbraio 2020 per , raggiungerà gli scaffali delle librerie e fumetterie in una bella edizione cartonata che raccoglie l’intera saga. Una forma curata e lussuosa per un contenuto che invece è sporco e cattivo, pronto ad aggredire il lettore a ogni pagina e a trascinarlo nel ventre della bestia in una spirale di violenza e mancata redenzione.

Abbiamo parlato di:
Grass king
Matt Kindt, Tyler Jenkins
Traduzione di Leonardo Rizzi
Mondadori Oscar Ink, 2020
448 pagine, cartonato, colori – 30,00 €
ISBN: 9788804714712

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