Gian Marco De Francisco: l’anima del digitale

Gian Marco De Francisco: l’anima del digitale
Nuovo incontro con l'artista tarantino che racconta la sua ultima opera e il confronto con l'arte come impegno civile e possibilità espressiva, fra tradizione e innovazione

Gian Marco De Francisco, architetto, fumettista e illustratore tarantino, è stato allievo di Carlos Meglia. È co-autore, insieme a Ilaria Ferramosca, di Un caso di stalking (Edizioni Vollier, 2010), Nostra madre Renata Fonte (001 Edizioni, 2012), Ragazzi di scorta (Beccogiallo, 2016) e il nuovo Charlotte Salomon – I colori dell’anima (Beccogiallo, 2019). Ha collaborato anche a Zartana, lo stregone blues, ideato da Enzo Rizzi (Cut Up Publishing 2018). È l’ideatore, il cofondatore e il coordinatore della scuola pugliese di fumetto Grafite, primo polo di formazione regionale sull’arte del fumetto, presente sui territori di Taranto, Bari e Lecce, nata dalla partnership fra lo studio iltratto.com e la Lupiae Comix.

Già intervistato in passato da Lo Spazio Bianco, l’artista tarantino ci racconta la sua ultima opera, le scelte stilistiche, la voglia di confrontarsi con nuove avventure e la scelta del digitale come modulo espressivo per disegno e colore.

Ciao Gian Marco e bentornato su Lo Spazio Bianco. Il tuo ultimo lavoro è Charlotte Salomon – I colori dell’anima, che rinnova il sodalizio artistico con Ilaria Ferramosca. So che l’opera nasce proprio da una proposta di Ilaria, raccontami com’è andata.
L’opera sulla vita di Charlotte Salomon era in realtà una delle proposte che Ilaria aveva portato all’editore Becco Giallo e Federico Zaghis l’ha accolta con entusiasmo. Sono contento anch’io perché del gruppo era l’autentico outsider. Personalmente non conoscevo la storia e sono molto orgoglioso del risultato. L’idea parte da Ilaria perché lei ha una sensibilità maggiore, d’altronde è un tipo di storia che richiede al lettore un afflato emotivo che lo spinga a entrare in una vicenda così importante, non è un prodotto facile da piazzare in una fiera o in una fumetteria. È però un tipo di fumetto che può risultare appetibile anche per il mercato estero, quindi anche in questo senso la scelta di Becco Giallo è interessante.

I tuoi precedenti lavori sono già stati pubblicati all’estero?
No, perché sia Nostra madre Renata Fonte che Ragazzi di scorta raccontano vicende molto legate all’attualità e alla storia italiana. So che in Cina c’era stato un certo interesse per Un caso di stalking, ma poi non se n’è fatto niente. Questa invece è una storia europea, per la quale abbiamo avuto l’endorsement di Claudia Bourdin, che è la curatrice in Italia e in Francia delle opere di Charlotte Salomon. Lei è stata molto contenta del risultato e infatti ha curato la prefazione. So che per quest’opera sono già in corso dei contatti con la Francia, per me sarebbe quindi la prima volta e non nascondo che mi farebbe piacere arrivare su quel mercato, ancor più con un lavoro italiano e non attraverso una diretta proposta d’oltralpe.

Gian Marco De Francisco: l'anima del digitale_Interviste

Il fatto che in questo caso, e diversamente dai precedenti, ti sia dovuto confrontare con un’artista visiva, quale era Charlotte Salomon, è stato un vantaggio o un problema?
È stato un vantaggio perché è risultato molto stimolante cercare l’essenza dell’opera di Charlotte, secondo la mia interpretazione. Quindi abbiamo ripreso la palette cromatica e l’uso del piano sequenza, che è stato particolarmente impegnativo. Anche quella è stata un’idea di Ilaria che era rimasta molto affascinata dall’uso che ne faceva la Salomon. Nell’utilizzo di questa tecnica ci siamo rifatti anche all’opera di Gianni De Luca, un grandissimo maestro e collega (doppiamente perché anche lui era architetto), scomparso troppo presto.

Interessante questo riferimento a De Luca, approfondiamo quindi il legame con la sua produzione.
L’opera di De Luca è di una genialità devastante, è stato un grande maestro del Giornalino, ha creato il Commissario Spada e l’uso del piano sequenza è stato particolarmente rilevante nelle trasposizioni delle opere di Shakespeare, che sono di una bellezza sconvolgente. Naturalmente il confronto con quello che ho fatto io è impietoso, ma spero quantomeno che possa contribuire ad avvicinare ancor più alla sua produzione il pubblico che non lo conosce.

Mi incuriosisce in particolare il legame che avete voluto creare fra la Salomon e De Luca: sai se lui fosse stato in qualche modo ispirato da lei?
No, è un legame che abbiamo voluto creare noi quando abbiamo notato le sequenze di Charlotte all’interno di una sola immagine, che è una tecnica poi utilizzata per suo conto anche da De Luca. Abbiamo voluto sperimentare e spero che sia andata bene!

Però, anche se attribuisci il merito dell’idea a Ilaria e ti ritagli il ruolo dell’artista che ha voluto semplicemente omaggiare due autori molto amati, ravviso una continuità con quanto avevi fatto in Un caso di stalking, dove pure non esisteva la classica gabbia e le tavole davano vita a interessanti sequenze con multiple azioni su una singola immagine.
Ti ringrazio, mi fa molto piacere che tu abbia notato questo aspetto perché in realtà è un tipo di stile che sento molto nelle mie corde. Tecnicamente nasco con i fumetti di Will Eisner, che hanno avuto un grande impatto sulla mia educazione da professionista. Quindi ho avuto un po’ l’imprinting da storie come Contratto con Dio e ora sto gradualmente rimodulando il tutto. Infatti, anche se è stato impegnativo, mi sono trovato molto bene con Charlotte Salomon, dove ho potuto godere della libertà che non avevo in Ragazzi di scorta, in cui c’è la griglia tradizionale che non amo.

Gian Marco De Francisco: l'anima del digitale_Interviste
Piani sequenza a confronto: il fumetto di De Francisco e un quadro di Charlotte Salomon

Prima citavi l’uso del colore, approfondiamo questo aspetto.
Questa è la mia prima opera interamente a colori, quindi ha rappresentato un’ulteriore scommessa in questo senso. In realtà la scelta nasce dalla copertina di Ragazzi di scorta, che avevo fatto io e che aveva lasciato Zaghis molto contento, al punto che poi lui mi ha spinto a provare una storia dove il colore fosse importante. Anche per , dopotutto, il colore nei lavori biografici in luogo della bicromia è utilizzato da un tempo relativamente breve.

A proposito di sfide, nel libro avete effettivamente scelto la strada più rischiosa, perché sarebbe stato molto più facile riprodurre i quadri di Charlotte Salomon, mentre noi non vediamo mai le sue opere, che sono invece intimamente ricomprese nello stile complessivo del racconto.
Non le vediamo anche perché dobbiamo tenere conto che Charlotte le ha prodotte negli ultimi due anni di vita, dopo aver superato una grande depressione, mentre noi raccontiamo l’intero arco della sua vita. In quel breve periodo si è rinchiusa letteralmente nel suo studio e ha prodotto 1300 guazzi, che a tutt’oggi costituiscono anche uno dei principali contributi alla cronistoria del nazismo – anche per questo viene definita l’Anna Frank della pittura. Un riconoscimento che peraltro mi piace molto perché dona pari merito alle arti visive e sancisce come non esista una sola forma narrativa importante, ovvero quella scritta.

Nella moltiplicazione delle figure che le tavole creano attraverso il piano sequenza, vedo un altro legame di continuità con la tua opera precedente, penso al finale di Nostra madre Renata Fonte, dove i protagonisti vedono i “fantasmi” di sé stessi bambini e le due dimensioni per un momento vengono a coincidere. E in effetti, non ti nascondo che anche Charlotte Salomon mi trasmette la sensazione di un romanzo gotico, quasi una storia di fantasmi…
Sono scelte che attengono principalmente a Ilaria, che da un lato ha una grande passione per l’horror, dall’altro ha costruito elementi che forse erano solo nella fantasia di Charlotte – ad esempio il suo rapporto con Alfred Wolfsohn, che è sopravvissuto alla guerra e che non ha mai smentito le voci su una loro relazione. Quindi dall’unione di questi interessi e di una componente forse fantastica può venire il particolare sapore gotico che vedi nelle tavole. Da parte mia devo aggiungere che per entrambe le opere devo ancora una volta ringraziare Ilaria, che mi ha lasciato delle pagine di bellissimo respiro nei finali. È anche un modo per essere più sfumati, ad esempio in Charlotte Salomon lasciamo più che altro intuire il tragico termine della sua vita, perché per entrambi era importante non risultare didascalici.

Fra l’altro anche il modo in cui è raccontato il rapporto fra Charlotte e Alfred è molto interessante, moderno con il loro continuo lasciarsi e riprendersi. Un rapporto proprio “romanzesco”!
Sì, lui entra nella sua vita come insegnante e diventa un po’ un pigmalione, perché permette ai personaggi femminili (Charlotte e sua madre) di affrontare le loro fragilità. Questo pur essendo a sua volta anche una persona che fa del male a Charlotte, nei suoi continui andirivieni: d’altra parte nessuno di noi vive di una sola luce e Ilaria è brava a conferire spessore alle figure. Mi piace partecipare alla loro definizione e infatti man mano che la storia prosegue le figure si fanno più destrutturate, elimino gradualmente delle caratteristiche nel tentativo di arrivare all’emozione. Alfred in effetti è stato proprio il primo personaggio su cui ho lavorato in questo modo.

In tal senso noto pure che il tuo tratto si è fatto più sottile rispetto ai precedenti lavori, dove era molto più corposo.
Anche in questo caso sono contento che la scelta si noti. Il mio stile è cambiato decisamente, sta diventando man mano più sintetico e meno realistico. I colori si fanno più morbidi e lo schema diventa più libero. È una scelta che mi rende più riconoscibile e mi diverte. Inizialmente ho osteggiato chi mi definiva “non realistico”, ma con il tempo ho capito che invece è così. Infatti ho in cantiere altri lavori che saranno ancora più stilizzati. D’altra parte io sono palesemente un disegnatore e in futuro voglio mostrare un lato più “gioioso” del disegno, senza restare ingabbiato in storie necessariamente impegnate.

In effetti ho sempre pensato (e temuto) che storie come quelle in cui ti abbiamo visto impiegato sinora, in cui è il “tema” a essere molto forte, rischino di rendere meno percepibile al pubblico il lavoro stilistico. Qual è il tuo pensiero in proposito?
È vero, ma la leggerezza del tratto alleggerisce la tematica e fa funzionare l’opera a livello inconscio. D’altra parte in questo momento mi interessa che la tecnica sia ancora funzionale alla narrazione e non si “faccia notare” di per sé. La storia di Charlotte Salomon è difficile, piena di eventi negativi, ma è raccontata con colori accesi e una tecnica che cerca di renderla più fruibile. D’altra parte anche chi fa il fumetto umoristico a volte riequilibra il tutto con la morale. È una questione di compensazioni. Il tutto senza stravolgere i capisaldi del racconto biografico e all’interno del margine d’azione fissato con Ilaria, che per fortuna con la sua sensibilità mi permette di lavorare su forme di racconto delicate e non pietiste.

Anche stavolta mi vedo costretto a inserire un “però”: sei un autore che sperimenta molto sul lato visivo, non riesco a credere che l’intento sia solo di equilibrare la storia. Davvero non ti interessa che il tuo sforzo sia ripagato dall’attenzione del lettore?
Mi sono reso conto di una cosa: sperimento per piacere personale, per arrivare a quella sintesi che ho gustato nei fumetti che seguivo da lettore, nelle opere appunto di autori come Eisner e De Luca, senza volermi paragonare direttamente a loro. In questo modo la sperimentazione, e il lavoro che faccio per continuare a portarla avanti, è un processo attraverso il quale mi sto conoscendo. Quindi non è qualcosa legato al voler attirare l’attenzione, cerco di appagare innanzitutto me stesso. Nel caso di Charlotte Salomon, al di là del giudizio che spetta al lettore, mi sono disinteressato completamente del compiacimento del pubblico e – da autore ancora medio quale mi ritengo – penso sia già un bel traguardo.

Gian Marco De Francisco: l'anima del digitale_Interviste

Per concludere qualsiasi discorso sulla tecnica, non possiamo prescindere da un aspetto fondamentale: il lavoro in digitale, di cui sei un assoluto sostenitore. Perché lo preferisci e quali sfide comporta riprodurre l’acquerello con questa tecnica?
Adoro il digitale da sempre e mi ha permesso di crescere da un punto di vista professionale, sia come autore che come docente. Credo di conoscerlo molto meglio di tanti autori blasonati e lo affermo perché conosco i software e come funzionano, mentre altri nomi, interrogati, si sono dimostrati impreparati. Naturalmente questa condizione è necessaria ma non sufficiente a far bene, di fronte a un grandissimo talento la conoscenza del software non è discriminante. Il mio feticismo nell’utilizzare bene un software non sta nel mostrare la natura digitale del risultato, ma nel metterlo al servizio di una colorazione naturale. Ho provato così a riprodurre in digital painting l’olio, l’acrilico e alla fine l’acquerello si è dimostrato più nelle mie corde. Non è facilissimo da usare (e riprodurre) perché con il computer lavori su strati che devono trasmettere l’impressione di quella naturalezza che normalmente otterresti con un solo colpo di pennello. Il vantaggio è innanzitutto nella velocità: la maggior parte del tempo lo impiego nel layout della regia, ma la colorazione è rapida e in 20 giorni posso colorare un libro di 90 pagine.

L’acquerello tradizionale peraltro ha la particolarità di costringere il pittore a essere veloce perché si asciuga in fretta, in digitale invece quali sono gli aspetti peculiari?
Con l’acquerello tradizionale non puoi sbagliare, non puoi mettere una “pecetta”, invece in digitale è possibile tornare sul lavoro fatto e effettuare delle modifiche. Infatti in un flusso di lavoro di tavole, tornare indietro permette proprio quel processo di sperimentazione continua pur restando all’interno di una lavorazione a ritmi industriali.

Questa discussione fra arte e tecnica mi ricorda James Cameron, regista molto tecnico: Michael Bay diceva di lui, vedendo i preliminari di Avatar, che si esaltava per i “bellissimi algoritmi”!
(ride) Un regista che adoro e, al di là di ogni impossibile paragone, sono assolutamente d’accordo con il suo modo di vedere la possibilità espressiva unita alla tecnica. Cerco quindi di far passare il messaggio che bisogna conoscere i mezzi che si usano. L’orgoglio è stato che alcuni, vedendo le tavole, credono che siano realizzate con la tecnica tradizionale.

Ma la riproduzione di uno stile tradizionale non è una limitazione del digitale, che dovrebbe invece avere una sua specificità?
È una giusta obiezione e ci sono sperimentazioni che vanno in quel senso, come quelle che fanno Giulio Rincione o ancora LRNZ, che in Monolith passa senza soluzione di continuità da momenti in cui sembra un olio alle parti più oniriche esaltate dal digitale. Quindi sono io magari a essere troppo vintage, ma il mercato procede anche in questo senso e non sono certo contrario. D’altra parte anche l’unione di tradizione e innovazione è parte di quel processo di sperimentazione che ci coinvolge un po’ tutti in quanto disegnatori.

Intervista realizzata a Taranto il 10 marzo 2019

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