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Gian Marco De Francisco: il fumetto come impegno civile

Abbiamo rivolto alcune domande a Gian Marco De Francisco sul suo lavoro di disegnatore e sul suo ruolo di coordinatore della scuola di fumetto Grafite.
Articolo aggiornato il 23/09/2017

Gian Marco De Francisco: il fumetto come impegno civile, architetto e fumettista tarantino, è co-autore insieme a Ilaria Ferramosca di Ragazzi di scorta (Beccogiallo, 2016), storia a fumetti sulla scorta di Giovanni Falcone. È stato allievo di Carlos Meglia, uno dei maestri della scuola sudamericana del fumetto.
Ha al suo attivo le graphic novel Nostra madre Renata Fonte (001 Edizioni, 2012) e Un caso di stalking (Edizioni Vollier, 2010). Nel 2012 è stato ideatore e a oggi è il coordinatore generale di Grafite, primo polo di formazione regionale sull’arte del fumetto, presente sui territori di Taranto, Bari e Lecce, nata dalla partnership fra lo studio iltratto.com e la Lupiae Comix.

Abbiamo assistito alla presentazione di Ragazzi di scorta nel corso del BGeek 2016 e nei giorni successivi abbiamo contattato Gian Marco De Francisco per rivolgergli alcune domande sul suo lavoro di disegnatore e sul suo ruolo di coordinatore della scuola di fumetto Grafite.

Il tuo ultimo lavoro è Ragazzi di scorta, ma non sei nuovo a opere di impegno sociale. Sei infatti autore dei disegni di Nostra madre Renata Fonte, Un caso di Stalking, e Da grande.
Quanto è importante, oggi, utilizzare anche il fumetto per denunciare il malaffare, e veicolare messaggi di giustizia e legalità?
Io e Ilaria Ferramosca – la sceneggiatrice dei tre romanzi grafici che citavi – pensiamo che attraverso l’uso delle immagini e del medium fumetto si possa arrivare più facilmente alle giovani generazioni, che sono quelle a cui spetta di formarsi adeguatamente per combattere queste realtà criminali. I nostri lavori, infatti, non sono mai celebrativi delle vittime, non sono opere realizzate per onorarne solo la memoria, ma per essere di sprone a emularne l’esempio. È questo che tentiamo di fare nel nostro piccolo.
Non ci interessano gli altarini, perché crediamo ci sia già troppa gente che fa di queste persone normali e comuni dei supereroi, in modo da deresponsabilizzarsi di fronte alla necessità di avere un ruolo sociale attivo nel combattere il malaffare. Questi “eroi”, in realtà, facevano solo il proprio lavoro, esattamente come a ciascuno di noi è chiesto di fare ogni giorno. Invece è più facile celebrare questi uomini e queste donne ritenendo avessero qualcosa di speciale, e ripetendo a noi stessi che siamo sprovvisti di queste qualità e quindi incapaci di agire in concreto.
Questo modo di pensare è invece sbagliato, e con i nostri libri Ilaria e io vogliamo proprio raccontare l’umanità e la normalità delle persone che sono state vittime di mafia.

Gian Marco De Francisco: il fumetto come impegno civileA Bertold Brecht è attribuita la frase “Beato quel popolo che non ha bisogno di eroi”, una massima che contiene una grande verità. Come tu dici, le vittime di mafia erano persone comuni che, svolgendo il proprio ruolo nella società, e purtroppo con il proprio sacrificio, hanno contribuito a migliorarla e a sensibilizzare l’opinione pubblica verso il problema della criminalità organizzata, come nel caso raccontato in Ragazzi di scorta.
Quello che dici è vero. Con Ilaria siamo soliti dire che in fondo anche noi raccontiamo storie di supereroi, dove il superpotere sono la coerenza, la capacità di dire di no alla corruzione e di sapersi prendere le proprie responsabilità, come nel caso di Montinaro, Cillo e Schifani. Questo è il superpotere che tutti potremmo e dovremmo avere nella realtà.

In parte mi hai già risposto, dicendo che i tuoi fumetti intercettano soprattutto un pubblico giovane e ricettivo a queste tematiche, ma, a parer tuo, in che modo il fumetto si distingue dagli altri media quando si tratta di raccontare vicende importanti come quelle di Ragazzi di scorta e Un caso di stalking?
La componente grafica ha indubbiamente la sua importanza, anche in un fumetto sociale, e tocca naturalmente me come disegnatore ma anche Ilaria in quando sceneggiatrice, poiché riguarda l’aderenza filologica alla storia. A noi spetta il compito di facilitare la comprensione del testo attraverso le immagini, cercando di rendere quanto più aderenti possibili alla realtà. Questo in un momento in cui, come ha tristemente detto Tullio De Mauro, siamo tutti vittime dell’analfabetismo funzionale e siamo diventati più pigri nella lettura e meno avvezzi alla comprensione di un testo scritto.
Il fumetto, in questo senso, è d’ausilio alla struttura del testo, che è per sua natura più complessa e richiede uno sforzo di immaginazione maggiore, in quanto una parte di quell’immaginario visivo viene proprio offerto da noi attraverso le immagini.
E abbiamo notato che questo strumento è molto apprezzato dai ragazzi. Quando li abbiamo presentati nelle scuole, tutti i nostri precedenti lavori sono andati a ruba, perché i giovani hanno trovato a loro molto congeniale questo strumento narrativo.

Riallacciandomi a quanto dicevi prima sull’aderenza filologica ai fatti, so che per Ragazzi di scorta siete andati, non senza alcune difficoltà, a intervistare i familiari delle persone coinvolte per conoscere meglio fatti e retroscena, e descrivere meglio le loro personalità e le loro vite al di là del fatto di cronaca in sé.
Su quel piano c’è un’attenzione molto particolare da parte mia e di Ilaria. Essendo un progetto a quattro mani, a lei spetta il compito di interfacciarsi con i parenti delle vittime, con un notevole coinvolgimento sul piano emotivo. Io arrivo in seconda battuta, quando c’è da fare un lavoro altrettanto scrupoloso sulle ricostruzioni ambientali e sui ricordi più vivi, come per esempio il modo in cui i protagonisti della storia erano vestiti o quali auto guidavano o che tipo di armi utilizzavano…
Una caratteristica e una difficoltà comune riscontrata in tutti i nostri lavori è legata al fatto che spesso le famiglie delle vittime tendono ad allontanarsi dai luoghi d’origine, e questo ci ha portato a dover lavorare di fantasia per la ricostruzione delle loro abitazioni, ad esempio, che oggi non sono più accessibili. Quindi, di contro a questa operazione di fantasia, cerchiamo di essere quanto più rispettosi della realtà dei fatti.

Gian Marco De Francisco: il fumetto come impegno civileCi sono state esperienze personali che ti hanno indotto a focalizzarti su questo tipo di fumetto?
Credo non sia stata una pura casualità, perché il mio impegno nel sociale mi ha sensibilizzato sin da giovanissimo verso certe tematiche, e negli anni mi ha condotto a utilizzare lo strumento del lavoro per costruirmi un ruolo civile più attivo.
Non è però facile essere un fumettista che tratta argomenti come questi, perché non si realizzano fumetti destinati al grande pubblico, alle masse, per quanto rimanga più utile sul piano sociale, dato che le nostre matite vengono messe a disposizione di una causa più alta. Credo che disegnare fumetti di questo genere sia molto più utile (per l’impegno a sensibilizzare civicamente) che disegnare un Superman, che ha di per sé una componente più ludica. Fermo restando che piacerebbe anche a me potermi dedicare a personaggi di quel tipo, un prodotto come quello offerto da è un’altra cosa. Credo sia tutta una questione di sensibilità personale.

Ovviamente penso concordi con me se dico che anche il fumetto supereroistico può veicolare messaggi sociali importanti. Però in un fumetto come il vostro il messaggio è più diretto, vengono trattate tematiche più vicine a noi, e senza usare lo strumento della metafora, come invece accade in un fumetto supereroistico.
Esatto. Spesso tendiamo a guardare all’estero come un qualcosa di meraviglioso, mentre il nostro territorio e la nostra storia ci devono rendere orgogliosi di essere italiani. Basterebbe leggere le storie che la stessa BeccoGiallo racconta, sebbene molte di esse non abbiano un lieto fine. È un atteggiamento frequente in una società un po’ addormentata come la nostra.
Spesso ci capita di fare formazione nelle scuole, ed è più facile che i ragazzi sappiano chi è Roberto Saviano che Giovanni Falcone o Paolo Borsellino. E il motivo è perché Saviano è un personaggio mediatico, mentre Falcone e Borsellino sono figure molto più lontane nel tempo.
Per questo operazioni come la nostra servono a mantenere viva la memoria del sacrificio fatto da queste persone, e la loro coerenza.

Spostandoci al tuo impegno nel campo dell’educazione, nel 2012 sei stato ideatore e oggi sei coordinatore generale di Grafite, una scuola di fumetto e grafica digitale molto attiva sul territorio pugliese. A tuo avviso, cosa questa regione ha dato e può ancora dare in futuro al mondo del fumetto?
Parlando da pugliese, ricordo sempre con molto orgoglio che la nostra regione ha dato i natali ad autori fantastici, dando vita a una vera e proprio “scuola pugliese” che tanto sta dando al panorama nazionale e internazionale. Per citare alcuni nomi, nostri sono Sebastiano Vilella, Dante Spada, Mario Milano, Alessio Fortunato, Andres Mossa, Alessandro Vitti, Emanuele Boccanfuso, Walter Trono, e tanti altri che sono amici e colleghi… Sono davvero in tanti e anche giovanissimi, ad essere nei gangli del fumetto nazionale e estero e di cui dobbiamo essere fierissimi. Ma molti di loro sono andati via dalla Puglia, è un dato di fatto. E questo è avvenuto perché qui non avevano alcun supporto per la loro carriera.
Oggi, invece, è possibile lavorare da casa, e anche i contatti – che quando ero giovane bisognava andarsi a cercare in giro per l’Italia – è possibile farseli e mantenerli senza lasciare il proprio luogo di origine.
L’idea di Grafite è appunto quella di creare, prima ancora che una scuola di fumetto, una comunità, in cui l’impegno principale è fare scouting fra gli autori ancora nascosti nelle decine di paesini pugliesi. Grafite in questo senso è il tentativo di porre un argine all’emigrazione forzata, e si prefigge l’obiettivo di creare una comunita per tutti quei ragazzi che intendono lavorare in questo  settore, cosicché, ricevendo una formazione adeguata, non debbano lasciare la regione”.

Gian Marco De Francisco: il fumetto come impegno civileCon quali intenzioni i ragazzi si avvicinano a una scuola di fumetto, e in quanti riescono effettivamente a realizzarsi in questo ambito?
Fra noi autori circolano due scuole di pensiero: una secondo cui una scuola non serve a nulla, e l’altra per cui la scuola serve a dare un percorso agli allievi. Per me una scuola di fumetto ha il compito di dare agli studenti una forma mentis.
Ci sono allievi geniali e con del talento mostruoso, ma irrazionali e scoordinati, incapaci di organizzare il proprio lavoro, e sono tanti i talenti che abbiamo perso proprio a causa di questi loro limiti. Invece io posso dimostrare che sono quelli veramente determinati a farcela, quelli che si rimboccano le maniche e vanno avanti. Nelle scuole di fumetto, realisticamente, è solo il 10-15% a farcela. Per questo noi di Grafite accettiamo pochi iscritti, e proprio perché sappiamo che solo un numero ristretto riesce a perseguire il proprio obiettivo fino in fondo.
Posso dire che chi arriva a chiedere di essere formato presso una scuola lo fa perché cerca anche un sostegno non solo tecnico ma psicologico, perché spesso è in lotta con una famiglia che non lo asseconda, con una società che ritiene il lavoro artistico come di serie B e con se stesso, perché teme di non farcela. Per questo abbiamo pensato a Grafite come a una comunità di autori e di giovani leve, perché sappiamo quanto sia difficile farsi largo in questo mondo dove nessuno è in attesa di un nuovo genio del secolo, e quanto sia importante soprattutto saper promuovere il proprio lavoro. In questo senso noi cerchiamo di fornire ai nostri allievi delle abilità, ma soprattutto di farne sbocciare le personalità.

Una scuola ha quindi il compito di insegnare ai ragazzi anche il senso di sacrificio e l’umiltà necessarie per incassare le critiche e migliorarsi partendo da quelle.
Ho notato spesso che noi autori “quarantenni a salire” ci lamentiamo del fatto che i ragazzi, oggi, hanno meno determinazione rispetto a quanta ne avessimo noi. Personalmente ho ricevuto non poche porte in faccia, come tutti gli autori ai loro esordi. Oggi, invece, molti si fermano e basta un nonnulla per farli desistere.
Il compito di una scuola dovrebbe essere non di coccolarli (per quello ci sono già le famiglie), ma di sostenerli e insegnare loro a resistere anche agli urti, o non andranno mai da nessuna parte. Questa capacità di resistenza è qualcosa che non hanno, perché sono abituati ad accontentarsi e ad andare avanti senza pretendere molto da se stessi, soprattutto quella qualità che invece a noi era richiesta, a scuola come agli inizi nel mondo del lavoro. Il tentativo, quindi, dovrebbe essere quello di strutturarli un po’ di più.
Da noi si presentano 14enni come anche 30enni, e io mi commuovo ogni volta che una persona adulta mi dice chiaramente che quella è per lui o per lei l’ultima possibilità in campo artistico. Ecco, io non so dove quel ragazzo o quella ragazza potranno arrivare, ma so che sicuramente sta compiendo un passo più che consapevole, molto più di allievi più giovani.

Gian Marco De Francisco: il fumetto come impegno civileUn motivo per cui dissuaderesti un giovane dall’intraprendere questo mestiere, e uno per cui dovrebbe assolutamente assecondare la propria inclinazione.
Io disegno da quando avevo cinque anni, poi sono diventato un architetto e tutt’ora esercito la professione. Ma non ti nascondo che facendo solo l’architetto a un certo punto ho sbroccato, perché ritengo che ciascuno di noi – è questa è una metafora che uso spesso – ha una piccola belva dentro di sé, che se non mangia fuori mangia dentro. Significa che, se ci viene impedito di esprimerci disegnando o seguendo una nostra inclinazione, la passione che ci brucia dentro ci consumerà rendendoci degli individui frustrati. Quindi il mio consiglio è di seguire le proprie passioni e assecondarle al di là dei risultati: l’importante è provarci, come la goccia che poco alla volta scava la roccia.
Mentre eviterei di iscriversi a una scuola di fumetto se lo si vuol fare solo per seguire una moda, perché alla fine si tratta di sopportare una spesa non da poco, che la si faccia personalmente o si gravi sulla propria famiglia, e oggi è importante saper prendersi cura dei propri risparmi. Se questo non è un cammino che si desidera fortemente, non è il caso di intraprenderlo.

Ringraziamo Gian Marco De Francisco per la disponibilità nel rispondere alle nostre domande.

Intervista realizzata telefonicamente il 3 giugno 2016.

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