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Garth Ennis – Punisher: Frank Castle Anno Uno

Garth Ennis irrompe alla Marvel come un pirata, sventolando una bandiera nera su cui è disegnato la sagoma di un teschio: quello del Punitore.
Articolo aggiornato il 23/09/2017

Doubt the conventional wisdom unless you can verify it with reason and experiment. (1)
Steve Albini

Garth Ennis – Punisher: Frank Castle Anno Uno
La copertina del primo numero della nuova serie max dedicata al Punitore. © .

irrompe alla Marvel come un pirata, sventolando una bandiera nera su cui è disegnato la sagoma di un teschio (2) . Il suo ariete è uno dei personaggi più controversi che la casa editrice dei Fantastici 4 abbia mai partorito: .

Si tratta dell’eroe con cui lo sceneggiatore ha maggiori affinità e quello che gli permette di esprimere con maggior efficacia il proprio sadismo eversivo, mettendo allo stesso tempo in gioco le posizioni morali dei suoi nuovi ospiti/padroni e di teorizzare le origini della violenza insita nel sogno americano. È più che legittimo chiedersi se si tratti di un anticonformista reintegrato o di un situazionista che cerca di rivoluzionare il sistema dal suo interno. In questo breve capitolo prenderemo in considerazione pochi volumi della sterminata produzione di Ennis con il Punitore, non per forza i più celebri (o non solo), ma sicuramente tra i più significativi, cercando di non debordare eccessivamente con le speculazioni.

Innanzitutto dobbiamo capire chi è Frank Castle. Nato dalla mente di Gerry Conway e dalla mano di Ross Andru, come villain di Spider-Man, nel numero 129 di The Amazing Spider-Man (3) , in tempi in cui al cinema furoreggiavano i revenge movie, si è col tempo conquistato uno spazio particolare all’interno dell’universo Marvel, tanto da diventare protagonista di numerose testate a lui dedicate.

È il primo dei personaggi Marvel per cui le ombre e le ambiguità si manifestano palesemente. Per poterlo meglio definire dobbiamo catalogare i supereroi in due categorie approssimative e generiche: i difensori e i vendicatori.
I primi sono illogicamente votati a un bene quasi astratto, illusorio, ideologico, e motivati da un profondo e umano senso di responsabilità. Tra questi possiamo trovare ovviamente Superman, Green Lantern, Spider-Man e molti altri, personaggi che, per contrastare questa assurda bontà, si confrontano con un loro doppio simmetricamente opposto: Bizzarro per Superman, Parallax per Green Lantern, Venom per Spider-Man e via dicendo.
Nella seconda categoria si collocano invece personaggi più intriganti, perché perennemente avvolti da tenebre che ne caricano il mistero e ne risaltano gli aspetti più enigmatici; spesso si tratta di semplici uomini comuni, privi di effettivi superpoteri e votatisi al Male perché vittime di traumi infantili. The Punisher appartiene a quest’ultimo gruppo.

Da una parte recupera l’origine pulp degli eroi popolari, riallacciandosi a figure non proprio unidimensionali come quelle che si potevano leggere tra le pagine delle riviste nere degli anni Trenta – difatti è il primo personaggio Marvel a portare armi da fuoco, come appunto The Shadow e Batman delle origini –, e dall’altra anticipa molti temi del fumetto moderno, quello che ha avuto le sue forme più revisioniste in The Dark Knight Returns (4) e in Watchmen (5) , opere paradigmatiche nonché spartiacque tra Silver Age e Modern Age e Postmodern Age.

Queste ombre, nell’epoca della decostruzione operata dal fumetto moderno, si fanno più profonde e paradossalmente rivelano la condizione psicopatologica di Batman e di tutti gli altri Watchmen, vittime di uno smascheramento del mito analogo a quello che la New Hollywood ha svolto nei confronti del cinema classico. Sulla base di questo, si può distinguere una terza possibile categoria degli uomini in calzamaglia, ovvero quella popolata degli anti-eroi, il cui approccio parodistico e metalinguistico ha prodotto personaggi la cui modernità meriterebbe un più articolato approfondimento: su tutti The Spirit di Will Eisner, ma anche Plastic Man del geniale Jack Cole (6) (raro esempio di artista maledetto nell’ambiente dei comics), o il quasi dimenticato The Rocketeer di Dave Stevens (7) . Sarà proprio in questa posizione che Ennis ricollocherà The Punisher.

Nato come Francesco Castiglione, poi naturalizzato in Castle, cresce sulle dure strade di Brooklyn e ciò che lo segna profondamente è l’esperienza della guerra nel Vietnam. Tolta l’uniforme si sposa con Maria Elizabeth e dalla loro unione nascono Lisa Christie e Frank David. Durante un pic-nic a Central Park, Frank e la sua famiglia rimangono vittima di uno scontro a fuoco fra gang rivali; l’uomo, gravemente ferito, è l’unico sopravvissuto e impazzisce letteralmente per la perdita. Indossata una maglia nera su cui è disegnata la sagoma di un teschio e armato fino ai denti, diventa un vigilante ossessionato dalla mafia; per placare la propria sete di vendetta uccide i membri della famiglia malavitosa responsabili dell’omicidio dei suoi cari, ma sente che la sua missione non è veramente compiuta.

Fin da subito è chiaro che un’interpretazione ideologica del vigilante risulta essere riduttiva. È proprio lo sceneggiatore Steven Grant, un autore provocatorio ma tutt’altro che reazionario, diretto responsabile insieme a Mike Zeck della serializzazione del personaggio intorno agli anni Ottanta (8) , a sottolinearne la vicinanza con Lo straniero di Camus, notando come:

“Heidegger, che parte dal pensiero di Kierkegaard, potrebbe essere una chiave di lettura di The Punisher: dal momento che non possiamo sperare di comprendere il motivo per cui siamo qua, se c’è qualcosa da capire, l’individuo deve scegliere un obiettivo e perseguirlo completamente, nonostante la certezza della morte e il significato dell’azione. Così è come ho concepito il Punitore: un uomo che sa di dover morire e che riconosce che, nel grande disegno, le sue azioni non contano nulla, ma che persegue la sua esistenza, perché questo è ciò che egli ha scelto di fare”. (9)

La storia editoriale e diegetica di Frank Castle lo vede come un nosferatu molteplice, dalle molte morti: quando ha cambiato nome in Frank Castle, nella guerra del Vietnam; quando gli hanno ucciso la famiglia e lui viene creduto morto, un po’ come The Spirit di Will Eisner; o come uno dei tanti cavalieri solitari del cinema western post-Leone; senza dimenticare la condanna sulla sedia elettrica. Alla fine degli anni Novanta la Marvel, in ristrettezze economiche, aveva affidato il suo personaggio, insieme ad atri tre supereroi (Daredevil, per cui il regista Kevin Smith scriverà Diavolo custode, Pantera Nera e Gli Inumani) a una piccola casa editrice esterna, la Event Comics, composta dal tandem artistico di Joe Quesada e Jimmy Palmiotti. Proprio in questa sede vede luce la prima resurrezione narrativa del nostro eroe con Purgatory, scritto dal romanziere fantasy Christopher Golden e Bernie Wrightson nel 1998, in cui il Punitore ritorna come agente soprannaturale (10) . In tutto sono cinque i cicli narrativi/editoriali in cui ha vissuto, due dei quali curati da Ennis (quello della serie Marvel Knitghs e della serie max, due saghe, come vedremo, complementari, in rapporto quasi dialettico).

Garth Ennis – Punisher: Frank Castle Anno Uno
Dida: La copertina del primo numero di The Punisher: Purgatory © Marvel Comics.

Quando è chiamato a raccogliere questo antisupereroe dal dimenticatoio Marvel, lo sceneggiatore irlandese è già un autore mainstream, reduce di molti successi nella rivale dc Comics che, tuttavia, non gli hanno impedito di mantenere una coerenza poetica rispetto alle opere underground dei tempi della rivista inglese 2000 ad. Ma lo scontro con un continuum narrativo così stratificato e governato da imprescindibili regole morali, come quello creato da Stan Lee, poteva essere una sfida persa in partenza.

L’unico modo per Ennis di raccontare storie efferate con un personaggio interno a tale universo era quello di inventarsi dimensioni parallele che gli permettessero di distruggere il mondo Marvel senza intaccarlo. Quindi si serve di uno degli strumenti narrativi prediletti da Alan Moore, la distopia, senza però far ricorso alla teoria delle stringhe per giustificarla. Si tratta di una forma di narrazione in condizionale, “cosa sarebbe successo se…?”, e il condizionale è la variante narrativa che meglio si addice al Punitore.

È nel 1995 che viene pubblicato il one-shot The Punisher Kills the Marvel Universe (11) con le illustrazioni dell’inglese Dougie Braithwaite, mentre il compare si occupa solo della cover. In questo Elseworld (12) che parte dal quartiere di Hell’s Kitchen (campo base di Daredevil) Punisher, supereroe significativamente escluso dalla saga di Kurt Busiek e Alex Ross, Marvels, fa letteralmente fuori tutti gli eroi Marvel. Il semplice fatto di essere una mina vagante lo rende l’unico personaggio a non seguire la deontologia professionale, ovvero il Comicscode, vera e propria metafisica nel mondo dei comics americani. Forse è questo l’unico superpotere che lo contraddistingue, l’amoralità. Al termine della strage degli eroi mascherati lui pone fine alla propria esistenza (ultimo elemento rimasto dell’universo ipertestuale in cui si muove), dichiarando in maniera chiara che l’identità è determinata dal confronto dell’altro, che Bene e Male non costituiscono un mero binomio di contrasti, ma coincidono. Rimbaudianamente per Ennis, Io è l’Altro.

La porta è stata sfondata, e in maniera piuttosto rumorosa, ma per appropriarsi totalmente di un personaggio preesistente, Ennis deve raccontarne le origini. Lo fa partendo dalla sua nascita iconografica, prima che cronologica, e con Welcome Back Frank (titolo italiano: Bentornato Frank) (13) inaugura il ciclo narrativo Marvel Knights dove Ennis ridà vita, sia commerciale che estetica, al Punitore, facendo coincidere la vicenda biografica del personaggio a quella extratestuale.
È fondamentale sottolineare che non si tratta di una resurrezione cristologica, come quella che a suo tempo fece fare Miller a Daredevil in Born Again (14) , ma di una resurrezione vampiresca, orfica e Rilkiana, se si pensa a quanta morte si porta dentro Castle (“nasciamo con la morte dentro” (15) diceva Malte Laurids Brigge). Il discorso si riallaccia alle atmosfere pulp che hanno definito le linee guida del personaggio.

Spogliato di qualsiasi misticismo e di ogni aspetto ipertecnologico, quasi bondiano, determinato dalla presenza dall’hacker Microchip, comprimario qua totalmente assente, Punisher torna alla sua sintesi, un flâneur dei bassi fondi newyorkesi assetato di insensata vendetta. Allo stesso tempo, vengono totalmente rifiutati gli psicologismi riproponendo la bidimensionalità propria del fumetto classico, quello che Marshall McLuhan colloca tra i media freddi, a bassa definizione (come telefono e televisione), che implicano cioè un alto grado di completamento da parte del fruitore a causa della limitata quantità di informazioni fornite (16) . Ma le estremizzazioni delle caratteristiche raggiungono l’iperbole e tutto diviene grottesco, funzionale alla mortificazione del vendicatore nero che diventa, così, un personaggio al limite del surreale, ennesimo character in una galleria che ha i suoi pezzi forti nel Lobo creato da Keith Giffen e Roger Slifer, in Ranxerox di Stefano Tamburini e in The Goon di Eric Powell.

La sceneggiatura, diceva Pasolini riferendosi a quella cinematografica, è un testo scritto per non essere letto. Questo vale solo in parte per il fumetto, trattandosi di un linguaggio composto equamente di codici iconici e verbali. Ennis ne è totalmente consapevole e, al pari di Alan Moore, dimostra di saper scrivere per immagini, come è verificabile nella breve storia Roots (17) in cui linguaggio fumettistico si palesa in quanto arte sequenziale (18) .

Garth Ennis – Punisher: Frank Castle Anno Uno
La pagina d’apertura di Roots © Marvel Comics.

Nelle grandi case editrici è ormai consolidata abitudine una struttura fordista del lavoro sul fumetto, un po’ come nella Hollywood degli anni d’oro; la catena di montaggio produttiva stabilisce infatti ruoli specifici e specializzati. Così, sceneggiatore e disegnatore spesso non coincidono, a parte rari ed eccelsi casi come Frank Miller, Carl Barks, Will Eisner, Jack Cole o Osamu Tezuka. Ancora più rare sono le situazioni in cui il binomio si compenetra reciprocamente tanto che disegnatore e scrittore arrivino a confondersi: sono questi i casi delle accoppiate Stan Lee & Jack Kirby, Jerry Siegel & Joe Schuster, Tiziano Sclavi & Angelo Stano, Kazuo Koike & Goseki Kojima. Ma la caricatura e il grottesco che caratterizza Garth Ennis & Steve Dillon ha un suo particolare corrispettivo italiano in Max Bunker & Magnus:

“Misteriose alchimie delle coppie, di quelle artistiche non meno che di quelle sentimentali. Lennon & McCartney, Partridge & Moulding, Battisti & Mogol: congegni a orologeria l’uno complementare dell’altro”. (19)

Questo stile trasfigurato, fumettistico nella sua accezione più nobile, si propone come la prospettiva distorta del protagonista, altrettanto surreale quanto quella di Plastic Man, ma soprattutto coincidente con il punto di vista di Ennis.

Castle “vede il mondo in termini di bianco e nero, risolve i propri problemi con assoluta finalità” e “la sua risposta a qualsiasi problema: in caso di dubbio, colpire forte (20) .

La sua vendetta è legata a un’incompleta elaborazione del lutto. Delle cinque fasi che la contraddistinguono (negazione, rabbia, depressione, patteggiamento, accettazione), Frank Castle è fermo alla rabbia. Un oggetto inamovibile che, ribaltando la concezione esistenzialista, diventa un assoluto: egli è prima di esistere. Proprio come Judge Dredd, con cui Ennis si è più volte confrontato, è giudice e carnefice, ma soprattutto si fa detentore del potere legislativo, mettendo in discussione ogni regola etico/morale, proprio in Bentornato Frank si insinua la possibilità che abbiamo a che fare con un mero serial killer così da legittimare la dimensione seriale propria del comic-book.
La sua condizione irrisolta lo trasforma in un archetipo, una figura bidimensionale, tutt’uno con il suo simbolo. Dovendo servirci delle categorie semiotiche per definire il Teschio che svetta sul suo petto, piuttosto che di icona parleremmo di indice, ovvero di quei segni che hanno la caratteristica di essere in connessione fisica con l’oggetto indicato, ma forse potremmo alludere anche al concetto husserliano di segnale introdotto dal filosofo nella prima delle Ricerche Logiche.

“Il concetto di segnale sembra qui comprender l’area occupata, in Peirce, dal concetto di indice e da quello di icona: Husserl infatti parla di segnale nel caso di un oggetto che rinvia ad un altro per via di una certa contiguità, sia “fisica” (soprattutto in senso causale: p.e. il fumo che rimanda al fuoco come sua origine), sia percettiva (come nel caso di un disegno che riproduce i tratti essenziali dell’oggetto rappresentato). Questa caratterizzazione è però insufficiente. Occorre, infatti, aggiungere che per Husserl l’essenza del segnale risiede nel rapporto di indicazione che esso istituisce, e che può esserci segnale anche senza quella contiguità cui s’è accennato, ossia su basi puramente arbitrarie, senza relazione causale o isomorfismo percettivo tra indicante e indicato: quello che conta è che, nel rapporto di indicazione, la presenza attuale di certi oggetti motiva l’apprensione di certi altri oggetti”. (21)

Punisher non è solo il tramite per parlare con la morte, egli è la morte stessa. La sua caratterizzazione rispecchia almeno due dei personaggi creati da Alan Moore in Watchmen: innanzitutto il Comico, con cui condivide quel cinismo che smaschera la natura violenta degli Stati Uniti, mentre l’altra figura con cui ha a che fare è Rorscharch. Entrambi sono allo stesso tempo forza irrefrenabile e oggetto inamovibile il cui simbolo di morte, in particolare la macchia sul volto nel vigilante di Moore, è un segno interpretabile in cui ognuno ci può vedere il Bene o il Male.

Sempre all’interno di Marvel Knights, Ennis scrive Do Not Fall in New York City (titolo italiano: Non cadere a New York City) (22) , una storia breve, minore forse, che però gli permette di esprimersi meglio che nelle lunghe saghe. In questa avventura, l’avversario è un patetico uomo medio americano, tutto casa, famiglia e violenza. In realtà, Joe Perrett non è altro che quello che Frank Castle sarebbe diventato se non gli avessero ucciso moglie e figli, se non gli avessero dato una causa contro cui sublimare il proprio trauma. Come ci viene rivelato dalle parole in didascalia di Castle, Perrett era con lui in Vietnam, era sergente mentre Frank rivestiva il grado di tenente dei marine. Forse per questo mostra un’insolita pietà nei confronti dell’efferata tragedia interiore dell’ex-commilitone.

Alla luce del successivo Born (23) , con un’altra impronta stilistico editoriale, possiamo comprendere meglio questo Non cadere a New York City dove avviene la seconda Rinascita, che inaugura la versione realistica, hard boiled: il quinto ciclo narrativo sotto l’etichetta max.

Ennis abbandona l’amico Dillon e si appoggia a disegnatori con un tratto più realistico e la violenza della serie diventa meno macchiettistica e più reale. Dopo aver messo gli accenti sulle caratteristiche iconiche del personaggio si approfondisce la biografia, le origini del personaggio. Born è innanzitutto un racconto di guerra, genere amatissimo da Ennis, con cui sembra omaggiare gli splendidi fumettacci della ec Comics, come i Frontline Combat.

Il Vietnam è visto come spettacolo futurista, non di macchine e rumori, ma di corpi, squartamenti e amputazioni, una festa della materia umana. È in questo contesto che la follia prende possesso di Castle (è in guerra che muore per la prima volta): la strage a Central Park è stata solo la goccia che ha fatto traboccare il vaso. The Punisher non è un angelo che osserva al di sopra delle parti gli umani, ma un mero prodotto della società in cui vive e, dunque, un figlio della violenza.

Garth Ennis – Punisher: Frank Castle Anno Uno
Dida: Frank e il figlio colpito a morte durante la sparatoria nel parco, da The Punisher vol. 5, n. 1, p. 5. © Marvel Comics.

Per riconoscerne la profonda visione etica è necessario munirci di una sorta di Epoché, quella sospensione del giudizio come la definì Husserl, consapevoli che “lo scrittore non ha più una posizione morale” (24) . The Punisher è il portavoce della poetica del suo sceneggiatore, cinico quanto Miguel Angel Martin, con cui condivide anche la condizione di deterritorializzamento: gli immigrati irlandesi e italiani hanno popolato l’immaginario popolare americano, rappresentati sempre come le due popolazioni che hanno abitato i quartieri più bassi della società.

La narrazione prosegue con In the Beginning (titolo italiano: In principio) (25) , dove, come in una sorta di remake di Bentoranto Frank, si rifondano le coordinate iconiche e Frank Castle non ha più il volto di un eternamente giovane Steven Seagal, preso come modello stereotipato dell’italoamericano da Dillon, ma Lewis Larosa fa sì che tutte le rughe dei suoi potenziali anni trasformino il suo volto nella maschera di Clint Eastwood, in una ulteriore identificazione con Dirty Harry [Il celebre ispettore Callaghan. N.d.C.]. Con The Cell (26) si articola ulteriormente il labirinto intertestuale ed Ennis arriva a citare lo storico Circle of Blood (titolo italiano: Circolo di sangue) di Steven Grant e Mike Zeck, per lo meno per quanto riguarda l’ambientazione carceraria iniziale.

La serie, al momento [della pubblicazione originale di questo saggio – ndr], è ancora in corso di stampa ma Ennis si è premunito di dare un finale anticipato con The End (27) . Si tratta di un altro Elseworld che, come The Punisher Kills the Marvel Universe, è totalmente slegato dalle sue due continuity e termina con la morte del Punitore. Oltre a essersi appropriato delle origini, Ennis si è appropriato preventivamente anche della morte, ponendovi definitivamente il proprio sigillo.

Nel complesso, possiamo dedurre un progetto assolutamente organico che vede nella serie grottesca di Marvel Knights e in quella realistica di max un rapporto di causalità non organizzabile in senso cronologico, ma, come avviene leggendo un fumetto, in una continuità spaziale sottolineata dalla presenza costante dell’artista Tim Bradstreet che, con un tocco personale e assolutamente coerente, ha realizzato le cover di entrambe le saghe. La corrispondenza tra le due versioni è verificabile anche grazie al riconoscimento del nemico, quell’intervento dell’altro su cui può fondarsi l’identità dell’eroe. E questo Altro sono doppioni di Castle in un gioco dialettico esponenzialmente autoreferenziale: giganti mostruosi, spietati e senza una morale, anch’essi espressione di quell’America che Ennis vede nel Punitore. I due villain che meglio possono esprimere questo concetto sono il Russo nella versione grottesca di Marvel Knights, e Barracuda nel fumetto omonimo, dove il vero nemico è la new economy, mentre Punisher si fa estemporaneo avversario di quello che Toni Negri definisce Impero.

Postilla: rimediazioni

Il personaggio è denso di riferimenti e suggestioni cinematografiche, e congiunge il filone dei giustizieri della notte con la figura del reduce disadattato, l’anti-eroe del noir anni Quaranta poi recuperato e aggiornato negli anni Settanta ai tempi e ai temi del Vietnam. Senza scordare tutto il bagaglio aggiunto da Ennis che, come si è detto in precedenza negli altri capitoli, sembra aver fagocitato Sam Peckinpah, Clint Eastwood e Quentin Tarantino (28) .

Garth Ennis – Punisher: Frank Castle Anno UnoMa nonostante tutto questo non ha avuto dignitosi adattamenti per il grande schermo. Non che non ci abbiano provato: da quella anni Ottanta con Dolph Lundgren (29) , passando per quella più recente ispirata proprio a Bentornato Frank (30) ; fino all’ultima The Punisher: War Zone (31) , nessuna di queste ha reso giustizia all’eroe.

Paradossalmente, solo il videogame, negazione linguistica del fumetto, che si esprime attraverso il movimento e il sonoro, sembra essere riuscito a riportarne lo spirito. Il gioco per Playstation 2 (32) è ispirato alla saga Bentornato Frank e ricicla una tecnica grafica già utilizzata in xiii, gioco pubblicato due anni prima (nel 2003) e sviluppato da Ubisoft, anch’esso tratto da un fumetto, più precisamente dall’omonima serie belga di Jean Van Hamme e William Vance. La caratteristica che li accomuna è il marcato stile fumettistico grazie all’’utilizzo del cel-shading (una tecnica di modellazione 3-D, non fotorealistica, finalizzata a far apparire le immagini generate tramite la computer grafica come se fossero disegnate a mano). La narrazione ludica del First Person Shooter (sparatutto in prima persona) si traduce con un piano sequenza in soggettiva intervallato da cut-scene narrative che si adatta perfettamente all’individualismo estremo di Castle.

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Note:
  1. “Dubita del giudizio convenzionale a meno di non poterlo verificare con il raziocinio e la sperimentazione”. 

  2. Oltre a The Punisher l’altro eroe Marvel cui Ennis contribuirà alla rinascita è Ghost Rider, il motociclista del diavolo con un teschio fiammeggiante al posto della testa

  3. Gerry Conway, Ross Andru, The Amazing Spider-Man n. 129, Marvel Comics, New York 1974. Edizione italiana: Editoriale Corno, L’Uomo Ragno n. 149, Milano 1976. 

  4. Frank Miller, The Dark Knight Returns nn. 1-4, dc Comics New York 1986. 

  5. Alan Moore e David Gibbons, Watchmen nn. 1-12, dc Comics, New York 1986-1987. 

  6. Art Spiegelman, insieme al disegnatore Chip Kidd, ha realizzato un fumetto dedicato a Cole e al suo personaggio: Art Spiegelman e Chip Kidd, Jack Cole and Plastic Man: Forms Stretched to their Limits, Chronicle Books, San Francisco 2001. 

  7. La seguente tassonomia fa riferimento al mio articolo Venga il loro regno apparso su «Fumo di China» n. 173 

  8. Steven Grant, Mike Zeck, The Punisher nn. 1-4, Marvel Comics, New York 1986. 

  9. Steven Grant (intervista a) da «thepunishercomics» 2008. [Traduzione a cura dell’autore. N.d.C.] 

  10. Christopher Golden e Bernie Wrightson, The Punisher: Purgatory nn. 1-4, Marvel Comics, New York 1998. 

  11. What If? è, infatti, il titolo della serie in cui viene pubblicato questo numero. Garth Ennis, Dougie Braithwaite, The Punisher Kills the Marvel Universe, Marvel Comics, New York 1995 

  12. Gli Elseworld sono storie slegate dalla continuity. 

  13. Ennis Garth, Dillon Steve, The Punisher: Welcome Back Frank – The Punisher vol. 4 n. 1 Marvel Comics. 2000-2001. 

  14. Frank Miller e David Mazzuchelli, Daredevil: Born AgainDaredevil nn. 227-233 , Marvel Comics, New York, 1986. 

  15. Rainer Maria Rilke, I quaderni di Malte Laurids Brigge, Edizione italiana Garzanti Libri, Milano 2002. 

  16. Marshall McLuhan, Gli strumenti del comunicare, Il Saggiatore, Milano 2002, pp. 31-42. 

  17. Garth Ennis e Joe Quesada, Roots, in Marvel Knights Double-Shot n. 1, Marvel Comics, New York 2002. Edizione italiana in 100% Marvel – The Punisher: Garth Ennis Collection n. 3, Panini Comics, Modena 2009. 

  18. La sequenzialità in questione è rappresentata visivamente grazie a un layout che mostra l’impossibile soggettiva dall’interno della bocca. 

  19. Duca Lamberti, Magnus & Bunker in Blow Up n. 133, Tuttle Edizioni, Camucia (AR) 2009, p. 105. 

  20. Garth Ennis (intervista a) in David Richards, The Long, Cold Dark: Garth Ennis Talks “Punisher” n. 50, «ComicBookResources» 2007.. 

  21. Andrea Bonomi, Le immagini dei nomi, Garzanti Libri, Milano 1987, pp. 24-25. 

  22. Garth Ennis, Steve Dillon, The Punisher: Do Not Fall In New York CityThe Punisher vol. 5-6, Marvel Comics, New York 2002. 

  23. Garth Ennis, Darick W. Robertson, The Punisher: Born nn. 1-4, Marvel Comics, New York 2003

  24. James Ballard nell’introduzione di Crash. James Ballard, Crash, Bompiani, Milano 1999. 

  25. Garth Ennis, Lewis LaRosa, The Punisher (max): In the Beginning nn. 1-6, Marvel Comics, New York 2004. 

  26. Garth Ennis, Lewis LaRosa, The Punisher (max): The Cell, Marvel Comics, New York 2005. 

  27. Garth Ennis, Richard Corben, The Punisher (max): The End, Marvel Comics, New York 2004. 

  28. e sostituiamo il nome del regista di Pulp Fiction con quello dell’autore di Preacher, in un saggio di David Foster Wallace a proposito di David Lynch e Quentin Tarantino, possiamo avere una perfetta definizione della poetica di Garth: “A Quentin Tarantino interessa guardare uno a cui stanno tagliando un orecchio; a David Lynch interessa l’orecchio”. (in David Foster Wallace, Tennis, tv, trigonometria, tornado e altre cose divertenti che non farò mai più, Minimum Fax, Roma 1999, p. 207). 

  29. Mark Goldblatt, The Punisher, New World Pictures, Australia 1989. 

  30. Jonathan Hensleigh, The Punisher, Lions Gate Films, Marvel Enterprises, Valhalla Motion Pictures, vip 2 e vip 3 Medienfonds, Artisan Entertainment, usa 2004. 

  31. Lexi Alexander, The Punisher: War Zone, Lions Gate Films, Marvel Studios, Valhalla Motion Pictures, mhf Zweite Academy Film, sgf Entertainment, Marvel Enterprises, Media Magik Entertainment, Red Corner Productions, usa 2008. 

  32. [L’autore fa riferimento The Punisher di thq, Volition e Marvel Entertainment Group del 2005, sceneggiato dallo stesso Ennis. Va ricordato, anche solo a titolo nostalgico, lo sparatutto a scorrimento della Capcom datato 1993 e il recente fps The Punisher: No Mercy, sviluppato da Sony Entertainment Computer America. N.d.C.] 

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