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Cos’è restato degli anni ’80?

Neon, synth, brutte pettinature, mostri grossi e cattivi. E una certa linearità narrativa. Che, in alcuni casi, fa rima con solidità e coerenza. In alcuni casi ne hai bisogno come di acqua fresca in mezzo al deserto a mezzodì. O in pieno centro Milano a fine luglio.

Ma partiamo dall’inizio.

Buffo decennio, quello dal 1980 al 1989. Io c’ero.

C’ero durante la famosa nevicata dell’inverno ’84-’85. Ricordo le bianche muraglie alte tre metri ai lati delle strade dopo il passaggio degli spazzaneve, io e il mio migliore amico di condominio che tiravamo palle di ghiaccio dal cortile alle auto in corsa sulla provinciale, un punto in più se le colpivi sul parabrezza.

C’ero quando in provincia da me è spuntata la prima paninoteca e si vedevano i primi Moncler fosforescenti e le Timberland alte. Il Burghy a Milano, le sfitinzie e Drive In. Io giravo in Lumberjack e ridevo alle battute di Zuzzurro&Gaspare insieme ai miei sul divano davanti alla tv. Mi pare un mondo parallelo abitato da cloni visto da questo in cui mi trovo ora, dove i miei comici preferiti sono Ricky Gervais e Louis C.K. e considero il primo best seller di Faletti il peggior thriller mai scritto dall’Uomo.

C’ero quando i poster degli Iron Maiden invadevano ogni negozio di musica e non, i Metallica pubblicavano “Master of Puppets” e gli Slayer “Reign in Blood”, e io muovevo i primi passi nella musica immerso con le cuffie del mio walkman sotto cascate di riff con powerchord a 180 bpm e doppie casse in trentaduesimi. Per un bel po’ di anni a venire, lo ammetto, non ho mai capito perché tutti si scagliassero contro la Musica Anni ’80, così plastificata e ultra pop. Per me gli anni ’80 erano il Metal.

C’ero quando Reagan voleva costruire lo Scudo Spaziale per difendersi dalle atomiche dei cattivissimi Russi, e io, che mi ero commosso al cinema con mio zio durante il monologo di Balboa nel finale di Rocky 4, ero da un lato eccitato da questa fantascientifica (fantasy?) idea, dall’altro terrorizzato al pensiero di essere sciolto dalle radiazioni nucleari (c’è poco da ridere. Provateci voi, giovinastri, a cenare davanti al tg che vi dice di non mangiare più insalata perché contaminata dai venti radioattivi di Chernobyl. Non è un mockumentary da 4 soldi con mutanti dal pessimo make up, era la fottuta realtà).

C’ero quando un tizio con cappellaccio da cowboy e frusta da domatore di leoni saltava da un camion all’altro inseguendo un tesoro leggendario e sparava a bruciapelo ad abili, ma ingenui, spadaccini mediorientali, quando un teenager in jeans e skate viaggiava a 88 miglia orarie su una DeLorean molto truccata e suonava Johnny Be Good come Eddie Van Halen, quando un robot culturista venuto dal futuro cercava disperatamente una donna prima che potesse rimanere incinta, quando un giovane e imberbe regista girava una cosina in super8 con quattro amici nel bosco che avrebbe cambiato per sempre l’horror al cinema e un altro giovane e squattrinato collega dall’altra parte del mondo creava alieni antropofagi ricavandone le fattezze dal calco del volto di suo padre e già reinventava il new horror un weekend dopo l’altro per 4 anni di fila.

C’ero quando la Acme srl saturava le edicole con Lupo Alberto, Cattivik, Splatter, Mostri, Zio Tibia, Animal Comic, Torpedo, e quando un capillare, massiccio e costante passaparola che facebook si sogna, portava all’attenzione di tutti le straordinarie avventure del più originale degli indagatori a fumetti che si muoveva tra zombie, uomini invisibili e creature di magrittiana ispirazione.

Insomma, tra bassi così bassi da non credere razionalmente di aver vissuto per davvero e alti talmente alti da aggiudicarsi lo status di cult istantaneo e per sempre, che decennio creativo gli ’80!

ORA quell’ingenua e spensierata libertà artistica, quella semplicità di fondo che caratterizzava sostanzialmente ogni forma narrativa, dal cinema al fumetto alla letteratura (sì, perché quel capolavoro che è Misery di King, gira e rigira, è praticamente ambientato tutto in una camera da letto con due soli personaggi) STA TORNANDO.

Una semplicità che significa “dire chiaro e tondo come stanno le cose”, che significa storie dirette e fulminanti, che ti appassionano subito, non dopo un’ora e mezza di dialoghi e roba in penombra che vedi e non vedi, che non ti tengono in sospeso per 120 episodi in attesa di scoprire cosa minchia ci fa un orso polare su un’isola tropicale e poi non te lo dicono! Vallo a dire ad Agatha Christie che è un bel colpo di scena, cretino!

Questa appassionante e irresistibile semplicità è il cascame più bello che il decennio degli yuppies ci ha lasciato, dopo anni di svogliate rivisitazioni estetico/modaiole (hai visto che è tornata la vita alta?) ed estenuanti revival musicali e reunion posticce che paiono create con Photoshop (ancora catalogo il documentario live dei Duran Duran firmato Lynch sotto la voce “pensione integrativa”, aspettando con ansia estrema, e sudando freddo, la terza stagione di Twin Peaks).

Già, perché è dagli anni ’90 che gli anni ’80 continuano a tornare con ciclicità esasperante.

Ma ora, dicevo, ORA dopo anni di reboot incredibilmente brutti, inutili e offensivi di tutti i mostri della mia adolescenza (almeno quei bastardi hanno lasciato fuori i Cenobiti, magra consolazione, speriamo di essere fuori tempo massimo ormai) e retrogames di ogni cosa uscita 30 anni fa per Commodore e Atari, CI SIAMO.

Ora, ragazzi, il mondo è più maturo e preparato. Forse è un mondo migliore, forse c’è gente migliore che quegli anni non solo li ha vissuti in prima fila e se li è fagocitati in blocco ma ne ha rielaborato solo e soltanto il meglio. L’effetto collaterale sulla tua pelle è quella strana e piacevolissima sensazione che ti fa sentire nostalgico ma al tempo stesso perfettamente inserito nel presente. L’ossimoro potrebbe essere “tradizionalmente progressista”.

Parlo, per esempio, dei registi Simard, Whissell e Whissell e del loro fighissimo “Turbo Kid”, un gioiellino da 95 minuti (ah, che durata perfetta per un film) accolto con entusiasmo al Sundance Festival del 2015: una sorta di Mad Max young adult su bmx con teste tranciate in HD e maschere fighissime. Qui la tradizione è tutta nelle bmx, nel gore fracassone e nel look, il resto è here and now.

Turbo-Kid

Parlo anche di quel geniaccio di David Sandberg che, grazie a un’impressionante campagna di crowdfunding e all’amico/mentore/iconissima eighties David Hasselhoff ha potuto realizzare “Kung Fury”, un concentrato ipertrash che frulla in 31 minuti tutto il meglio della serie C di quegli anni frivoli e goderecci, con un ritmo da videoclip di oggi (mica quelli di allora, che credevamo veloci e visti adesso sono di una lentezza geriatrica) e un’ironia ultra trasversale che passa dal grezzo più grezzo (il poliziotto con la testa da triceratopo che spara nelle palle ai nazisti, sì, i nazisti) alla finezza narrativo/citazionista (il super nerd Hackerman che capisce come viaggiare nel tempo semplicemente smanettando per qualche secondo sul suo computerone e trovando l’algoritmo giusto. In fondo, qualcuno sa spiegarmi cosa cazzo è un flusso canalizzatore? La risposta è sempre stata: chissenefrega). Vedere per credere.

Kung-Fury

Parlo pure degli ultimi film di Refn, che con la giacca bianca con lo scorpione dorato sulla schiena indossata da Ryan Goslin in “Drive” ci ha ricordato cosa voleva dire essere dei duri all’epoca e come si può esserlo ancora così abbigliati e armati di martello…

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…e che con l’ultimo “The Neon Demon” ha dimostrato come le luci al neon, che fanno tanto sci-fi di inizio ’80 (le spade laser di Star Wars e l’internet di Tron), possono raccontare tutto l’orrore legato all’ossessione per l’estetica delle top model di oggi.

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E sto parlando soprattutto dei The Duffer Brothers che col recentissimo “Stranger Things”, mini serie tv da otto episodi prodotta da Netflix, hanno azzeccato TUTTO: nella più classica delle cittadine di provincia dell’Indiana nel 1983 tre ragazzini nerd invasati di Dungeons&Dragon si ritrovano a proteggere una strana ragazzina dai poteri eccezionali, frutto di esperimenti para-governativi andati fuori controllo che stanno creando non pochi problemi con la nostra realtà. Gli uomini in nero la cercano, delle persone scompaiono, uno sceriffo alla deriva vuole capire cosa succede, un mostro bellissimo che si vede benissimo vuole mangiarti. Cosa vuoi di più?

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Il tutto supportato dall’ottima recitazione di tutti (lode alla rediviva Winona Ryder, veramente in parte, e a Millie Bobbi Brown nel ruolo di Undici, la piccola coi poteri, dotata di un carisma incredibile), una colonna sonora genuinamente anni ’80 fatta di synth e drum machine che sembra pensata e suonata da Carpenter, una fotografia che è ovviamente digitale ma con un filtro talmente azzeccato che pare davvero una bella pellicola di allora, con quel leggero sgranato dai contorni precisi e i contrasti perfetti che ti fanno vedere qualsiasi cosa anche nel buio più pesto, effetti speciali originali e spaventosi (il mostro in questione è un felicissimo mix delle creature di Silent Hill, La Cosa e Alien) e una trama orizzontale sempre chiara e incalzante ma mai didascalica, con irresistibili cliffhanger di fine episodio (è quasi impossibile non vedersi questa prima stagione in una sola seduta) e colpi di scena veri, non gente che muore a caso ma -SUPER SPOILER- tuo figlio scomparso da giorni che in realtà è sempre rimasto a casa tua, solo che è in una dimensione parallela. Boom.

I Duffer insistono molto sull’amicizia speciale dei tre ragazzini, che sono sì degli archetipi viventi ma rivelano nel corso degli episodi una tridimensionalità tutt’altro che scontata. C’è il magro e timido che si innamora della ragazzina speciale e quindi vuole proteggerla a tutti i costi, il cicciottello sdentato che parte come spalla comica ma si rivela un fondamentale supporto (para)scientifico, il negretto che pare la quota razziale d’obbligo ma in realtà è il lato fisico e cazzuto del trio, colui che -SPOILER- provocherà l’inevitabile rottura della squadra per poi infondere la forza necessaria per riunirsi e portare a termine la missione più tosti di prima. La cosa più interessante è che ognuno di loro è, a suo modo, un adulto che non sa ancora di esserlo. Coraggiosi in un mondo scolastico dominato dai bulli (SPOILER: la scena del magretto che si getta dall’altissima rupe sul lago per difendere l’amico ciccio dai suddetti che lo vogliono sfregiare è da brividi), intelligenti in una società che considera strambi i giocatori di ruolo, eroici nell’affrontare da soli un nemico che nessuno conosce.

E poi c’è lei, Undici. La fidanzatina che tutti a quell’età sognavamo di avere. Lei e -SPOILER- i suoi poteri telecinetici che ti sollevano a mezz’aria, ribaltano furgoni, fanno sanguinare i cattivi dagli occhi. Lei, rasata, col numero 011 tatuato sull’avambraccio e lo sguardo sofferente e ingenuo di chi ha visto Cose Sconosciute ma non conosce il Mondo Normale. Lei, che i cattivi possono portarti via da un momento all’altro e allora devi lottare per proteggere. La ragazza perfetta, credetemi. (che è un po’ ET riaggiornato ma, con tutta la buona volontà, l’alieno di Rambaldi è troppo respingente).

Anche gli adulti sono azzeccati (il mio preferito è lo sceriffo, archetipo del perdente col passato traumatico che sembra suonato ma è un moderno Colombo che si fa strada a cazzotti, adorabile) ma è in quei ragazzini che sembrano usciti da Stand by me percorrendo il binario che porta all’Area 51 che sta la forza di questa serie.

Anche se, a proposito di falsi archetipi e veri colpi scena, una menzione speciale va al bullo teenager figlio di papà col ciuffone e la BMW serie 7. SUPER SPOILER: parte come fidanzato possessivo, aggressivo e odiosissimo della sorella maggiore del magrino, che lo molla perché non ne può più e vuole ritrovare la sua amica scomparsa con l’aiuto del borderline della scuola (che fa foto e sa cose), MA alla fine si redime, il bullo, e lei si rimette felicemente con lui. Il borderline per lei rimane soltanto un carissimo amico. Se questo non è originale…

E non dimentichiamoci i neon del logo della splendida sigla e le pessime pettinature di quasi tutti i personaggi, su tutti il ragazzino magro e timido. Senza, non ci sarebbe la stessa atmosfera.

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(di tutte le locandine che ho messo questa è quella che ammicca di più al meglio degli ’80… è perfetta)

Stranger Things è tradizionale nei temi e nella costruzione dei personaggi, ma è assolutamente attuale nelle dinamiche tra i medesimi e nella narrazione, veloce e senza fronzoli. E poi c’è un mostro fantastico!

Spero vivamente in una seconda stagione. Il finale di questa prima chiude quello che deve chiudere, lasciando aperto quel tanto che basta per sperare in un seguito. Se ci sarà e manterrà questi livelli ci divertiremo un sacco…

Ultimo ma non ultimo, in questo splendido calderone che ha appena iniziato a bollire ed emanare un profumo delizioso, ci butto anche il nuovo Ghostbusters. Perché sì, ho avuto la fortuna di vederlo in anteprima al cinema, e posso dirvi che è uno dei reboot più intelligenti di sempre semplicemente perché è un reboot nel senso etimologico del termine: non un’imitazione dell’originale, un rifacimento, uno scimmiottamento, ma una ri-partenza, un nuovo inizio, una nuova storia con nuovi protagonisti. L’uovo di colombo, che ha fatto storcere il naso a molti nei mesi precedenti ma che è assolutamente coerente con l’idea di semplicità tutta ottantosa, è stato sostituire i protagonisti maschili con protagoniste femminili. Un’inversione totale di ruoli, con tanto di segretario muscoloso e stupido (un Chris Hemsworth inaspettato) al posto della minuta e sarcastica segretaria di allora. Funziona? Eccome. Chi avrebbe potuto sostituire Bill Murray? Nessuno. E Dan Aykroyd? Impossibile. E allora si vira tutto in rosa, si pigia l’acceleratore su ritmo e comicità, si infarciscono le scene di fantasmi di ogni tipo -sempre in bellissima mostra!- e via di corsa lungo il binario saldo e sicuro di una storia SEMPLICE e BEN RACCONTATA.

Ci vuole tanto? That’s entertainement, baby.

PS: cos’hanno mai lasciato, invece, gli anni ’00? Britney Spears, i social, i cinecomics. Che noia.

2 thoughts on “80

  1. Anch’io ho viaggiato attraverso gli Anni Ottantissima , come direbbe Alex Baggi, ed ero abbastanza vecchio ( nato nel ’68 e progettato nel ’67 ) per tentare il look di Sting nel video di Synchronicity II ( Billy Idol clochard in un futuro post apocalittico ) e di Mickey Rourke in Angel Heart ( barba di tre-giorni, onda di Hokusai come chioma e i vestiti che il tenente Columbo – Colombo per noi italiani – ha buttato ) e li giravo tutto contento convinto di vivere nella idea di Gardaland che poteva avere Tondelli se fosse stato un personaggio di Clive Barker. In un certo senso gli anni ottantissima non mi hanno mai lasciato e per me sono cominciati prima e cioè quando ho realizzato che Casablanca era un film anni ottantissima – post moderno almeno quanto Blade Runner – e che il Jimmy Olsen in tuta verde kyrbica che carica un lupo mannaro in una storia seconda portata di un Kamandi del decennio precedente era già roba di quelli che sono passati alla storia come anni di plastica.
    Mi pare di vedere il prossimi film anni ottantissima: Britney Shakespears è una youtuber annoiata che parla per un pubblico di fantasmi che restano acchiappati nella sua prosa che arriva subito al punto in un futuro apocalittico in cui l’uomo ha viaggiato fino ad una altra dimensione per difendersi dai social e ha riscoperto le gioie della meditazione solitaria. Novanta minuti. Non di più.

  2. E immaginati un mediometraggio di 25 min. in cui Barker è un personaggio di Tondelli di un romanzo postumo nel ’94 che, ipertrofico come Ranxerox (o come Clive stesso) e drogato come Cristiana F., torna indietro nel tempo di 10 anni per cercare e uccidere Ezio Greggio sul set di Drive In. Così non vedrà mail la luce Il silenzio dei prosciutti.

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