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Diario di un fotografo in Afghanistan

Un fotografo tra i Medici Senza Frontiere in Afghanistan. 20 anni dopo, dal suo diario Emmanuel Guibert trae un fumetto singolare ed unico.
Articolo aggiornato il 23/09/2017

Diario di un fotografo in AfghanistanÈ un curioso ed interessante volume questo Il Fotografo, un quasi reportage su un progetto di cooperazione di Medicins Sans Frontier (MSF), la ong internazionale nata nel 1968 “per offrire soccorso sanitario alle popolazioni in pericolo e testimoniare delle violazioni dei diritti umani cui assiste durante le sue missioni“.
Curioso come l’argomento sia stato affrontato usando il punto di vista di un osservatore particolare, Didier Lefévre, fotografo, giunto nel 1986 a Peshawar per seguire un’equipe di MSF nel cuore dell’ Afghanistan; interessante perché ci porta indietro di un po’ di anni quando in quel paese non c’erano ancora né talebani neé esercito americano, ma c’era appena stata invasione da parte dell’Urss e si profilava una lunga e strenua lotta di liberazione da parte dei Moudjahidin.

, acclamato fumettista francese ebbe l’idea per questo libro frequentando e conoscendo l’amico fotografo Lefévre; esortandolo a collaborare con lui alla stesura del soggetto, si fece poi carico del resto curandone i disegni e la sceneggiatura, con risultati davvero sorprendenti ed inediti.
Un fumetto influenzato, quindi, dall’occhio particolare di un fotoreporter che racconta in prima persona la sua esperienza, ma soprattutto ciò che il suo occhio registra.
Qui sta la particolarità di questo libro: congelare i vari momenti di questa missione in fotografie, vere e proprie o disegnate, e dispiegarle, con un attento narrare, in un flusso continuo, come se alla fine ci trovassimo di fronte ad una sola, ma profondissima e particolareggiata istantanea.

Diario di un fotografo in Afghanistan

Nel suo incedere preciso ed attento, impreziosito da acute ed intelligenti osservazioni, il racconto dell’autore si avvale in maniera suggestiva della documentazione fotografica risalente all’epoca. Se si limitasse a questo, ovviamente ci troveremmo di fronte ad un catalogo, o al limite ad un semplice reportage fotografico. Ma siccome stiamo parlando di fumetti, scopriamo che le foto vengono sinergicamente intrecciate, miscelate, sovrapposte e spesso messe in dissolvenza, quasi nel far da contrappunto, ai disegni di Guibert che, ovviamente, prendono spunto dal materiale fotografico. Oppure ci troviamo di fronte a intere pagine d’istantanee, senza alcun commento, o a strisce di negativi fotografici stesi a raccontare, con molteplici scatti, un unico particolare fermo nel tempo (e nella memoria di Lefévre), ma in movimento e in evoluzione ai nostri occhi.

Una dissertazione che si avvale, quindi, di una sorta di meticciato linguistico e visivo che, a mia memoria (ma potrei sbagliarmi), suona originale; almeno per quanto riguarda il suo intento, tra il cronachistico e il viaggio di formazione, e la radicalità del suo uso. Difatti le fotografie non sono state usate come una trovata sintassica o un espediente occasionale, ma stanno alla base dell’idea del libro. In ciò troviamo la sua peculiarità.

Diario di un fotografo in AfghanistanDella composizione delle tavole, e della loro colorazione con tinte piatte in campi omogenei, se n’è occupato il terzo autore di questo libro, Frédéric Lemercier che ha preso i disegni di Guibert e le foto di Lefévre e si è sbizzarrito nell’ideare originali e dinamiche griglie, con le quali ha allargato a dismisura o ristretto, a seconda dei casi, le immagini; per facilitare il racconto, ingigantendo un singolo, ma importante, fatto o, al contrario, facendo scorrere la narrazione velocemente. Un’elaborazione grafica che è messa al servizio del ritmo della storia e che parte dalla classica pagina divisa in otto riquadri per poi scardinarla in innumerevoli modi e stimolanti architetture.

Leggendo questo libro mi sono venuti in mente paragoni con altri autori che si sono cimentati nel raccontare la contemporaneità, non quella chiusa a riccio nella propria quotidianità ed intimità, ma quella protesa a testimoniare cambiamenti storici in società e culture. Basti pensare ai soliti e stra-citati Art Spiegelman, Marjane Satrapi (che per altro ha dato una mano agli autori per le parti in persiano), Joe Sacco, Joe Kubert (ma anche Hermann, per quanto riguarda il dramma bosniaco) che hanno affrontato ferite aperte nel solco del XX secolo, usando peroòregistri narrativi diversi tra loro.

Ed infatti, se in Fax from Sarajevo Joe Kubert testimonia del disastro dei Balcani usando un linguaggio pressoché classico ed avventuroso, se Spiegelman in Maus scava nel dramma della sua famiglia segnata dall’olocausto e se Satrapi in Persepolis racconta l’Iran attraverso i propri ricordi e la sua maturazione, mi sento di affermare che trovo solamente nel lavoro di Joe Sacco in Palestina qualche affinità con Il Fotografo.
Questo perché gli autori in entrambe le opere (Sacco e Lefévre) si muovono per indagare una società ed una cultura diversa dalla loro, registrano in modo diverso quello che vedono e lo trasmettono al lettore con i propri mezzi. A differenza delle altre opere citate, queste due in qualche modo possono definirsi dei veri e propri reportage, anche se nel lavoro degli autori francesi affiora più uno spirito di osservazione critica e nel contempo documentaristica. All’opposto nel libro di Sacco è ben presente l’aspetto della denuncia argomentata ed interessata, il coinvolgimento più emotivo che professionale, l’ironia e l’amaro sarcasmo di chi si sta interrogando su un qualcosa che già aveva sotto gli occhi, ma che faticava nel mettere a fuoco.

Diario di un fotografo in AfghanistanI tre autori francesi riescono nel non facile tentativo di creare un documentario disegnato (e fotografato) senza cadere nel didascalico, nella facile retorica o nell’ancora più banale ridondanza che potrebbe scaturire dall’accostamento delle immagini alla narrazione descrittiva. Niente di asettico però, perché nel descrivere la valle del Panshir, i rituali dei mercati pachistani, la sapienza e le conoscenze di un popolo arcaico, emerge un’incredibile attitudine poetica; non stucchevole, che non mette tutto al proprio posto, non rassicurante nell’ adeguare tutto alle nostre coscienze e rimorsi occidentali.
Una poetica che guarda dritta al centro delle cose e le chiama col proprio nome, rispettandole ed amandole per quelle che sono; anche se distanti dal nostro mondo, anche se esse stonano con le nostre, giuste o sbagliate, convinzioni.

Leggendo questo corposo volume noi assumiamo il punto di vista privilegiato di Lefévre e quindi lo accompagniamo in questo viaggio che, se non fosse contestualizzato dai volontari occidentali di MSF, ci sembrerebbe svolgersi centinaia d’anni fa. Tali sono i costumi, le usanze, le tradizioni e, soprattutto, i mezzi con i quali viene intrapreso il valico delle montagne che separano il Pakistan e l’Afghanistan.
Il bello di tutto ciò è che ci ritroviamo immersi con facilità e scioltezza in un documentario accurato e fedele, che ci propone strumenti utili per capire l’odierna vicenda di un paese attraversato da tensioni e guerre perenni.

Abbiamo parlato di:
Il fotografo
Emmanuel Guibert, Didier Lefèvre, Frédéric Lemercier
Traduzione di Donatella Pennisi Guibert
, 2010
280 pagine, brossurato, colori – 29,00€
ISBN: 978-88-7618-166-5

Medicins Sans Frontier
Lizard Edizioni

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