First Issue Presenta: Spider-Man, la prima volta

First Issue Presenta: Spider-Man, la prima volta
In occasione del sessantennale del personaggio più rappresentativo della Marvel Comics, i True Believers raccontano la loro “prima volta” con Spider-Man.

Sessant’anni di onorata carriera editoriale, su e giù dalle pareti dei palazzi di New York. Certo non li dimostra (e non in senso anagrafico dato che i supereroi del fumetto seriale sono sempre “tutti giovani e belli”), visto l’appeal che continua ad avere su vecchie e nuove generazioni di lettori, ma Spider-Man nel 2022 ha spento 60 candeline, festeggiando una ininterrotta continuità di storie che ogni mese accompagnano i lettori fin da quel lontano 1962.
Peter Parker è stato – e continua a essere – l’incarnazione più pura e assoluta del motto “supereroi con superproblemi” che coniò agli albori della Marvel Comics e che diventò l’elemento di successo di quell’universo che decennio dopo decennio si è evoluto, cambiato, adattato e trasformato. E Spider-Man è sempre stato presente, anche lui evolvendosi, cambiando, adattandosi e trasformandosi.
E non c’è nessun lettore Marvel che non abbia mai letto, almeno una volta, una storia dell’Arrampicamuri di quartiere: magari può non essere il personaggio preferito, ma trovare un appassionato della Casa delle Idee che non abbia mai acquistato anche un solo albo con Spider-Man è sfida da guinnes dei primati.

I True Believer hanno deciso di festeggiare questi primi sessant’anni dell’amichevole di quartiere a modo loro e nel pieno spirito di questa rubrica. Di seguito trovate la “prima volta” di ciascuno di noi con Spider-Man e, ovviamente, sarà una prima volta “italiana”, nel senso che per molti di noi il primo incontro a fumetti con l’alter ego di Peter Parker è avvenuto da ragazzi, se non da bambini, prima che iniziassimo a leggere le sue avventure anche in originale. È questa l’unica deroga al normale formato di First Issue, ma per un anniversario così importante, pensiamo che valga la pena di fare uno strappo alla regola.
Ah, vi avvertiamo: saranno pezzi nei quali il cuore prevarrà sul cervello, il sentimento sull’analisi critica. Immaginiamo comprendiate il perché.

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Federico Beghin: la mia prima volta con Spider-Man

ASM2_037Me lo ricordo come se fosse successo ieri. So che è una frase fatta, ma vale davvero. Il primo albo dell’Uomo Ragno di cui ho un ricordo consapevole, finanche critico, è il # 75 o, per amor di completezza, L’Uomo Ragno #347 Nuova serie dell’8 agosto 2002, edito da Marvel Italia/. Nella bella copertina di Kaare Andrews il volto smascherato di Peter Parker che, girandosi verso il lettore e allo stesso tempo dandogli le spalle, lo fissa stralunato; di fianco, lo strillo: “Il segreto rivelato”; poco sopra i cognomi di tre autori.
Nel 2002 avevo dieci anni, ero già un lettore di fumetti da almeno tre ed ero un ammiratore di Spider-Man, soprattutto grazie alla visione dei cartoni animati. A dare un’ulteriore spinta alla passione fu il film di , uscito in giugno, che mi convinse a provare a leggere con continuità lo spillato ragnesco.
Riesco a ricostruire la scena: è sabato, sono in stazione insieme con mio papà in attesa del treno che ci porta a Venezia per il consueto giro settimanale tra calli e canali. Mentre aspettiamo, entriamo nell’edicola di fianco alla biglietteria e persuado il mio vecchio a comprarmi l’albo con quella copertina irresistibile. Arriva il treno, saliamo, ci mettiamo a sedere e inizio a leggere. L’indice, trattandosi di un antologico, annovera Interludio, Promessa d’onore parte 2 (di Bruce Jones e Lee Weeks), Una nuova prospettiva di vita (capitolo della Spider-Girl di Tom DeFalco e Pat Olliffe) e alcuni contributi redazionali, più le pagine della posta. Dopo aver divorato il Benvenuti! di Marco L. Lupoi e il Dove eravamo rimasti, mi butto su Interludio (The Amazing Spider-Man vol. 2 #37), non senza chiedere chiarimenti a mio padre circa il significato della parola. Senza nulla togliere alle altre due storie raccolte, è l’episodio sceneggiato da J. Michael Straczynski e disegnato da ., con le chine di Scott Hanna e i colori di Dan Kemp, a fare la voce grossa e a lasciarmi esterrefatto.
La prima pagina è una splash-page: Peter, tumefatto, sanguinante e bendato alla bell’e meglio, dorme sul letto, mentre zia May sbigottita tiene in mano un brandello del suo costume. Giro pagina e nelle due successive affiancate, quasi mute, il sospetto diventa verità: May sa, ha scoperto che suo nipote è l’Uomo Ragno. Non la prende bene, ma non sveglia il ragazzo, lo guarda e se ne va. Giro di nuovo il foglio e vedo il protagonista a scuola, non come studente ma come insegnante. Ha ancora un vistoso cerotto sul naso e spiega il ritmo circadiano ad alunni di tutti i tipi. Che figata dev’essere ascoltare una lezione di Spider-Man, penso. Il racconto prosegue: da una parte la giornata di Peter, impegnato nel lavoro e nel sociale, e dall’altra il tentativo di elaborazione della zia, prima seduta su una panchina, poi in piedi a guardare l’orizzonte. C’è il tempo per vedere l’eroe in azione, prima di arrivare alla conclusione con una tavola suddivisa in due vignette. In quella superiore, più lunga che larga, May dice per telefono al suo interlocutore che andrà da lui; in quella inferiore, più grande e profonda, gli dà una veloce e sibillina anticipazione: “Dobbiamo parlare, Peter. Subito”.
Dai, è fatta, ormai non c’è più scampo e chissà che cosa accadrà… forse il Ragnetto dovrà rinunciare a volteggiare tra i grattacieli di New York? Oppure la sua figura di riferimento se ne farà una ragione? E se, nel confronto, la cosa sfugge di mano e la vecchietta ha un infarto? Sono sicuro che alcuni lettori ci abbiano sperato, con il senno di poi, soprattutto alla luce di una certa saga dal titolo Soltanto un altro giorno
Tornando al presente, vent’anni dopo, e rileggendo la storia, ho nuovamente la pelle d’oca: quanta tensione!
Straczynski, in un colpo solo, gettò sulle spalle dell’Uomo Ragno un peso enorme e glielo tolse. Anni di sotterfugi e impegno per preservare il segreto della doppia identità buttati in fumo, ma anche la possibilità di vivere finalmente in modo tranquillo la missione supereroica. Una sorta di nuovo inizio come fu poi effettivamente con La conversazione, il piatto forte dell’albo successivo, L’Uomo Ragno #76 del 29 agosto 2002.

Emilio Cirri: la mia prima volta con Spider-Man

SPM2_037Anche io, come altri, ricordo il mio primo incontro con l’Uomo Ragno dei fumetti come se fosse ieri, eppure son passati ben venti anni ormai. L’Arrampicamuri era già entrato nella mia vita anni prima, con quel cartone animato (e relative, bellissime action figure) degli anni ‘90 dalla sigla acidissima electro-rock, dai colori super sparati, dall’animazione che per prima utilizzava elementi di computer grafica in maniera affascinante, anche se non sempre riuscita. Lì avevo conosciuto i suoi nemici, i suoi comprimari storici, ma ignoravo l’esistenza dei fumetti a lui dedicati. Per me i fumetti, a quei tempi, erano i manga di e Yu Yu Hakusho.
Nel 2002 però tutto cambia, perché dopo quarant’anni dalla sua creazione, Spider-Man arriva al cinema con il primo lungometraggio diretto da Sam Raimi e interpretato da Tobey Maguire. Il tam tam mediatico attorno alla pellicola è enorme, i gadget si sprecano e i fumetti si trovano dappertutto, dalle edicole ai supermercati.
Proprio in un supermercato, mentre ero a fare la spesa con mio padre, vedo nello scaffale dei giornali, i mezzo a copertine di Tex e , quella cover a toni blu, in cui un Uomo Ragno dal look decisamente cartoonesco sta appeso a un muro mentre gela di freddo. Forse non la copertina più travolgente di sempre (sebbene disegnata da un autore, Humberto Ramos, che avrebbe segnato il nuovo millennio del ragno), ma bastò il nome in copertina e il clima di eccitazione generale per farmi correre a perdifiato da mio padre e chiedergli di comprarmelo: aveva inizio un’avventura che, per me, continua ancora oggi.
Cominciamo col dire che L’Uomo Ragno #70 (o #342 secondo la vecchia numerazione), riletto oggi, è tutto meno che l’albo più memorabile della storia del personaggio, o men che meno un punto di inizio ideale per un nuovo lettore. La prima storia, Il colpaccio (da Peter Parker: Spider-Man (vol. 2) #36), scritta da Paul Jenkins e disegnata da classicissimo e muscolare, ma piuttosto anonimo Staz Johnson, racconta di un investigatore che è convinto di aver scoperto l’identità dell’Uomo Ragno e che vuole usare questa informazione per fare, appunto, un colpaccio e sistemarsi per sempre.
Il secondo episodio (tratto da Peter Parker: Spider-Man (vol. 2) #37), Un giorno di neve, sempre scritto da Jenkins e disegnato da un Marc Buckingham che omaggia la silver age del personaggio, racconta in maniera divertente e divertita di uno scontro tra un Uomo Ragno influenzato e infreddolito e un Avvoltoio quantomai disperato. Due episodi, a posteriori, che ben esemplificano la run ondivaga di Jenkins, incapace di trovare un equilibrio tra un omaggio allo Spider-Man degli anni ’70, un tentativo di alleggerimento e semplificazione del personaggio dopo il “casino” degli anni ’90 e il modo per stabilire un nuovo status quo. Ma se la prima storia mi apparve (come mi appare oggi) davvero poca cosa, un modo nemmeno troppo brillante di raccontare un episodio dal mondo del Ragno senza mai mostrare il personaggio (cosa fatta molto meglio, con più struttura, nell’antologico Spider-Man’s Tangled Web), la seconda mostra una genuina voglia di non prendersi sul serio che, se oggi mi appare simpatica, all’epoca mi sembrò davvero divertente e avventurosa.
Il pezzo forte dell’albo per il me di allora (ma in parte anche per il me di ora) era invece Spider-Girl (Spider-Girl #33) di Tom De Falco e Pat Olliffe: mi piaceva vedere un Uomo Ragno cresciuto, con una figlia che adesso prendeva il suo posto. Mi riconoscevo di più in quell’ambiente teen, mi piaceva l’ambientazione scolastica, mi piacevano i comprimari, pur essendo arrivato in media res nelle vicende. E mi piacevano anche i disegni di Olliffe, forse un po’ geometrici ma chiari e dinamici al punto giusto. Insomma, una perfetta attualizzazione del mito ragnesco (simile a quanto stava avvenendo, in altra maniera, nell’Universo Ultimate) che appassionò sicuramente altri lettori, visto che Spider-Girl è proseguita inaspettatamente fino al numero 100 e ha visto rilanci e apparizioni anche in seguito, diventando la più longeva serie Marvel con protagonista femminile.
Comunque sia, quell’Uomo Ragno #70 mi colpì abbastanza da farmi continuare e provare almeno un altro numero: sarebbero state le storie di J.M. Straczinsky e gli incredibili disegni di John Romita Jr., ma anche le fantastiche autoconclusive di Tangled Web, a segnare non solo il mio definitivo innamoramento per il personaggio, da lì in poi una vera e propria guida nella vita.
Al tempo stesso, questo incontro sancì definitivamente l’inizio della mia passione, ormai inestinguibile, per il fumetto, per le sue storie e i suoi meccanismi. Con buona pace di mio padre, che da allora maledice (bonariamente) quel momento che avrebbe segnato l’invasione della mia stanza da parte di volumi e albetti.

Emanuele Emma: la mia prima volta con Spider-Man

PPSSM_221Concedetemi il lusso di barare, in occasione di questo appuntamento speciale. L’albo del quale andrò a parlare non è a tutti gli effetti il mio primo Uomo Ragno – ne ricordo almeno altri due: il #160 e il #164, comprati probabilmente da mio papà sapendo della mia fissa per il personaggio – ma il primo numero dal quale non ne ho più perso uno.
Dal dicembre 1995 e da quell’Uomo Ragno #182, infatti, non ricordo un singolo momento che non prevedesse in qualche modo la presenza di Spider-Man nella mia vita e sono talmente affezionato a quello spillato ormai distrutto e colorato dalle mie mani di bambino da conservarlo incorniciato in casa (disclaimer per i puristi: tranquilli, in collezione ne ho una copia near mint).
Arrivavo dai cartoni animati, da L’Uomo Ragno e i suoi fantastici amici e soprattutto dalla serie animata anni ’90 trasmessa il pomeriggio durante Solletico, e quell’albo avrebbe dovuto farmi scappare a gambe levate: l’atmosfera della seconda saga del clone era ben più oscura rispetto a quella colorata a cui ero abituato, debitrice in qualche modo del batmaniano Knightfall e della Morte di Superman della Distinta Concorrenza, e portava il Ragno a esplorare tematiche e atmosfere poco amichevoli e poco di quartiere, soprattutto se hai 9 anni. Soprattutto se davanti ai tuoi occhi ti ritrovi le matite di e le chine di , autori di due terzi dell’albo e lontanissimi dalle rotondità dello Spider-Man televisivo (quell’albo conteneva storie tratte da The Spectacular Spider-Man #220-221 e da The Amazing Spider-Man #398).
Eppure quelle 72 pagine mi affascinarono come poche altre cose avevano fatto fino a quel momento e come poche altre sarebbero riuscite a fare in seguito, a livello di impatto. Un susseguirsi di eventi tanto strani quanto magnetici mi aspettavano ad ogni pagina girata: l’Uomo Ragno in fin di vita? Salvato da Octopus? Che muore? E questo Kaine esattamente…? Mary Jane è incinta???
Nel corso della mia “carriera” da lettore mi sono spesso ritrovato a sorridere pensando ai vari, e legittimi, entry point per i nuovi lettori, ai continui rilanci da #1 o semplicemente ai vari dubbi che attanagliano gli ultimi arrivati nel ritrovarsi davanti a personaggi cartacei diversissimi da quelli visti al cinema. Una volta tutti questi problemi non ci spaventavano tanta era la fame dell’Uomo Ragno e del suo mondo, ci si gettava senza salvagente – e senza l’aiuto di internet – nella speranza di capirci ogni due settimane un po’ di più.
Questo ingresso a gamba tesa mi ha poi fatto conoscere autori che amo tutt’oggi come J.M. DeMatteis o John Romita Jr., personaggi che mi son rimasti nel cuore come Ben Reilly o capolavori come Il Dono, che avrei letto da lì a poco e mai più scordato (del giorno in cui comprai il #185 ricordo davvero ogni cosa, persino cosa ci fosse in televisione quella sera).
Quel #182 mi ha colpito in volto con la potenza di un treno, un treno sul quale sono poi salito a bordo senza mai più scendere; quello spillato lo considero come la scintilla di tante cose belle che mi sono successe nella vita – non ultima essere qui a scrivere queste righe – e anche oggi a distanza di “qualche” anno nonostante fisiologici alti e bassi sia della testata che miei come lettore la voglia di comprare L’Uomo Ragno (ormai Amazing Spider-Man anche da noi) è rimasta la stessa di quel dicembre.
E sarà così per almeno altri 40 anni, perché al centenario di sicuro non mancherò!

Paolo Garrone: la mia prima volta con Spider-Man

ASM1_036Ero in vacanza da bambino, avevo dieci o undici anni. Nel luogo di villeggiatura dove mi portavano i miei si trovavano molti fumetti usati, non tanto da bancarelle specializzate quanto da ragazzini che vendevano i loro fumetti (malconci seppur recentissimi) per comprarsi un gelato o cose così. Fra questi acquisti c’era il mio primo Uomo Ragno, una Cronologica Corno. Se non le ricordate, diciamo che come formato quello con Rat-Man Gigante è un buon paragone per intendersi. Questi albi erano già una ristampa dell’albo intitolato L’Uomo Ragno, edito dalla gloriosa Editoriale Corno, allora detentrice italiana dei diritti sulle pubblicazioni Marvel. Contenevano diverse storie, quindi è più facile parlare di primo albo che di prima storia in assoluto, ma una di queste mi restò impressa per la sua atmosfera quasi fiabesca, che aveva quella magia che mi ha fatto innamorare dei supereroi.
I dati che seguono sono una ricostruzione, non avevo la minima idea di cosa stavo leggendo, anche se devo dirvi alcune cose al riguardo (ma ci torniamo dopo).  L’albo in questione è L’Uomo Ragno Gigante #14 (agosto 1977), che ristampava, fra gli altri, L’Uomo Ragno #30 (giugno 1971) a sua volta edizione italiana di The Amazing Spider-Man (vol. 1) #36 del maggio 1966, scritto niente meno che da Stan Lee e disegnato niente meno che da Steve Ditko. Questo per le statistiche: come detto il gigante spillato conteneva altre storie ma le ricordo meno (The Amazing Spider-Man #35, 37 e 38, n.d.r.).
Di che parliamo, dunque? È l’esordio di Norton G. Fester, noto come il Rapinatore (Looter nell’originale). Scienziato fallito, per circostanze casuali inala un gas meteoritico che gli conferisce forza sovrumana e decide (all’epoca la scelta era binaria: bene/male) di usarlo per il suo tornaconto, dedicandosi alle rapine. Trova sulla sua strada Spider-Man, che dopo una prima sconfitta riesce a batterlo agevolmente.
Il personaggio di Norton G. Fester non è fondamentale, non è dei più riusciti né è mai diventato determinante nell’economia narrativa ragnesca, ma mi è rimasto impresso perché protagonista di questa avventura che mi ha fatto intuire alcuni interessanti meccanismi del racconto supereroico. Come accennavo prima, non conoscevo ancora Spider-Man, se non quel poco visto nei cartoni animati di Supergulp, eppure in poche vignette l’abilità degli autori consentiva di capire l’essenziale per seguire la storia: Peter Parker è uno studente squattrinato, fa il fotografo part-time per mantenersi, è pieno di problemi sociali e amorosi, ma ha grandi superpoteri, anch’essi descritti e inquadrati con semplicità e completezza. Scoprii in seguito che si rischiava l’iterazione per far capire tutto con poche pagine e parole, eppure difficilmente ci si cadeva: tutto era chiaro anche a chi non era avvezzo, perlomeno per sommi capi, tanto da rendere la lettura di agevole comprensione. E senza ripetersi stucchevolmente, con svariati stratagemmi, sfruttando i dialoghi e le didascalie al meglio.
Oggi le cose si sono complicate, non solo per l’evoluzione delle tecniche di scrittura e dei temi sviscerati ma perché ci sono sessant’anni di storie da sciorinare a cui riferirsi. In quell’epoca di semplicità, invece, ci si poteva immergere anche a storia già iniziata e capire tutto, senza bisogno di note (diventate quasi indispensabili, oltre che gradite, in seguito). Un’epoca che non tornerà, che per certi versi non è da rimpiangere (nessuna nostalgia anacronistica), poiché certe ingenuità erano goffe e superabili – come dimostrato ampiamente da una schiera di egregi scrittori – ma che resterà sempre nel cuore di un bambino non troppo cresciuto, se non anagraficamente. Per chiudere, non si può non ricordare la plasticità delle solide e possenti anatomie di Ditko, la dolente espressività dei suoi volti e la brillantezza dei dialoghi di Lee, che facevano da contrasto alla triste consapevolezza che pervadeva i disegni e l’atmosfera dei testi.

Giuseppe Lamola: la mia prima volta con Spider-Man

PPSSM_225Il mio primo Spider-Man è stato il numero 188 della testata L’Uomo Ragno pubblicata da Marvel Italia (il titolo da noi non era ancora Spider-ManAmazing Spider-Man e non lo sarebbe stato ancora per un po’…).
Avevo letto qualche storia da L’Uomo Ragno Classic delle Edizioni Star Comics preso da un mio zio in precedenza, ma quest’albo è il primo che ho acquistato e di cui ho memoria piena. Era l’inizio dell’aprile 1996, un’epoca in cui l’alter ego di Peter Parker era presente in TV principalmente nella serie animata Spider-Man: The Animated Series e quella era la versione che si era sedimentata nel mio immaginario.
La cover di Scott McDaniel era particolarmente d’impatto, con quel Goblin inedito, diverso, il design dalle influenze dark, eppure con elementi ampiamente riconoscibili a livello stilistico (questo Folletto Verde, il quarto, sarebbe poi stato protagonista di una miniserie spin-off scritta da Tom DeFalco e disegnata proprio da McDaniel).
L’episodio principale dell’albo, Il ritorno di Goblin, era tratto da The Spectacular Spider-Man #225 del giugno 1995, e vedeva Peter Parker, Ben Reilly e il cast di comprimari affrontare non solo la nemesi dello Sciacallo e l’avvento di un nuovo Goblin, ma anche le conseguenze della (provvisoria) morte di zia May e, soprattutto, vari scambi di identità. A ben guardare, tra cloni e personaggi misteriosi, tra colpi di scena e processi in arrivo, proprio il tema dell’identità faceva capolino tra quelle pagine, con un Peter Parker costretto brevemente a indossare il costume del Ragno Rosso di Ben Reilly e ad affrontare la presenza di vari suoi cloni, tanto da condurlo verso un’inevitabile crisi d’identità e da giocare molti dei suoi conflitti interiori proprio su ciò che rende Peter unico (e, in generale, portare il lettore a chiedersi cosa renda un essere umano insostituibile).
Le firme di Tom DeFalco, Sal Buscema e Bill Sienkiewicz mi guidarono attraverso i meandri di una storia oscura, tetra, ben lontana dai colori sgargianti che caratterizzavano la controparte del piccolo schermo a cui ero abituato. In particolare Sienkiewicz, qui in veste di inchiostratore, donava a queste pagine le sue chine ruvide, sporche, efficaci nel rendere particolarmente vivida l’atmosfera del racconto.
Seguiva una storia breve di DeFalco e Buscema (inchiostrata invece da Jimmy Palmiotti, con stile più lineare e meno cupo), che reinterpretava le origini e la storia di quel “bravo ragazzo” di Peter seguendo le dichiarazioni di chi lo ha conosciuto nel corso degli anni, nel corso di un’inchiesta del giornalista Ben Urich prima di un processo per accusa di omicidio (che avrebbe caratterizzato i numeri successivi del quindicinale).
Poi era la volta di una storia tratta da Spider-Man Unlimited #7, intitolata Conflitto di interessi, scritta da Mike Kanterovich con i disegni di Bob McLeod e le chine di Randy Emberlin, di cui ricordo la presenza del personaggio di Cardiac, un antieroe dalla doppia vita, medico di giorno e killer di criminali di notte (un racconto che non mi colpì particolarmente all’epoca ma, che riletto con lo sguardo consapevole di oggi, presentava dilemmi etici tanto classici quanto potenzialmente interessanti).
A parte quest’ultima storia, i personaggi, le atmosfere, le tematiche e gli eventi presenti in queste pagine erano la diretta ripercussione di eventi narrati in precedenza e avrebbero poi avuto un ruolo nelle storie future.
Mi stupisce sempre quanto, sebbene avessi iniziato a leggere la serie (e i fumetti Marvel in generale) con un numero così interlocutorio e piazzato al centro di varie saghe, non solo mi sia appassionato repentinamente ma non sia più riuscito a staccarmene per oltre 25 lunghi anni. Per inciso, sono sicuro che i redattori della testata all’epoca ne fossero ben consci, quando piazzarono in copertina la scritta “Un numero storico!”: per me lo è stato davvero.
Chiudo con una curiosità: in questo numero c’era anche una preview di Europa #0, la rivista supereroistica made in Italy che ricordo con affetto. Sette pagine che introducevano Gemini di Giorgio Lavagna, Francesco Meo, Fabrizio Ugolini, Giampaolo Frizzi e Matteo De Benedittis, sondando la possibilità di realizzare anche in Italia storie di supereroi.

Ferdinando Maresca: la mia prima volta con Spider-Man

ASM1_039Il mio primo “incontro” con un fumetto dell’Uomo Ragno avvenne a casa di un amico. Un ragazzino appassionato di supereroi con il quale passavo i pomeriggi a fantasticare leggendo gli albi Corno, cercando di dare risposta a domande oziose del tipo: è più forte Hulk o la Cosa? Cose così, cose da ragazzini degli anni ’70. Da quel giorno Il mio eroe per eccellenza è sempre stato Peter Parker, il liceale bullizzato che alle soglie della pubertà viene morso da un ragno radioattivo che lo trasforma in qualcosa di più definito, completo e potente. Uno strappo violento che ti costringe a passare in un breve lasso di tempo dall’adolescenza all’età adulta, in modo paradossale e fantastico, da abitatore dei fumetti.
Ricordo la copertina di quel particolare albo, la carta un po’ strappata negli angoli e quello strano brivido che provai nel maneggiare il numero 33 de L’Uomo Ragno dell’Editoriale Corno. Mi impressionò molto l’immagine di copertina: un ragazzo con gli abiti strappati legato ad una specie di aliante cavalcato da un folletto dalla pelle verde. Il ragazzo, sotto gli abiti civili, indossava un costume rosso con ghirigori in stile ragnatela.
Lessi quel fumetto tutto d’un fiato, assorbito dalla storia e dai profondi travagli che la attraversavano. Feci la conoscenza di Norman Osborn e del suo alias Goblin e mi fu evidente la sua perfida e sottile cattiveria. Conobbi Il suo modo pernicioso di perseguitare e di combattere l’Uomo Ragno così come la sua capacità di odiarlo. Un odio che in quella storia lo portò a ordire un piano che passava dall’inibire il senso di ragno del nostro eroe (una specie di prurito che lo avverte di pericoli imminenti o di sguardi indiscreti) per poterlo seguire indisturbato e scoprire la sua identità segreta. Quella del giovane Peter Parker, fotografo del Daily Bugle.
L’odio di Goblin è come una oscura presenza che cala sulle pagine dell’albo e viene ben rappresentato dai disegni di John Romita Sr. che iniziava in quegli anni a tratteggiare, con uno stile realistico, quella che diventerà l’iconografia classica dei personaggi, con illustrazioni che si discostano dalla caratterizzazione data in precedenza da Steve Ditko. Romita Sr. regala un nuovo look ai protagonisti denotando una particolare cura e gusto estetico per quelli femminili che trasudavano glamour e luminosa bellezza.
L’arte di Romita Sr. si dimostra poi utile anche al cambio di passo della serie che ora, discostandosi dalle precedenti trame ed atmosfere noir, approda ad un racconto ricco di accenti romantici, quasi da soap opera, e risvolti intimistici che rendono realmente tridimensionali i personaggi.
La sceneggiatura di Stan Lee, vero e proprio meccanismo ad orologeria, riusciva a dimostrarsi genuina e coinvolgente costruendo pazientemente un climax e una tensione che andavano ad esplodere nell’ultima pagina dell’albo, dove i due avversari si confrontavano senza il filtro delle loro maschere.  L’identità di Goblin veniva svelata e il personaggio mostrava le sue fattezze di uomo comune, un padre di famiglia trasformato in un mostro disumano. Riletta oggi, quella storia, tradisce una qualche verbosità ma rimane intatto il suo fascino ed il suo incedere lento e allo stesso tempo sottilmente incalzante. I personaggi risultano ancora freschi e vibranti, la loro personalità ben definita così come i loro motivi, pensieri e travagli. E la mia personalissima emozione rimane ancora intatta.

David Padovani: la mia prima volta con Spider-Man

PPSSM_107Togliamoci subito il dente: l’Uomo Ragno, oggi universalmente noto come Spider-Man, non è mai stato il mio personaggio Marvel preferito. Né negli anni ’70, quando scoprii negli albi della Corno l’affascinante universo della Casa delle Idee, rimanendo folgorato dal suo lato cosmico e dai Fantastici Quattro in primis.
Né a inizio anni ’90, quando liceale diciottenne riscoprii quei mondi e quei personaggi sugli albi Star Comics, ricominciando proprio dai Fantastici Quattro.
Eppure, alla mia prima Lucca Comics (che al tempo se non ricordo male si chiamava ancora Salone del Fumetto), in un piovoso pomeriggio d’autunno del 1990, al piccolo stand Star Comics all’interno del palazzetto dello sport acquistai l’albo speciale L’ultima caccia di Kraven e il primo numero di StarMagazine, che vedeva campeggiare in copertina un Arrampicamuri con il costume nero disegnato meravigliosamente da .
Quindi, sì, l’Uomo Ragno non è mai stato il mio supereroe preferito, ma l’ho bazzicato, per periodi più o meno lunghi, lasciandolo e riprendendolo, e questo tira e molla continua tutt’oggi.
Ma in quell’inizio di decennio che andava a chiudere il XX secolo, ricordo bene quale fu l’albo con il quale decisi di provare a seguire l’aracnide in pianta stabile: L’Uomo Ragno #64 del dicembre 1991.
Iniziava in quell’albo la cosiddetta Saga del Mangiapeccati, scritta da Peter David, autore che mi aveva colpito su The Incredible Hulk, che leggevo in appendice a Fantastici Quattro. Lo ammetto, fu un caso la decisione di iniziare a (ri)leggere le avventure di Spidey proprio con quell’albo, ma caso fu mai più fortunato.
Perché in quelle pagine era contenuto Peccato originale (Spectacular Spider-Man #107), altresì conosciuto come La morte di Jean DeWolf, una storia che mi colpì come un pugno allo stomaco e che, riletta a oltre trent’anni di distanza, non ha perso un briciolo della sua efficacia.
In quattro albi (Spectacular Spider-Man #107-110, pubblicati su L’Uomo Ragno #64-66) David regala ai lettori una storia di Spidey dai toni adulti, perfettamente calata nel milieu narrativo americano della metà degli anni ’80 di decostruzione del supereroe.
In una New York ad alto tasso criminale, che rifletteva la reale condizione della Grande Mela che all’epoca era considerata tra le metropoli più pericolose a livello mondiale, uno Spider-Man con il costume nero deve vedersela con un vigilante che, dopo aver ucciso il commissario di polizia Jean DeWolf, assassina un giudice e un sacerdote, tutti colpevoli ai suoi occhi di essere troppo indulgenti con i peccatori.
David scrive uno Spidey molto umano e fallibile, che commette errori ed è vittima della sua stessa rabbia e sete di vendetta, di fatto traslando i concetti cardini alla base del personaggio creato da Stan Lee e Steve Ditko in un contesto narrativo più realistico e coevo.
Da ciò deriva il pregio della saga di essere divenuta un classico, attuale oggi come allora, che forse solo nei disegni di Rich Buckler, buon artigiano della matita ma niente di più, dimostra i suoi veri anni.
Quello Spider-Man di Peter David non durò molto e fu un peccato, almeno dal mio punto di vista: quella versione adulta e “seria” del personaggio l’avrei ritrovata solo con due autori in seguito, accomunati dalle iniziale del proprio nome, J.M.: De Matteis e Straczynski.
Ma questa è un’altra storia.

 

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