Il martedì e il mercoledì in USA sono i giorni dedicati all’uscita dei nuovi albi a fumetti, molti dei quali sono numeri di esordio di serie e miniserie, i first issue.
First Issue è la rubrica de Lo Spazio Bianco dedicata ai nuovi numeri uno in uscita negli States e, puntata dopo puntata, è arrivata al traguardo delle cento pubblicazioni. Quasi cinque anni fa – correva l’anno 2017 – una parte della redazione del sito appassionata di fumetto made in USA – battezzatasi senza troppa fantasia True Believers – decise di dare vita a un appuntamento fisso nel quale scrivere e analizzare gli albi d’esordio che ogni settimana si affacciano sul mercato fumettistico d’oltreoceano (con alcune dovute eccezioni ogni tanto, perché una regola senza eccezioni diventa dogma).
First Issue è nata (e lo è tuttora) come una rubrica “figlia dei tempi”: in un contesto nel quale, grazie alla diffusione digitale del fumetto, gli albi dei comics sono disponibili sulle app come ComiXology lo stesso giorno della loro uscita nelle fumetterie americane, i lettori di tutto il mondo hanno a disposizione in tempo zero le storie più recenti dei personaggi di cui sono appassionati, senza dovere aspettare – se lo desiderano – l’uscita della versione tradotta a qualche mese di distanza (sempre meno, la verità si dica).
Per tale motivo abbiamo dato vita a First Issue: perché ritenevamo importante analizzare quella che a tutti gli effetti è stata una trasformazione del mercato del fumetto statunitense (e non solo) e andare a coprire un segmento della divulgazione digitale il cui oggetto – i comics supereroistici – ha in Italia tanti appassionati.
Dal 2017, ogni due settimane circa, abbiamo presentato le recensioni e le analisi di alcune delle novità più importanti che arrivavano dagli Stati Uniti, affiancando quasi da subito alla rubrica madre una sua estensione, First Issue Presenta, che nelle sue oltre trenta uscite si è incentrata con puntate monotematiche su alcune delle novità più significative.
Prima di tornare alla normale routine che continuerà a contraddistinguere la nostra rubrica, abbiamo deciso di festeggiare questo importante traguardo con una puntata sui generis. Per tale motivo, in questo episodio #100 ogni True Believer ha analizzato quello che per lui è stato il primo #1 letto in inglese (o comunque quello fondamentale per la sua passione di lettore in lingua originale).
Sarà una puntata sulle ali dell’amarcord che spazierà nei decenni, a rispecchiare l’eterogeneità generazionale che contraddistingue la nostra redazione e a confermare che la passione non ha età.
FEDERICO BEGHIN
Descender #1 (Image Comics, 2015)

In ogni caso, messi da parte i dubbi iniziali, nel gennaio di sette anni fa decisi di abbonarmi a una serie, partendo dal first issue. Dettaglio importante: quei conoscenti appassionati e io, in quel periodo, eravamo andati in fissa anche per un’altra cosa, l’Image Comics. Poiché vivevamo un periodo di stanca con i supereroi e – pur leggendo volumi italiani, francesi, giapponesi e argentini – non volevamo rinunciare ai testi e ai disegni dei nostri autori nordamericani preferiti, decidemmo di dirigere la nostra attenzione sulla rediviva casa editrice, in pieno fermento e rinnovamento grazie a titoli di successo come The Walking Dead e Saga.
Con il sostegno degli altri fan, l’ongoing che decisi di seguire dal principio fu Descender di Jeff Lemire e Dustin Nguyen. L’artista canadese già all’epoca era sulla cresta dell’onda: se i suoi lavori per le major a volte lasciavano qualche perplessità, le sue opere indipendenti erano delle garanzie, perché emozionavano, stupivano, spingevano a riflettere sul mondo e a guardarsi dentro. In aggiunta, l’inglese scritto da Lemire non è complesso, le sue frasi sono abbastanza brevi e la terminologia utilizzata appartiene a un registro comune e standard.
Il primo numero venne pubblicato negli States il 4 marzo 2015, a me arrivò a inizio aprile. Lo lessi subito al ritorno dalla fumetteria e ricordo ancora il mio giudizio: mi sembrava di trovarmi davanti a un bell’incipit, ma non ero particolarmente entusiasta. Può capitare, quando si ha a che fare con un albo d’esordio, perché può essere molto introduttivo e, quindi, più funzionale che divertente. Raramente un first issue fa già gridare al capolavoro.
Descender #1 presentava alcune idee curiose e interessanti e apriva la strada a varie trame, tra cui quella legata al protagonista Tim e al suo robocane Bandit, ossia quella che più stimolava la mia fantasia, soprattutto grazie a una vignetta a tutta pagina che svelava la vera natura di Tim. Il personaggio che preferivo, però, era Telsa: faceva la dura, si atteggiava come un villain, ma ero sicuro che non sarebbe stata una vera nemica per i “buoni”.
Apprezzando fin dalla lettura di Batman: il cuore di Hush lo stile di Nguyen, ero tranquillo: anche l’estetica della nuova serie avrebbe goduto della mia fiducia. Così fu. Il disegnatore mostrava il nuovo universo narrativo con inquadrature per le quali variava continuamente il punto di osservazione. Per mezzo di splash-page e tavole con tre, quattro o cinque riquadri esplorava ambienti chiusi e spazi aperti, dava un assaggio degli scenari nei quali la storia si sarebbe sviluppata e raffigurava in modo semplice, archetipico, i personaggi. La colorazione ad acquerello rendeva il tutto quasi impalpabile, per certi versi insondabile, distante. Provavo la sensazione di trovarmi davvero in un mondo lontano, che valeva la pena conoscere.
Insomma, non ero entusiasta, ma ero decisamente convinto a proseguire la lettura. Confermato l’abbonamento al comic book, lo seguii fino alla fine. A volte con qualche dubbio ma più spesso con soddisfazione. A oggi Descender, con i suoi trentadue capitoli, rimane l’unica serie statunitense che ho acquistato, più o meno mensilmente, per la sua intera durata in spillati originali.
EMILIO CIRRI
Secret Wars #1 (Marvel Comics, 2015)

Tornando a Londra, il luogo del delitto è il leggendario Forbidden Planet, a pochi passi dalla stazione di Covent Garden, nel quartiere di St. Giles. Esperienza a tratti straniante, in cui sono passato dall’eccitazione alla confusione più totale, trovandomi di fronte a un numero impressionante di floppies, trade paperback, hardcover e così via. E in mezzo a questa cornucopia che rischiava di trasformarsi in abbuffata letale per il mio magrissimo portafoglio, appare l’ancora di salvezza per non uscirsene a mani completamente vuote e con tanti rimorsi: Secret Wars #1 di Johnathan Hickman ed Easd Ribic. Pur essendo l’ennesimo crossover Marvel Comics, attendevo questo albo con ansia spasmodica, forse l’ultimo evento che ho bramato di leggere con tanta voracità: all’epoca ero totalmente conquistato dall’epopea che Hickman aveva costruito sui suoi Fantastici Quattro (ad oggi ancora una delle mie run preferite), sulla sciagurata S.H.I.E.L.D., sulla sua futuristica gestione degli Ultimates fino agli ambivalenti (ma alla fine esaltanti) Avengers.
Secret Wars rappresentava il culmine di tutte queste storie, uno scontro finale tra Reed Richards e uno dei migliori Dottor Destino di sempre che era stato costruito con pazienza e maniacalità e che ripagava chiunque avesse seguito il percorso dell’autore del South Carolina, il tutto portato sulla carta da un Ribic in forma eccezionale, pittorico e potente come non mai. Tutte cose di cui ho già parlato in passato, arrivando a considerare questo evento come uno dei migliori degli ultimi anni. Quello di cui non ho mai parlato è l’emozione di stringere questo albo in originale, in anteprima rispetto ai lettori italiani, comprato nella prima fumetteria che visitavo all’estero, un vero tempio della Nona Arte ma anche un luogo che creava un ponte quantistico tra l’Inghilterra e casa, facendomi sentire meno solo.
Da allora, in ogni mio viaggio di lavoro o piacere, ho iniziato a visitare fumetterie piccole e grandi per comprare, oltre a vari altri albi e volumi, anche le più svariate edizioni del primo numero di Secret Wars, quasi come un buon auspicio, una “tradizione tutta mia”: ed ecco che nella mia collezione si trova un numero in francese acquistato a una FNAC di Bruxelles; uno in spagnolo comprato al Freaks di Carrer d’Alí Bei; un altro in ceco al Comics Center di Praga; e ovviamente uno in tedesco all’unico kiosk (una specie di fusione tra edicola e tabaccheria) che vende fumetti di Jena (oggi, per fortuna, c’è una fumetteria anche in questa città in cui abito); senza dimenticare il volume con la miniserie completa in inglese comprato al fornitissimo e bellissimo World’s End di Gent, posto che mi è rimasto nel cuore. Insomma, dall’emozione iniziale, la ricerca di fumetti e il giocoso collezionismo del numero #1 di Secret Wars è diventato un modo per me di esplorare in maniera alternativa tante città d’Europa, scoprendo angoli inaspettati e sentendomi sempre, in qualche modo, vicino a casa e vicino a un mondo vicino e rassicurante: quello delle nuvole parlanti.
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EMANUELE EMMA
Superman vs Spider-Man: The battle of the century (Collectors Treasury Edition, DC Comics/Marvel Comics, 1998)

Fatto sta che il sabato trascinai mio papà in fumetteria e passai le ore a guardare arretrati, volumi da libreria e tutto quello che fino a qualche giorno prima leggevo e sognavo soltanto nelle note degli albi. Il mio sguardo però cadde inevitabilmente sugli albi in lingua originale che ai miei occhi erano il sacro graal, volumi VERAMENTE introvabili e “rari” e ovviamente me ne feci comprare uno: la Collectors Treasury Edition di Superman VS Spider-Man: the battle of the century.
Il mio eroe preferito, l’Uomo d’acciaio, una copertina splendida (e con cornice dorata, elemento da non sottovalutare), albo americano: seriamente, come potevo non innamorarmene? Portai a casa quel piccolo tesoro, un volumetto che credo non valga neppure le diverse “milalire” spese, ma che lessi e rilessi, dizionario sulle ginocchia, decine di volte.
La storia di Gerry Conway non è certo memorabile, anzi, vedere Lex Luthor e il dottor Octopus che incredibilmente, finiscono nello stesso carcere di massima sicurezza dal quale evadono senza fatica unendo le forze è forse l’incipit più banale che si possa pensare per far incontrare l’arrampicamuri e l’ultimo figlio di Krypton, ma rileggete questa frase e pensate ai pomeriggi spesi da bambini a inventare improbabili crossover tra i pupazzi di Batman, delle Tartarughe Ninja e dei Power Rangers (insomma, quando effettivamente stavamo scrivendo i crossover degli anni 2010): quelle pagine erano quanto di più entusiasmante avessi mai letto!
Quello che effettivamente era lo stato dell’arte – e lo è ancora – è la mano di Ross Andru per le matite, disegnatore che avrei conosciuto e amato anni dopo, ma che incontravo qui per la prima volta: i personaggi erano “classici” nel senso più vero e puro del termine, ma anche “amichevoli” per addentrarmi nella lettura di un albo che, per quanto semplice, rappresentava il mio primo approccio con la lingua inglese fuori dai banchi di scuola. Ho però questo pensiero per cui le cose belle per davvero, anche se non si hanno tutti i mezzi necessari per capirle a fondo, abbiano comunque la capacità di incuriosire lo spettatore spingendolo ad approfondirle: ecco, in questo caso quel quid è dato dalle chine e dalle rifiniture di John Romita Sr. e Neal Adams; impossibile non rimanere a bocca aperta pur non sapendo ancora quanto fossero dei pesi massimi questi due autori.
Da quel giorno con gli albi americani ho avuto un rapporto a corrente alternata: ne continuai a comprare a casaccio per leggere in anteprima quello che avrei letto solo mesi dopo sulle testate italiane (tutto questo a neanche 15 anni, seriamente, qualcuno doveva fermarmi!) o perché a volte erano albi ai miei occhi “speciali” come quella Battaglia del secolo; oggi li “sfrutto” per cercare di rimanere i pari con quello che succede oltreoceano ed evitare rognosi spoiler, che ormai spesso si subiscono prima ancora che l’albo raggiunga gli scaffali delle fumetterie statunitensi, figuriamoci aspettare anche soltanto tre mesi…
E poi dai, vuoi mettere anche solo la soddisfazione di leggere qualche numero #1 “in anteprima” e parlarne qui con altri appassionati?
PAOLO GARRONE
Spawn #1 (Image Comics, 1992)

Queste poche parole che sto scrivendo non hanno nessun intento critico, sono un viaggio nei ricordi venato di nostalgia e il rigore cronologico ha poca importanza. Non recensirò ciò che è già stato abbondantemente sviscerato, per cui non vi parlerò degli ottimi disegni, pur coi consueti limiti di McFarlane (gran compositore di tavole ma dal segno un po’ rozzo) e di una sorprendentemente efficace sceneggiatura. Ricordo nitidamente che quando lessi gli annunci su Previews dei vari numeri 1 lanciati più o meno contemporaneamente dalla nuovissima Image Comics, nata da una piccola rivolta senza precedenti di un manipolo di autori con molte e positive conseguenze, Spawn mi colpì subito e quando lo lessi mi piacque ancora di più. I motivi sono diversi, ma due sono prevalenti: al netto di alcune ingenuità, Todd McFarlane era uno sceneggiatore più fantasioso e creativo di quasi tutti i suoi cinque colleghi dell’esodo dalla Marvel e la sua creazione era la più solida e la più originale – insieme con Savage Dragon di Erik Larsen – fra tutte quante le brutte copie di personaggi preesistenti partorite dagli altri grandi disegnatori, non altrettanto bravi a scrivere. Per i pochi che non lo sapessero, si narra di Al Simmons che si ritrova dopo cinque anni dalla sua morte incarnato in una creatura demoniaca potentissima che, non volendo assoggettarsi al volere del demone Malebolgia con cui ha stretto un patto per poter rivedere la moglie, si ritrova a doversi creare una sua esistenza sulla Terra affrontando mille difficoltà, e diventando una sorta di giustiziere.
Il personaggio è cresciuto moltissimo negli anni, la testata ha raggiunto il record (prima detenuto dalla splendida Cerebus di Dave Sim) di maggior longevità per una collana indie, superando i 300 numeri (327 mentre scriviamo), con svariati decenni di successi, trasposizioni più o meno riuscite in altri media, abbondante merchandise, diventando la punta di diamante di un’azienda che porta il nome del suo creatore.
Il buon vecchio Hellspawn l’ho un po’ perso di vista nel corso del tempo, come succede anche con ottimi amici, senza rancori ma semplicemente perché si prendono strade diverse. Tuttavia mi sono tenuto informato, leggendo che molte cose sono avvenute e so che in questo momento è protagonista di un rilancio con la creazione di un suo universo più strutturato. Ma non importa cosa è diventato, importa (a me) cosa ha significato leggerlo e, assistere alla sua nascita: la creazione di un personaggio che aveva davvero qualcosa di nuovo, oltre a rappresentare l’innovazione deontologica di un’industria fumettistica che da allora è cambiata per sempre. Sono molto felice di aver assistito a un passaggio così epocale, di cui Spawn rappresenta uno dei risultati più significativi e duraturi, oltre ad aver contribuito a consolidare il mio amore per i comics.
FERDINANDO MARESCA
Metropol (Epic Comics, 1991)

È proprio sotto questa effige che, agli inizi degli anni Novanta, viene dato alle stampe il primo numero di Metropol di Ted McKeever. Fumetto dalle tinte fosche che ritrae un ambiente urbano cupo e malsano, pieno di zone d’ombra sporche e affilate come coltelli. Le sue pagine racchiudono il talento visionario dell’autore espresso con uno stile artistico quasi brutale, che ci conduce in una città claustrofobica dallo skyline sfregiato dalla presenza di spettrali strutture industriali che sembrano incombere come una silenziosa minaccia sulla popolazione. Gru che ricordano delle forche e impalcature sbilenche e scheletriche che mettono in stato di spettrale assedio vicoli e palazzi, rileggono in chiave grottesca e soffocante l’urbanistica delle grandi città, capaci di mutare nell’aspetto ristrutturandosi e facendosi a pezzi per poi ricostruirsi con nuove forme lugubri e opprimenti.
I personaggi, scivolati nell’entropia dei limiti metropolitani, vivono ripiegati su sé stessi incapaci di immaginare, o semplicemente aspirare, ad una vita al di fuori dei solidi confini di cemento segnati da un reticolo di vicoli, strade. È solo la città che si muove nel suo lento e costante mutamento, costringendo all’immobilità i propri abitanti, disorientati e fagocitati dal peso di architetture dalle forme stolide e ipnotiche.
McKeever non sembra risparmiarci niente, rappresentando i suoi personaggi come entità sgraziate, grottesche e dagli sguardi allucinati, figure che lasciano trasparire qualcosa di profondamente patologico che tormenta e scuote il loro animo. Esseri rinchiusi in corpi deformi, raffigurati con linee grezze e frastagliate, collocati in un ambiente cittadino dalla rappresentazione e dal significato tanto definito e schematico quanto astratto nel suo essere significante distopico.
Anche la colorazione sembra utile a circoscrivere la città quale linea di confine intransitabile, grazie a una palette nella quale prevalgono le tinte giallognole e grigie che rimandano a un senso di calore malato, di luce che contende la scena alle ombre rischiarando, priva di particolare vitalità e forza espressiva, le esistenze asfittiche che si muovono tra mura casalinghe, i negozi, i locali e i marciapiedi.
Metropol, riletto oggi a distanza di diversi anni, è sicuramente un’opera pienamente calata nello stile degli anni in cui è stata realizzata. Un fumetto dal tono narrativo solenne e pomposo che sfrutta anche pagine di solo testo unite a una grafica dalle linee pesanti e dettagliate. Tra le sue pagine McKeveer tocca uno dei punti maggiormente distintivi della sua carriera artistica riuscendo a rappresentare un mondo sull’orlo del baratro, grottesco e onirico, dalle reminiscenze lynchiane. Una città apparentemente squallida e ordinaria sotto al tessuto della quale vibrano forze pericolose e misteriose.
MARCO MAROTTA
Wonder Woman (vol. 4) #1 (DC Comics, 2011)

Azzarello getta da subito anche i semi di quella che sarà la tematica principale della sua intera gestione: la famiglia. La famiglia biologica che lega le divinità dell’Olimpo ma al cui interno serpeggiano rancori e meschinità, contrapposta alla famiglia disfunzionale creatasi quasi per caso attorno al personaggio di Zola ma unita da legami di affetto e fiducia più saldi che mai.
Una nota dolente sono i disegni di Cliff Chiang che appaino un po’ sgraziati, soprattutto per quanto riguarda le figure umane, sebbene siano comunque efficaci nella rappresentazione degli ambienti e delle vedute esterne. C’è però un elemento del comparto artistico che riesce a spiccare per acutezza, di cui nel primo numero sono presenti solo accenni ma che diventa davvero notevole col prosieguo della serie: il character design delle divinità. La caratterizzazione estetica di Apollo, Ermes e tutti gli altri è infatti incredibilmente ispirata ed è una delle caratteristiche dell’opera che maggiormente rimangono impresse durante la lettura.
DAVID PADOVANI
X-Force #1 (Marvel Comics, 1991)

Se un appassionato voleva leggere le avventure più recenti dei propri beniamini in spandex aveva solo una possibilità: cercare di reperire gli albi in lingua originale nelle fumetterie (ancora poche) che iniziano ad aprire nelle varie città.
Complice il recente esame di maturità, per il quale avevo portato letteratura inglese tra le materie a scelta del candidato, e l’inizio della nuova avventura universitaria che, quotidianamente, mi faceva affrontare un percorso pedonale tra le varie sedi di architettura sparse per il centro storico di Firenze, tra la fine di settembre e l’inizio di ottobre del 1991 mi imbattei nella vetrina di Al fumetto, storico negozio di via de’ Pilastri. Lì, in bella mostra c’era un trittico di tre albi che, se per tutti segnavano l’avvio di una nuova era mutante, per il sottoscritto avrebbero segnato l’ingresso nella lettura dei comics in lingua originale: X-Men vol. 3 #1, X-Factor #71 e X-Force #1.
Da appassionato lettore degli X-Men ero a conoscenza del rilancio mutante che sarebbe seguito all’addio di Chris Claremont e, quei tre albi, segnarono l’inizio del mio ormai trentennale rapporto con le X-storie fruite direttamente in originale.
Quei tre albi, per un verso o per l’altro, sono tutti importanti (se non fondamentali), ma per questa occasione vorrei soffermarmi su X-Force. Quell’evoluzione della testata New Mutants portata in campo da Rob Liefeld resta, a mio parere, lo specchio di ciò che sarebbe stato il fumetto supereroistico statunitense per almeno un decennio: ipertrofico, ipercinetico, innovativo (quantomeno da un punto di vista di approccio grafico).
Piaccia o meno, Liefeld ha segnato un’epoca e un modo di intendere un certo genere fumetto made in USA. Ricordato oggi da molti solo per gli aspetti negativi di uno stile grafico da autodidatta che si faceva beffe di proporzioni e anatomie umane, alcuni studiosi e divulgatori del fumetto hanno tuttavia portato avanti un’analisi della sua opera che evidenzia gli elementi innovativi inseriti dall’autore nelle sue opere, in special modo proprio all’interno di X-Force.
Per un’analisi più approfondita non posso che rimandare a interventi come questo firmato dall’attuale editor Panini Andrea Gagliardi (membro, seppur ormai onorario, tanto de Lo Spazio Bianco quanto dei True Believers). Qui basti dire che un lettore italiano che, nel 1991, sfogliando albi come Gli incredibili X-Men e X-Marvel si trovava davanti alle gabbie e alle vignette ancora regolari delle storie Marvel del 1985, la vista delle tavole di Liefeld era una sorta di viaggio nel futuro. Potenza del fumetto.
SIMONE RASTELLI
Deadly Class #1 (Image Comics, 2014)

Tutto questo era riassunto nella sensazione tattile trasmessa dal fascicoletto di Deadly Class #1 – Rick Remender (testi), Wes Craig (disegni), Lee Loughridge (colori) e Rus Wootton (lettering e design) per Image Comics – che compulsavo dopo averlo preso dallo scaffale. La fumetteria era la Orbital, che ha sede in una traversa di Charing Cross – la strada londinese delle librerie: non vasta e famosa come Gosh o Forbidden Planet, ha una dimensione da piccolo negozio e un’illuminazione calda e riposante che ti mette a tuo agio. A colpirmi furono innanzitutto i colori. Prima ancora della struttura variegata delle tavole, che cambiava ad ogni pagina, prima ancora della dinamicità del segno, e certo prima ancora dei personaggi, i colori creavano letteralmente l’atmosfera delle scene: si passava da toni ocra a gialli acidi, da arancioni a blu, in campiture dalle quali era bandita qualsiasi sfumatura. All’occhio risultava una plateale dichiarazione di intenti: raccontare situazioni estreme. In seconda battuta, l’alternanza fra scene di azione e di dialogo, messe su tavola con virtuosismo grafico e immerse in quei cromatismi così decisi, dava l’idea che quelle situazioni estreme avrebbero messo alla prova i personaggi tanto fisicamente quanto psicologicamente. Insomma, era un albo che faceva la voce grossa e manifestava l’ambizione di porsi fuori dall’ordinario. Che dire, un first issue così lo prendi.
Poi, seguendo la serie, l’entusiasmo si smorzò e in effetti mi sembra che la abbandonai dopo il #5.
L’esperienza di lettura sconta sempre qualcosa che è nel rapporto fra opera e lettore e in Deadly Class l’impressionante abilità narrativa (intesa nel suo senso fumettistico) mi parve divenire rapidamente virtuosismo fine a sé stesso; qualcosa che ammiravo dal punto di vista formale, ma che mi restava estraneo. Penso che forse dovrei provare a rileggerla: troppo spesso, nell’alluvione di titoli e fregola di seguire le novità, l’effetto di prima lettura diventa irreversibile. E qui mi diviene chiara l’importanza dello scrivere: costringe a tornare sulle letture, a dar loro più tempo, più attenzione. Quando devi scrivere di un’opera, ti impegni a una lettura significativa (uso questa espressione in analogia a quella “ascolto significativo”), a un dialogo con l’opera, nel quale le reazioni sono sostituite dalle riflessioni.
Per questa puntata è tutto. Vi diamo appuntamento tra due settimane circa con First Issue #101, nel quale torneremo alla regolare struttura della nostra rubrica!
Grazie per chi ci ha seguito fin qui e continuerà a seguirci… Stay tuned!






















