Electric State: l’on the road fantascientifico di Simon Stälenhag

Electric State: l’on the road fantascientifico di Simon Stälenhag
Dopo “The Loop” Oscar Ink porta in Italia “Electric State”, nuova opera visionaria nata dal talento dell’autore svedese Simon Stälenhag.

electric-state_cover

Deserto del Mojave, Stati Uniti occidentali, 1997. In un paesaggio sconvolto da quella che pare essere stata una guerra combattuta sul suolo e nei cieli americani – e che ha lasciato disseminati sul territorio i resti di immensi droni e navi da battaglia – una giovane adolescente accompagnata da un robot con una enorme testa gialla inizia un viaggio che ha come meta la costa del Pacifico e un obiettivo misterioso che si disvela solo alla fine dell’avventura.
È questa, in estrema sintesi, la trama che si sviluppa in Electric State, il nuovo libro di Simon Stälenhag portato in Italia da dopo il successo del precedente Loop, da cui è stata tratta la serie tv prodotta da Amazon Tales from the Loop.

L’autore svedese ritorna con un racconto di genere fantascientifico, in cui troviamo il marchio di fabbrica delle sue illustrazioni che mischiano insieme in modo alienante presente e futuro e con lo sguardo sul mondo filtrato dal punto di vista della gioventù, dopo che anche in Loop i protagonisti erano stati i bambini e il loro sguardo sul mondo.
In Electric State gli adulti sono praticamente assenti, o meglio, sono elementi passivi dell’intero racconto e, soprattutto, prime vittime delle conseguenze tecnologiche della guerra che ha sconvolto gli USA. Stälenhag non dà dettagli su questo conflitto, se non che è stata combattuto anche con dei droni. Ma proprio la tecnologia militare che ha permesso il collegamento neurale tra piloti/soldati e droni, è poi diventata tecnologia commerciale trasformatasi in visori virtuali che danno assuefazione e hanno fritto il cervello della maggior parte della popolazione adulta statunitense.

Electric State_01

Le opere di Stälenhag non sono fumetti, bensì libri illustrati nei quali le immagini sono la componente fondamentale di ogni pagina, accompagnate da parti testuali che si ritagliano un piccolo spazio a lato di alcuni dei disegni.
Gli inserti scritti descrivono quello che gli occhi trovano nelle immagini, ma quest’ultime – ed è questa una delle peculiarità dell’autore svedese – raccontano molto di più di quello che si trova nelle parole, ampliando la narrazione, arricchendola di dettagli e particolari.
Per questo motivo, e per un certo uso della sequenzialità delle immagini che si ritrova in alcune pagine di Electric State, anche se non possiamo parlare di opera a fumetti vera e propria, allo stesso tempo certi aspetti la avvicinano molto al linguaggio delle nuvole parlanti.

Se retrofuturismo e distopia possono essere, di primo acchito, due connotazioni con cui catalogare Electric State, un’analisi più accurata delle illustrazioni di Stälenhag ci porta a mettere da parte quei due aggettivi.
I disegni, ciò che viene in essi rappresentato, è permeato da un realismo immanente, quasi fotografico. Gli elementi fantascientifici risaltano senza stonare all’interno delle immagini, forse per quell’aria da archeologia industriale e tecnologica con cui l’autore li definisce.
I droni abbandonati, le carcasse delle astronavi ma anche le titaniche installazioni tecnologiche che si stagliano sugli orizzonti dei paesaggi sono “rusty”, rugginosi pezzi di macchinari o architetture nel nulla del paesaggio, come possiamo trovare un trattore abbandonato o lo scheletro metallico di una fabbrica dismessa se facessimo un giro nelle periferie urbane di qualsiasi città.

Electric State_02

Proprio il realismo avvicina Stälenhag a un nome importante come quello di Edward Hopper (1882-1967), pittore statunitense che meglio di chiunque altro ha saputo ritrarre la solitudine nascosta dietro l’American Way of Life del secolo scorso.
Come nei quadri di Hopper, le illustrazioni dell’artista svedese ci mostrano spesso architetture perse nel paesaggio, città, strade e scorci naturali al cui interno l’uomo – quando è presente – è un elemento insignificante. Il taglio fotografico delle inquadrature, il più delle volte campi medi o lunghi, e il realismo dello stile di Stälenhag donano alle immagini una componente metafisica accentuata dagli elementi fantascientifici e tecnologici “fuori sincrono cronologico” che permeano l’intera narrazione per immagini di una inquietudine estrema.
Ciò che colpisce nei disegni è l’assenza di rumore che essi emanano, anche quando sono rappresentate autostrade con le macchine che scorrono. Come Hopper, anche Stälenhag sa “dipingere il silenzio”, l’estraneità e l’incomunicabilità connotano le sue figure, gli adulti in special modo, persi in un loro inferno virtuale.
Le costruzioni prospettiche, la composizione fortemente geometrica dell’immagine, il punto di vista sempre all’altezza dell’occhio umano (o meglio, all’altezza dell’occhio di un adolescente, quindi dal basso verso l’alto), i colori e le luci freddi usati che contrastano con i toni caldi dei paesaggi del deserto americano, regalano alle pagine una drammaticità che cresce mano a mano che ci si avvicina al finale, lasciato all’interpretazione del lettore.

Electric State è un racconto di fantascienza noir e realistico ed è la conferma di come Simon Stälenhag riesca a trasporre in immagini l’alienazione del quotidiano, attraverso l’utilizzo di elementi fantastici usati alla stregua di componenti tecnologici di uso comune.

Abbiamo parlato di:
Electric State
Simon Stälenhag
Mondadori Oscar Ink, 2020
144 pagine, cartonato, colore – 25,00 €
ISBN: 978-8804714965

Clicca per commentare

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Torna su