
Il dialogo con il racconto di Moore e Gibbons si svolge su almeno due livelli: quello formale e quello assiologico. Sul primo, Johns e Frank svolgono un’operazione mimetica: riprendono i modi narrativi di Watchmen, architettura generale, struttura delle tavole, scelta delle inquadrature e dei cromatismi, ritmo delle scene e costruzione delle sequenze.
Possiamo vederla senz’altro come una tecnica di aggancio all’opera matrice, che consente al nuovo racconto di innestarsi su di essa – ricordiamo che Doomsday Clock è anche un seguito di Watchmen, poiché racconta ciò che accade dopo. In questo modo, Johns e Frank stabiliscono una relazione di continuità sulla quale fondare la loro versione dell’universo Watchmen. Una versione, quella che scorgiamo nel primo numero di Doomsday Clock, profondamente diversa dall’opera matrice, poiché al mimetismo formale corrisponde una discontinuità dei valori fondanti del racconto (su questo punto concordo con la sintesi di Andrea Fornasiero).

In particolare, il programma di ricerca di Moore e Gibbon aveva al proprio nucleo l’idea che il racconto supereroico non consente di approfondire quelle tematiche, perché la presenza di esseri dotati di superpoteri conduce il discorso a un punto morto. In Watchmen, questa idea forte è rappresentata dall’esilio autoimposto del Dottor Manhattan, che lascia la Terra – così priva di esseri superumani – alle ordinarie dinamiche di potere umane.
Doomsday Clock, sempre a giudicare dal primo numero, da una parte rimuove la dialettica umano-superumano, lasciando all’elemento umano le scene di protesta di massa, cioè un ruolo scenografico; dall’altro cancella l’unicità del Dottor Manhattan, poiché l’universo nel quale Johns e Frank proiettano Watchmen è strabordante di esseri superumani. Per questo, al momento il rischio maggiore sembra essere che Doomsday Clock evolva in un ordinario racconto di lotta fra supereroi e supervillain.

Dal punto di vista delle relazioni all’interno dell’universo narrativo supereroico, quello che Johns e Frank costruiscono è la versione Rebirth dell’universo di Watchmen. Usiamo questa espressione per marcare sia la discontinuità concettuale sopra descritta sia il legame con uno specifico ciclo dell’universo narrativo DC.
Il punto da sottolineare è che, nella nostra prospettiva, l’universo di Watchmen e quello di Doomsday Clock non sono lo stesso universo. Per questo denotiamo quello di Doomsday Clock come proiezione dell’universo di Watchmen. Dato uno spazio narrativo la sua proiezione in un altro spazio narrativo è il suo adattamento alle strutture di base di questo. In generale uno spazio narrativo è uno scenario, un universo, un contesto e così via; chiamiamo “matrice” o “origine” lo spazio proiettato e “destinazione” quello sul quale è proiettato.
Questo adattamento avviene tramite la modifica delle relazioni fra gli elementi della matrice e il risultato dipende naturalmente dall’impedenza fra le strutture fondamentali di matrice e destinazione. Vale la pena sottolineare che Watchmen può essere visto come una proiezione dell’universo narrativo Charlton Comics in un universo senza supereroi. In entrambi i casi quello che notiamo è che l’impedenza fra matrice e destinazione è tale da distruggere le relazioni originarie della matrice, così che possiamo dire che Doomsday Clock è tanto lontano da Watchmen quanto questi lo era dall’universo Charlton Comics.
Ma che cosa resta da questa cascata di paroloni?
Resta un punto fondamentale: tutti i racconti posseggono un’energia narrativa, che stimola la creazione di altri racconti a essi legati. Un racconto che non ne genera altri o è un racconto sterile o, per così dire, nasconde un segreto che gli impedisce di nutrire altri racconti. Nel nostro mondo moderno quella sterilizzazione è legata al diritto d’autore, che può impedire lo sfruttamento diretto di un racconto.
D’altra parte, come scrivemmo per Miracleman, anche per Watchmen possiamo dire che finora aveva nutrito la narrativa supereroica spingendo gli autori a confrontarsi con il suo programma di ricerca. Da Astro City di Kurt Busiek a The Authority di Warren Ellis, molta produzione post Watchmen può essere letta nella prospettiva del confronto con l’opera di Moore e Gibbons. Doomsday Clock ne sperimenta l’innesto nell’universo Rebirth, secondo una proiezione che mantiene la linea degli eventi, modificando profondamente le relazioni fondamentali.









