Don Camillo, dai racconti ai fumetti

Don Camillo, dai racconti ai fumetti
Lo sceneggiatore Davide Barzi racconta del lavoro sugli adattamenti da lui realizzati per ReNoir sull’opera integrale di Giovannino Guareschi.

Don Camillo, dai racconti ai fumetti

Negli ultimi anni, la ReNoir Comics ha avviato un imponente lavoro di adattamento del Mondo Piccolo di Giovannino Guareschi, quello incentrato sulle vicende del notissimo duo di Don Camillo e Peppone. Un nutrito pool di autori si sta cimentando non in un singolo volume omaggio, ma nell’adattamento integrale di tutti i riacconti guareschiani. Un lavoro imponente, rigoroso, e sviluppato in collaborazione con gli eredi e il fondo guareschiano: un approccio filologico non ancora così frequente nel fumetto (non solo italiano), e che quindi abbiamo voluto approfondire con un confronto, appunto, con lo sceneggiatore , che coordina il progetto.

Ciao Davide e benvenuto su Lo Spazio Bianco.
Come avete proceduto per il lavoro di documentazione necessario a ricostruire l’ambiente di quegli anni dell’immediato dopoguerra, ormai così lontani da noi?
In realtà, molti dei luoghi del Mondo piccolo sono nel complesso intatti o quasi; Alberto Guareschi, il figlio dello scrittore, ci ha indicato quali strutture erano cambiate e in cosa, indicandoci anche quando necessario il benché minimo dettaglio dell’epoca negli oggetti, negli abiti e così via. È importante sottolineare che l’ambientazione dei racconti originari non è Brescello, il paese dei film, ma un patchwork di vari luoghi della Bassa, quella “fettaccia di terra” tra Parma e Piacenza che abbiamo ricostruito anche grazie all’accurato lavoro di Werner Maresta, che ha realizzato una mappa di riferimento fondamentale per tutto il parco disegnatori.

A partire dai volti dei due protagonisti, ma anche in altri aspetti, si nota una differenza dagli adattamenti filmici che Guareschi non amava, pur avendo essi contribuito al successo del “Mondo piccolo”. Come vi rapportate voi con quelle pellicole?
Il ciclo di film di Don Camillo è un precedente importante e pesante, ma abbiamo tenuto a marcare la nostra fedeltà ai libri originari: Don Camillo non è Fernandel, Peppone non è Gino Cervi. Con Giovanni Ferrario, direttore di ReNoir, abbiamo voluto un ritorno ai racconti; anche in accordo con gli eredi Guareschi, lo spunto di riferimento, la stella polare, è sempre stato  il testo originale. Questo passa anche in due aspetti: Peppone è ispirato a Guareschi stesso, che lo avrebbe anche dovuto interpretare nel primo film; Don Camillo, più blandamente, è ispirato a una versione di Guareschi più giovane e senza baffi. Personalmente non ho più voluto rivedere i film durante la stesura dell’opera, proprio per non farmi influenzare, e questo vale anche per molti disegnatori, anche se qualcuno ogni tanto l’ispirazione cinematografica la butta fuori, magari anche non consciamente:  qui e là, soprattutto nelle prime tavole “di assestamento”, qualche volta un accenno alla “mascella cavallina” di Fernandel può saltar fuori…

Don Camillo, dai racconti ai fumetti

La serie è ormai giunta a 14 volumi: un traguardo importante previsto fin dall’inizio? Quale pensate sia il pubblico alla base del suo successo? Il progetto ha già un punto di arrivo o è prevista una continuazione indefinita (compatibilmente, è ovvio, col pur vastissimo materiale guareschiano)?
All’inizio avevamo pensato a quattro volumi:  “partiamo, e vediamo come va”. Per fortuna, la risposta è stata molto buona, e così, giunti al secondo-terzo capitolo e forti di risultati confortanti, abbiamo deciso di proseguire. Del resto, quello di Don Camillo è un brand transgenerazionale, grazie sopratutto al successo dei film – che spesso sono il primo punto di contatto con l’opera. A oggi sono in lavorazione i volumi quindici e sedici, e se l’opera, come speriamo, verrà trasposta nella sua interezza, siamo a un terzo del lavoro, sui 345 racconti totali ne abbiamo sinora adattati poco più di cento. Del resto, fin da subito abbiamo deciso di operare un adattamento cronologico (con alcune eccezioni, come la primissima storia, che è il racconto 315, legato all’infanzia dei due protagonisti), invece di fare una cernita, come era avvenuto nei film, che avevano poi cucito i vari racconti in nuove storie adattate alla dimensione di un solo lungometraggio. Allora poteva anche avere un senso legato a una prudenza politica, che aveva portato a elidere i racconti più controversi; oggi, con la giusta distanza storica, è giunto il momento che quel problema non si ponga più.

Qual è il rapporto di voi autori con Guareschi (un autore, oltretutto, con una posizione sicuramente particolare nel canone letterario italiano)? Si tratta di una passione di lunga data, di una scoperta, una scelta commerciale?
Il mio rapporto con Guareschi è simile a quello con un altro “G.G.” che ho adattato a fumetti, Giorgio Gaber. Autori anticonvenzionali, visti con sospetto perché non allineati con nessuno degli schieramenti culturali principali del paese. Oggi sono “vittime” di una “appartenenza retroattiva”, nel senso che tutti se li litigano: per Gaber è un processo che è avvenuto quasi subito, per Guareschi c’è voluto un po’ di più. Certo, era un conservatore, però altrettanto sicuramente Guareschi era lontano dagli stereotipi di quest’area, era un pensatore lucido, critico, aperto. Io l’ho scoperto in Cuore di Michele Serra, che l’aveva distribuito in allegato, e l’ho riletto a fondo per questo lavoro: i suoi valori di fondo restano vivi e  spesso condivisibili ancora oggi. Mi trovo molto bene ad adattarlo, dopo un’inevitabile periodo di assestamento, per prendere le misure all’autore, e lo stesso vale per il vasto pool di disegnatori che si alterna ai disegni, più di una ventina: credo che il 90% conoscesse già Guareschi o ci si sia appassionato in corso d’opera.

Guareschi stesso era un cartoonist estremamente efficace, anche se con un segno “di sintesi” e non realistico (com’è in prevalenza nella serie). Quale peso ha avuto questo riferimento visivo?
Sì, ci abbiamo giocato, col Guareschi cartoonist: Francesco Bonanno nel settimo volume ha disegnato alcune tavole in stile guareschiano. Il contributo più prezioso di Guareschi però è sulla chiesa di Don Camillo: si era ispirato alla chiesa di Fontanelle di Roccabianca, ma per ragioni narrative ha spostato la canonica rispetto alla chiesa, lasciando degli “appunti disegnati” di cui abbiamo tenuto conto nell’adattamento, e in questo è stato indispensabile l’archivio Guareschi, messo a disposizione da Alberto e Carlotta. In qualche modo, quindi, anche Guareschi ha contribuito, con la sua documentazione, alla realizzazione di questo adattamento! Del resto, Guareschi apprezzava i fumetti, di cui era occasionale lettore: anche di Diabolik, che abbiamo fatto incontrare con Don Camillo in un fuori collana. Una passione che ha passato anche al figlio Alberto, che non a caso in un racconto del Corrierino delle famiglie mostriamo intento nella lettura di storie Disney: nessuna invenzione, era nel testo originale!

Don Camillo, dai racconti ai fumetti

Le storie di Mondo Piccolo parlano di un passato quasi prossimo, ma nella sostanza molto lontano dal nostro nei suoi riferimenti storici e politici (spesso anche legati alla cronaca del tempo). Questo ha comportato delle necessità di adattamento per renderlo più comprensibile a un pubblico più giovane?
Su questo, in effetti, si cammina su un filo sottile: ci sono degli elementi, più legati alla cronaca, che si sono persi nella memoria collettiva. Se è parte integrante della narrazione, lo si lascia, cercando di inserire la spiegazione senza cadere nel classico “spiegone”, noioso per il lettore. Se non è possibile, lo si accenna nelle note d’apertura della storia, un paragrafo agile e sintetico che in linea teorica dovrebbe dare tutte le informazioni necessarie per la comprensione di ogni singolo racconto.

Ci sono invece dei passaggi difficili da adattare, per una diversa sensibilità moderna, o elementi che sono stati tagliati (o racconti che sono stati per questo omessi)?
Questa è una delle prime questioni che ho posto all’editore quando sono stato contattato per la realizzazione dell’opera: quanto avrebbe inciso il politicamente corretto? E Giovanni Ferrario, per fortuna, ha risposto: “nulla”. Sono storie legate a un tempo: sarebbe molto difficile semplificarle sotto questo punto di vista. Capita a volte di essere attaccati da qualche gruppuscolo, è pressoché inevitabile, a meno di non cadere in una narrazione neutra, asettica. I personaggi qui mangiano carne, fumano, gli animali muoiono. Per quanto riguarda il ruolo della donna, è un momento particolare: il diritto di voto era stato appena acquisito, e non c’era ancora la sensibilità paritaria che si è poi sviluppata. Va detto che la figura femminile non è così centrale in Guareschi, e quindi non è un elemento così cruciale. C’è qualche momento più sensibile: nella storia de Il pittore, sul secondo volume, c’è una scena in cui il personaggio picchia la moglie. L’abbiamo mantenuta, ma non rappresentando la scena visivamente, bensì tenendola implicita. Ci sembrava giusto non censurare, ma nemmeno indulgere troppo nella narrazione dell’atto. Nell’ultimo speciale abbiamo poi iniziato ad adattare alcune delle ultime storie, dove Guareschi – e Don Camillo – affrontano i nuovi oppositori, i “giovani capelloni “del ’68: appare il figlio di Peppone, la nipote di Don Camillo, Cat, e anche qui appare il punto di vista forte dell’autore. Le figure femminili migliori di Guareschi sono quando la donna diventa madre: allora le tratteggia con grande delicatezza, proiettandovi anche il ricordo della sua figura materna.

Ringraziamo di cuore Davide Barzi per la sua disponibilità, ripromettendoci un futuro nostro approfondimento sulla serie nel suo complesso.

Intervista realizzata telefonicamente nel mese di novembre 2017

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