Per lo Speciale dedicato ai trent’anni di Dylan Dog, abbiamo intervistato alcuni dei principali disegnatori delle storie dell’Indagatore dell’incubo. Iniziamo con Gigi Cavenago e Bruno Brindisi.
Gigi Cavenago

Se dovessi caratterizzare Dylan Dog in un solo dettaglio, da un solo particolare, quale sarebbe per te?
Faccio fatica a pensare a una caratteristica fisica che basti a caratterizzarlo. Se invece dovessi scegliere un elemento o un oggetto che lo rappresenti al meglio, sarei indeciso tra il clarinetto e il galeone. Il clarinetto non lo sa suonare e il galeone non lo sa finire, eppure ci si dedica continuamente.
Dylan lo vedo così, come un impreparato, come uno di quegli studenti che, a detta degli insegnanti, ha tutte le capacità ma non si applica mai fino in fondo.
Pensateci: non ha un metodo di indagine alla Sherlock Holmes, non ha una conoscenza enciclopedica come Martin Mystère, non è nemmeno attrezzato contro i mostri come un Van Helsing o un Hellboy. Ecco perché è sempre in bolletta, ecco perché gli si vuol bene.

Molto poco in realtà, perché il personaggio mi è arrivato filtrato da tutti i disegnatori che si sono succeduti nella testata prima ancora che venissi a conoscenza che un attore in carne e ossa era servito da modello.
Quando ho visto per la prima volta delle immagini di Rupert Everett (e stiamo parlando del 1994, quando uscì al cinema “Dellamorte Dellamore”) avevo già una mia idea di quale fosse l’aspetto del nostro indagatore e faticavo a farla combaciare con l’attore preso a modello.
Devo ammettere che ho avuto una reazione diversa un paio di anni fa, quando ho visto “Another Country”, il film che Sclavi ha indicato come riferimento ai primi disegnatori. Se mai dovessi tornare a Everett, lo farei partendo da lì.
Ritengo comunque che il personaggio abbia abitato così a lungo le pagine a fumetti da essersi guadagnato una vita tutta sua… e una faccia tutta sua.
Se dovessi definire il tuo Dylan Dog, come lo faresti, cosa nel tuo modo di disegnarlo cerchi di fare emergere?
Sono ancora alla ricerca di un “mio” Dylan. Ho al mio attivo una manciata di copertine e una storia in cui il nostro eroe è quasi sempre ridotto a uno straccio. E’ troppo poco per avere una visione a 360 gri del personaggio.
Quello su cui mi piace giocare a livello grafico è il vestiario, appena posso gli scombino la giacca e gli alzo il colletto della camicia appena tira un filo di vento. Sono dettagli che lo tirano un po’ fuori dal quotidiano, e mettono in mostra quel suo lato da eroe romantico.
Qual è il disegnatore che secondo te fornisce la migliore interpretazione grafica di Dylan Dog?
Non ne esiste uno solo, ci sono così tanti autori e così tante interpretazioni che non mi ci metto neanche.
Posso dire che il mio imprinting è avvenuto con il Dylan di Stano. Questo perché prima di poterlo leggere mi capitava di imbattermi nelle sue copertine, le vedevo in edicola e di volta in volta mi appiccicavano addosso un senso di mistero. Ne ho viste parecchie prima di poter leggere la mia prima storia, e ancora adesso se penso a Dylan, lo penso disegnato da Angelo Stano.
Quando poi sono diventato un lettore fisso, ho trovato tante declinazioni di Dylan, lo stesso Stano lo ha rielaborato nel tempo, così come tutti i disegnatori storici.

L’idea parte sempre da Roberto Recchioni, il curatore della serie, che mi descrive in poche parole quello che si deve vedere in copertina.
Incomincio sempre dalla documentazione: se la scena da rappresentare si svolge in un obitorio, o in un campo di zucche, o sotto la superficie di un lago, allora partirò da quello. Cerco di vedere il più possibile ciò che la realtà mette a disposizione e poi decido quali spunti tener buoni e quali ignorare, a favore di una sintesi o di una scelta stilistica tutta mia.
A questo punto procedo con una serie di bozze, dove posso già iniziare a ragionare sull’inquadratura, la composizione e il colore. Quando mi trovo ad avere per le mani delle proposte valide, le mostro a Roberto e a quel punto, in base alla sua scelta, posso procedere al definitivo.
Ti è stato affidato il numero del trentennale: trattandosi di una storia a colori, che differenze ci sono state nella lavorazione rispetto alle tavole in bianco e nero realizzate per altre serie?
Più lavoro, naturalmente, ma più soddisfazione.
Il colore è un’arma in più nell’arsenale del disegnatore, o un arnese multiuso nella sua cassetta degli attrezzi. La colorazione aggiunge un livello in più alla lettura, permette di arrivare più facilmente alla sfera emotiva del lettore, come la musica nel cinema, per intenderci.
Non che il bianco e nero non procuri emozioni, tutt’altro, ma lavora in una maniera più discreta e meno impattante.
Il fatto poi di poter colorare i miei stessi disegni mi ha permesso una fusione più salda tra il segno e il colore, una unità stilistica più compatta e personale che non avevo mai sperimentato prima.
Bruno Brindisi

Se dovessi caratterizzare Dylan Dog in un solo dettaglio, da un solo particolare, quale sarebbe per te?
I polsini della camicia risvoltati. Rossi.
Quanto c’è dell’originale ispirazione da Rupert Everett nella tua interpretazione?
Poco, ormai. Però la fronte più sporgente dello zigomo nella vista di tre quarti è fondamentale.
Se dovessi definire il tuo Dylan Dog, come lo faresti, cosa nel tuo modo di disegnarlo cerchi di fare emergere?
La bellezza, su chiara indicazione di Sclavi. E poi un atteggiamento ironico, alla Bond, il Dylan emaciato e dark non mi ha mai convinto.

Il numero del decennale di cui si festeggia in questi giorni il ventennale. Come passa il tempo! Ovviamente per merito di soggetto e sceneggiatura.
Tra i tanti personaggi a cui nel tempo offerto una tua personale interpretazione c’è sicuramente l'(ex) Ispettore Bloch: hai lavorato molto sul rapporto tipo padre/figlio tra lui il protagonista e, più di recente, sulla sua vita dopo la pensione. Che rapporto hai con questo character?
Dopo la pensione mi sembra un po’ andato con la testa, però fisicamente ha guadagnato almeno dieci anni. Lo disegno con affetto.
Qual è il disegnatore che secondo te fornisce la migliore interpretazione grafica di Dylan Dog?
Il maestro Angelo Stano, anche se qualche primo piano lo canna anche lui, come tutti.
Interviste condotte via mail nel mese di agosto 2016.








