Chiacchiere metafisiche di un Camminatore

Ammetto umilmente che tutte le volte in cui mi ritrovo preso nel mezzo di una discussione su pittura e arti figurative, avverto l’urgenza di correre ai ripari e ammettere pubblicamente la mia ignoranza. Con la medesima e bruciante manifestazione di imbarazzo, accade lo stesso quando si parla di poesia.
Negli anni mi sono persuaso che tutto ciò sia spiegabile in modo abbastanza semplice: la mia vita di spettatore e di lettore è da sempre attraversata dall’ossessione di comprendere. Vuoi per una curiosità dispersiva e vorace, vuoi per il retaggio indotto dagli studi tecnici, mi devo arrendere all’evidenza di un’insana propensione a programmare, diagrammare, pianificare la conoscenza. La suggestione di per sé non è mai appagante.
Considerati i presupposti, l’incontro da lettore tra me e Interno metafisico con biscotti di Sebastiano Vilella, non partiva certamente con i favori del pronostico. Un graphic novel che trae ispirazione dalla vita di Giorgio De Chirico, pittore tra i più criptici dell’intero patrimonio artistico italiano, e ambientato nei primi decenni del Novecento, un tempo attraversato dallo smarrimento di un’umanità posta dinanzi alle più ataviche incertezze.
Una storia che si presenta dunque con la chiara premessa di un carattere sfumato, visionario, in qualche modo insoluto. Con mia grande meraviglia però, nonostante la complessità dei materiali a disposizione dell’autore, nonostante il rischio oggettivamente comportato dall’ambizione straordinaria dell’opera di Vilella, Interno metafisico riesce a centrare l’obbiettivo di una storia compatta, efficace, intrigante. Dimentichiamo pure i dettagli accademici, questa è anzitutto una storia a fumetti che tiene incollati dalla prima all’ultima pagina.
Volendo ripercorrere le sensazioni che si provano tenendo in mano il volume – pubblicato per la prima volta nel 2009 da Coconino Press – elencherei anzitutto lo stupore: il lettore si ritrova catapultato nei primi anni del Ventesimo Secolo attraverso la straordinaria efficacia di scelte stilistiche coerenti, evocative, quasi maniacali per precisione e cura dei dettagli.
Le soluzioni cromatiche immergono le vignette in un effetto di costante inquietudine, agevolato dalla scelta di una grisaglia solcata dal disegno in matita nera e inchiostro. Un tratteggio fitto di bianco e tempera evidenzia le luci. Suggestioni, pertanto. E Ombre.
Sì, perché insieme a Giorgio De Chirico, suo fratello Andrea(famoso musicista noto con lo pseudonimo di Alberto Savinio), il poeta Guillaume Apollinaire, un misterioso serial-killer di bambini, ambigui detective e amanti fugaci, le Ombre sono il misterioso coprotagonista di quest’opera.
La L prodotta dalla perpendicolarità tra la figura dell’individuo e la proiezione della propria ombra è il simbolo più potente di questa storia: l’autore presenta i suoi personaggi nell’indissolubile rapporto con l’enigma, nel loro continuo specchiarsi sull’ignoto e sulla voragine di incertezza aperta sul cuore dell’Uomo del Novecento.
Ogni vignetta appare sulla pagina come una finestra aperta su tempi inquietanti, ogni tavola è trapassata dall’incombere di presagi oscuri. Interno metafisico con biscotti, pur romanzando la vita dei suoi protagonisti, rievoca elegantemente tutta la potenza artistica di De Chirico e della sua pittura metafisica. Questa però, come dicevo, è soprattutto una storia di grande tensione narrativa e colpi di scena, di intrighi, paura, guerre, abbandoni, amori e morti ammazzati. Una vicenda satura di incubo e tensione.
Nelle prime pagine del mastodontico romanzo I detective selvaggi, lo scrittore cileno Roberto Bolaño presenta in una portentosa analogia l’ispirazione poetica attraverso l’immagine dell’oscuro presentimento di un fatto di sangue, una minaccia che – inspiegabile a parole – elettrizza l’aria circostante. Ed ecco perché, secondo questa efficace metafora, anche questo fumetto probabilmente aggiunge qualcosa al discorso sulle potenzialità meno esplorate del genere poliziesco.
Il poeta Apollinaire, incontrato dal protagonista durante il suo soggiorno a Parigi, interpreta secondo le categorie tipiche del romanzo giallo gli elementi più misteriosi dell’opera del giovane De Chirico, provocando la malcelata irritazione di quest’ultimo. Nonostante la disapprovazione del personaggio principale però, Interno Metafisico si serve degli artifici narrativi del noir come espediente per indagare – in una sorta di ambiziosa detection metafisica – la metà oscura dell’animo umano, forse dell’Arte stessa.

Spero di essere riuscito a raccontare perché il mio camminare nel mondo del fumetto doveva necessariamente fare una sosta qui, presso questa storia inquietante e meravigliosa, così universale nei temi eppure così elegantemente italiana.
Trascorrerò ancora qualche giorno a sfogliare queste tavole, perché il bello di certe storie è che non smettono mai di svelare qualche dettaglio o di insegnare qualcosa. Sul noir, sull’arte, su noi stessi o semplicemente sulla bellezza del raccontare.