Diario di un fantasma: il viaggio creativo di De Crécy

Diario di un fantasma: il viaggio creativo di De Crécy
Nicolas De Crécy ci illustra la sua riflessione metanarrativa sulla genesi creativa utilizzando un protagonista d'eccezione: il disegno stesso.

Diariodiunfantasma-e1508164320485_Recensioni Diario di un fantasma, opera in originale pubblicata da Futuropolis nel 2007, costituisce certamente una variazione, sebbene non interamente riuscita, all’interno della produzione di Nicolas De Crécy, uno dei più importanti autori di bande dessinée attualmente in attività.

La caratteristica peculiare di questa parentesi che l’autore si concede, per parlare soprattutto di se stesso e della sua arte, è proprio la forte impronta autobiografica, qui presente come mai in precedenza nella sua produzione.

L’opera può essere idealmente divisa in due parti: una prima ambientata in Giappone, il cui protagonista assoluto, con una sfiziosa finzione letteraria, è proprio il disegno, un’ameba grafica che viaggia a Tokyo assieme al suo manager prendendo spunti da utilizzare per diventare una mascotte pubblicitaria vincente

Il disegno stesso, che si autodetermina e sceglie la propria forma, viaggia in quello che Roland Barthes a ragione definì l’impero dei segni, un paese la cui cultura è fortemente legata al simbolo, al feticcio totemico che rappresenta in maniera positiva e familiare ogni tipo di prodotto.

De Crécy catapulta il suo protagonista nella terra in cui scrivere è disegnare, e analizza a fondo, in maniera scanzonata e a tratti drammatica, la gestazione del prodotto creativo.

L’autore rappresenta un mondo intricato e complesso, con un protagonista ingenuo e indifeso che agisce alla mercé del suo manager.
È dunque schizofrenico l’universo a cui il protagonista deve rapportarsi: da un lato è costretto ad annichilire ogni sogno, volare basso, per rappresentare al meglio un simbolo familiare e consolatorio che sia convincente e spendibile; dall’altro lato è preda di una realtà alienante, aggressiva e agli antipodi, che sfreccia a velocità forsennate, condita da sogni irrealizzati e da un manager che riesce a rendere lurido e viscido anche il più genuino sentimento.

Nicolas-de-Crécy.-Diario-di-un-fantasma-Eris-Edizioni-2017.-1-e1508164525154_Recensioni La seconda parte dell’opera, segnata anche dal passaggio a uno stile grafico più ricco e dal colore seppiato, tipico del ricordo nei fumetti, è un racconto portato avanti dall’autore stesso, De Crécy, che incontra il suo bozzetto/protagonista sul volo aereo di ritorno dal Giappone.

In questa fase De Crécy, incaricato di un viaggio in Sudamerica per confezionare il luogo come appetibile meta di turisti, parla soprattutto di onestà intellettuale.
L’autore si ritrova a visitare una realtà semplice, dai costumi vivaci ed esotici, fra fanatismo religioso, architetture barocche e aree in stato di abbandono.

Da qui nasce la frattura interiore di chi dovrebbe riportare il proprio viaggio adoperando la finzione di rendere tutto assolutamente interessante: ogni evento dovrebbe caricarsi di estremo contenuto e bellezza.
L’autore riflette dunque sul tentativo di restituire l’anima vera e genuina della propria esperienza: un vero viaggio ha infatti il gusto della lentezza, della semplicità e della scoperta.
C’è dunque uno iato fra la percezione dell’autore, che non vuole ridursi a disegnare semplici cartoline, divenendo schiavo degli scorci turistici di fronte a cui viene posto, e i luoghi e le storie che gli sono rimasti cuciti nel cuore.

decrecy3-e1508164576607_Recensioni De Crécy mette allora in evidenza come il reportage del viaggio, che coincide col suo atto creativo, sia sempre e necessariamente un’azione solitaria, che isola l’artista, lo relega nel mondo chiuso di una stanzetta, e lo costringe a rielaborare le proprie impressioni, per evitare di esser soggiogato dall’apatia e dalla tentazione di disegnare delle fotografie senz’anima.

Per questo diario l’autore adotta un segno grafico estremamente essenziale, inizialmente caratterizzato da un semplice bianco e nero a penna, dalle linee sottili, sghembe nervose e stratificate, per poi passare ad un carboncino più oleoso fino ad arrivare all’umido del seppia acquerellato: tutti passaggi di cui il disegno stesso, personificato nell’opera, risente, descrivendo così al lettore le sue sensazioni da protagonista, perché percepisce i cambi di ambientazioni dalla biro agli acquerelli.

La narrazione è ben sostenuta, complici l’ironia dell’autore e la bella invenzione metanarrativa di porre il disegno come personaggio al centro dell’opera.
Ciò che probabilmente non ha funzionato del tutto, però, è la struttura dominante del monologo interiore dell’autore che, sebbene ben congegnato e mascherato, si riduce a un dialogo unidirezionale con se stesso e risponde maggiormente alla necessità di riprodurre su carta alcune riflessioni e paturnie personali, senza comunicare realmente col lettore.

Ciò che si avverte a questo piacevole e non di certo trascurabile divertissement, dunque, è proprio l’assenza di dialogo, la dittatura di quella (pur vera) situazione di solitudine che l’autore lamenta, e in cui, per un’ennesima volta, sembra essersi relegato subendone passivamente le conseguenze.

Abbiamo parlato di:
Diario di un fantasma
Nicolas De Crecy
Traduzione di Fay R. Ledvinka
, maggio 2017
224 pagine, brossurato, bicromia – 18,00 €
ISBN: 9788898644407

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