Depistaggi e apparizioni: appunti su La morte di Mercurio Loi

Depistaggi e apparizioni: appunti su La morte di Mercurio Loi
Con il sedicesimo numero, “La morte di Mercurio Loi”, termina l’entusiasmante camminata dell’investigatore perdigiorno creato da Alessandro Bilotta e edito da Sergio Bonelli Editore.

#1. Depistaggi

Trarre in inganno con le parole, confondere, deviare l’attenzione, indicare la luna col dito, dire il nome ma non riferirsi all’oggetto che quel nome dovrebbe rappresentare bensì a qualcos’altro: un gioco, un’illusione o un errore più facile di quel che si pensi. In fondo nel pensiero automatico il nome e la cosa nominata  diventano un tutt’uno:  la parola “rosa” e quel tipo particolare di fiore con le spine sul gambo sono la stessa cosa. Ma in realtà non lo sono.
Il fiore chiamato rosa è un elemento della natura di questo mondo e la parola “rosa” è un’invenzione umana per nominarlo, una convenzione che nell’uso frequente e comune diventa la rosa stessa.

Che con volesse giocare con la materia “fumetto” è stato chiaro fin da subito e in quest’ultimo numero intitolato La morte di Mercurio Loi la piroetta picaresca è ancora più ardita che nei precedenti: qui si gioca con una delle fondamentali di quest’arte, quella che Scott McCloud descrive nel secondo capitolo del suo Capire il fumetto, ovvero l’icona.

Dice Mc Cloud: “Uso la parola icona per indicare qualsiasi immagine utilizzata per rappresentare una persona, un luogo, un oggetto, un’idea” e porta quest’esempio per introdurre il discorso:

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#2. Apparizioni

La-Morte-di-Mercurio-Loi-Cover_Recensioni A partire dalla copertina de La morte di Mercurio Loi abbiamo a che fare con l’icona, concetto astratto di cui ognuno ha una definizione istintiva in sé, in quanto non si tratta di un oggetto ma di qualcosa che definisce un oggetto (come nell’esempio del “nome della rosa” qui sopra).

In questa copertina, sempre ad opera di Manuele Fior, non compare Mercurio Loi, il personaggio del fumetto, ma una sorta di strano idolo d’oro fluttuante con le sue fattezze, attorniato da una marea di uomini e donne della nostra epoca (e non della Roma ottocentesca della serie) che armati di smartphone lo fotografano.
Potremmo dire che la rappresentazione di Mercurio Loi in questa copertina è un’ottima resa grafica del concetto di icona, nella sua accezione di “figura o personaggio emblematico di un’epoca” (come da definizione della Treccani).

D’altra parte i lettori della testata hanno imparato il significato del colore giallo sin dall’ottavo numero, nel quale esso assumeva un ruolo di entità omnisciente e ubiqua nello spazio e nel tempo, e la figura del protagonista appare in questa copertina come ultraterrena, capace di superare il tempo e lo spazio per arrivare dalla Roma antica fino al nostro presente.

Addentrandoci nella lettura poi, questo concetto viene ampiamente messo in gioco grazie alla trama: Mercurio è scomparso da alcuni mesi, alcuni lo credono morto ma ci sono in giro almeno quattro personaggi che dicono di essere lui.
Nel momento in cui la situazione si chiarirà per noi lettori, in quanto verremo messi di fronte al personaggio la cui immagine disegnata siamo stati abituati per 15 numeri a identificare con Mercurio Loi, non sarà lo stesso per i personaggi del racconto che continueranno a non capire quale sia il vero Mercurio Loi e anzi  ognuno riconoscerà o meno il suo.

Solo chi conosce il nostro eroe intimamente, ovvero il barbiere Adelchi e Dante Fusco, il bambino che vuole imitarne le gesta, sembrano capire chi è ma nemmeno una volta durante la storia lo chiameranno con il nome che figura sulla copertina dell’albo.

#3. Scomparse

Mercurio Loi dunque non è più Mercurio Loi (tanto da mettersi a cercare un altro nome durante l’avventura). Ciò che ne rimane sono la sua intelligenza unita all’attitudine per le indagini, il piacere delle camminate senza meta e quello di correre di notte sopra i tetti: rimangono insomma le peculiarità del personaggio che in mano a chiunque però possono venir facilmente banalizzate e trasformarsi in cliché (che sia una riflessione sulla fine che possono fare i personaggi in mano ad autori differenti dai creatori?).

Ormai solo le azioni che definiscono Mercurio Loi sono vere, ma non più il volto che per molto tempo è stato abbinato al suo nome. Nessuno lo riconoscerà più e addirittura ci sarà chi registrerà il nome all’anagrafe per appropriarsene e diventare Mercurio Loi.

Ci sarebbe da scomodare Pirandello a questo punto e la perdita d’identità di certe sue figure ma d’altra parte la componente teatrale e marionettistica usata come metafora per nulla velata dell’esistenza è sempre stata presente nella serie, insieme alla volontà precisa di non dare nulla per scontato e di portare più punti di vista possibili sul piccolo palcoscenico delle vignette.

Nulla è chiaro o immutabile in Mercurio Loi. Tantomeno la sua morte.

#4. Ritorni

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La Roma di Mercurio Loi

A ben pensarci (e dopo aver riletto l’intera serie d’un fiato), la mistificazione del significato è alla base di tutta l’osannata e pluripremiata scrittura di Alessandro Bilotta su Mercurio Loi.

Durante i 16 (più 1) numeri trascorsi, ognuno dei quali dedicato in egual misura all’esplorazione di tematiche filosofiche, narrazione e forma della narrazione, l’autore, coadiuvato dagli ottimi disegnatori, ha disseminato la storia di indizi e ripetizioni di situazioni che hanno contribuito, più che al racconto vero e proprio, alla creazione di un’atmosfera che ha in definitiva, a parere di chi scrive, decretato la bellezza e la peculiarità di questo lavoro.

L’uso di immagini ripetute e speculari – non solo all’interno di una singola storia ma lungo tutta la narrazione orizzontale -, insieme all’evocazione di situazioni simili fra loro ma per nulla collegate, ha contribuito in grandissima misura al grande gioco di prestigio che è in realtà Mercurio Loi.
Nella mia idea, Bilotta e i suoi disegnatori si devono essere divertiti un mondo nel disseminare il fumetto di falsi indizi e vicoli ciechi che non portano alla soluzione di enigmi inerenti il racconto ma che invece contribuiscono a crearne l’immagine che ogni lettore crede di vedere.

Un esempio per tutti: nelle ultime pagine del numero 12, Una settimana come tante, interamente disegnato da Onofrio Catacchio, il volto scioccato del Colonello Belforte (e solo il volto) sembra esser  disegnato da Sergio Ponchione, accreditato come collaboratore ai disegni e che sarà l’autore del numero successivo, Tempo di notte, con un primo piano del personaggio nell’ultima vignetta del numero 12 che si riflette nel primo piano di un uomo strangolato e poi del suo assassino e infine di nuovo di Belforte nell’apertura del numero 13: l’effetto è decisamente perturbante.

“Trucchi” come questo non vengono mai sottolineati ma sempre solo accennati o suggeriti e in questo sta la potenza dell’evocazione nel racconto imbastito da Bilotta e dai suoi, facendo davvero il gioco del fumetto, reiterando e potenziando quell’illusione che lega ciò che viviamo e vediamo nel mondo con ciò che leggiamo rappresentato nelle immagini sulla pagina. La sospensione dell’incredulità, il sense of wonder, il prestigio del prestigiatore.

#5. Trapassi

Mercurio e Tarcisio Spada, il suo acerrimo nemico, ammettono più volte, soprattutto all’inizio della serie, di essere preda di allucinazioni dovute ai gas con i quali si sono spesso combattuti fra loro. Allo stesso modo l’autore sembra aver intrapreso il gioco narrativo nel raccontarci questa incredibile storia, stando ben attento a dosare e contrapporre situazioni reali con altre solo supposte tali.

Quante volte abbiamo già visto Mercurio Loi morire durante tutti gli episodi? Non c’è da stupirsi che succeda ancora e che ancora sia (forse) soltanto un’allucinazione, un punto di vista, un errore dello sguardo distratto in quel momento da altro: una somiglianza fra due volti o un po’ di sangue per terra.

Il gioco delle illusioni e delle somiglianze si esprime all’ennesima potenza nel trattamento dei tre “allievi” di  Mercurio: Tarcisio Spada, ex spalla e poi nemesi, Ottone De Angelis, che abbiamo conosciuto come pard del nostro e che durante la serie ha compiuto una lunga “discesa all’inferno” e Dante Fusco, bambino salvato dall’investigatore nel numero “zero” pubblicato su Le Storie e attualmente successore di Ottone.

I tre hanno molte cose in comune: basterebbe parlare del fatto che Tarcisio e Dante vestono con abiti simili e con gli stessi colori e che hanno un particolare (e inquietante) rapporto con le lucertole o che Ottone e Dante sono entrambi biondi (hanno cioè i capelli di colore giallo, colore molto importante per l’intera storia, come si diceva sopra). In un vortice di autocitazioni e rimandi al primo numero, Roma dei pazzi, questo finale di serie mette in scena, ben più del protagonista, questi tre personaggi fondamentali e la sensazione che si ha alla fine è che Mercurio non sia per nulla un buon maestro.

Proprio il piccolo Dante gli dirà che il vero problema fra lui e Ottone (e forse anche fra lui e Tarcisio, potremmo supporre), sia sempre stato il parlare, “tanti insegnamenti fraintesi che hanno portato Ottone su una cattiva strada”.

Ma se Ottone si è fatto traviare dalle sue interpretazioni, scegliendo, come si vede alla fine del quinto numero, L’infelice, la strada buia, il piccolo Dante afferma invece di essere molto più sveglio e di sapere quali insegnamenti seguire: il fatto che lui sia un piccolo genio, un enfant prodige, con un’intelligenza simile o addirittura superiore a quella di Mercurio è però un’altra pericolosa somiglianza con Tarcisio.

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#6. Rappresentazioni

Ovviamente per mettere in atto queste illusioni Bilotta si è dovuto servire di alcuni maghi della matita e del colore che l’hanno permessa e quest’ultimo numero, come anche il primo, l’ottavo e lo “zero”, ha visto all’opera , creatore grafico della serie.

Con il suo tratto, sempre posato e chiaro ma anche fortemente espressivo e che si è rivelato perfetto per questo tipo di narrazione d’atmosfera, Mosca dà ancora una volta un’ottima prova. Lui, così come altri disegnatori della serie (penso a Sergio Ponchione e Massimiliano Bergamo in primis) hanno un tratto fortemente evocativo, capace di portare sulla pagine figure in bilico fra la pantomima e la tragedia e di restituire pienamente sia la leggerezza e l’ironia da comic strip che la confusione emotiva del dramma violento con cui Bilotta ha infarcito le pagine.

Con un tratto sempre ricercato e suggestivo i vari disegnatori che si sono succeduti, supportati egregiamente dai coloristi, hanno aiutato il lettore a perdersi nel labirinto di immagini creato da Bilotta, contribuendo a quel senso di smarrimento che acuisce la sensibilità e che scatena la meraviglia.

Mercurio Loi, con il suo camminare senza meta e il suo ragionare instancabilmente sulle sfumature della vita, non ha fatto altro che spingere i lettori che l’hanno seguito a perdersi sempre più, rapiti dagli abbagli di un intreccio o di un discorso all’apparenza intricati o da falsi indizi, immagini speculari e somiglianze sibilline. Ma d’altra parte, anche Ovidio ne Le metamorfosi suggeriva: “chiama ritrovare il perdere con più certezza”.

#7. Visioni

Alla fine, anche Mercurio Loi si è perso, smarrendo il suo nome. E forse così si è ritrovato e allo stesso modo potremmo averlo perso e ritrovato anche noi lettori.

In questi due anni di pubblicazione non è diventato un’icona, come invece è successo al suo fratello maggiore Dylan Dog, forse  perché non si è mai preso sul serio o forse perché lo ha fatto fin troppo. Quel che è certo, invece, è la serietà con cui l’hanno preso i suoi estimatori, ed eccoci allora di ritorno all’immagine di copertina con l’icona d’oro attorniata dai fans.

E fa venire i brividi pensare che nel racconto di Bilotta tutti coloro che hanno seguito Mercurio o hanno voluto chiamarsi come lui (figli adottivi, assistenti o emuli), sono finiti per impazzire o sembrano essere su quella strada. Qualcuno addirittura è morto, come recita il titolo.

Abbiamo parlato di:
Mercurio Loi #16 – La morte di Mercurio Loi
Alessandro Bilotta, Matteo Mosca, Francesca Piscitelli
, Marzo 2019
100 pagine, brossurato, colore – 4,90 €
ISSN: 9 772532 322004

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