Daredevil di Zdarsky e Checchetto: quando il diavolo ha paura   

Daredevil di Zdarsky e Checchetto: quando il diavolo ha paura   
Panini pubblica il primo volume delle storie di Daredevil di Zdarsky e Checchetto: tra crisi religiose e combattimenti urbani, un ritorno alle origini.

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Se si dovesse fare una classifica degli eroi che non appertengono alla fascia di maggior notorietà (quella di e Batman, dell’Uomo Ragno e da qualche anno di ), Daredevil occuperebbe senza ombra di dubbio il primo posto, o per lo meno sarebbe sul podio. E se si va a ripercorrere la sua storia editoriale, vincerebbe sicuramente per la qualità delle storie che lo hanno visto protagonista. E non parliamo solo di Frank Miller, che negli anni ’80 ha rivoluzionato il personaggio e ha segnato la strada per un nuovo modo di fare fumetti supereroistici seriali (e non solo): prima di lui la gestione, camp ma significativa di Gerry Conway, e successivamente quella di Ann Nocenti, la quale trattò temi importanti quali droga, abusi, femminismo e minaccia nucleare in una delle gestioni più lunghe per un autore su un personaggio e quando il connubio tra autrici e supereroi non era così scontato.

Tra la fine degli anni ’90 e l’inizio degli anni 2000, dopo un periodo di calo qualitativo (sì, se vi ricordate il periodo dell’armatura e rabbrividite, fate bene), il personaggio tornò alla ribalta con gestioni rimaste nel cuore dei fan e osannate dalla critica: il Diavolo Custode di Kevin Smith e Joe Quesada ridefinisce il personaggio, mentre la lunga e iconica gestione di Brian Michael Bendis viene celebrata come uno dei migliori thriller polizieschi della storia Marvel. A questo segue la gestione con alti e bassi di Ed Brubaker e il tonfo, di quelli che fanno un bel rumore, dovuto a Shadowland, saga di Andy Diggle in cui Matt Murdoch diventa nientemeno che il capo della setta mistica della Mano. A ogni periodo di buio, però, segue uno di luce e, dopo la Terra delle Ombre, arriva uno dei periodi più scintillanti, positivi e spensierati per l’eroe, come non si vedevano dagli anni ’70: un in grande forma e un Chris Samnee in stato di grazia assoluta spogliano il personaggio dagli elementi drammatici che rischiavano di distruggerlo e lo fanno rinascere in una serie che unisce azione, romanticismo e commedia, senza però trascurare l’attenzione per temi contemporanei (il razzismo, per esempio) e le difficoltà che l’eroe incontra nella sua vita.

E infine arriviamo al 2015, quando la palla passa in mano a , che scrive il personaggio per più di tre anni e un totale di 45 numeri, più annual e speciali: una gestione che dopo un inizio incoraggiante (complice un Ron Garney al top della forma) non riesce mai a trovare un suo equilibrio e a convincere del tutto, pur introducendo elementi di interesse (Matt Murdock diventa addirittura sindaco di New York, salvo poi cedere l’incarico al suo peggior nemico, Fisk). E la fine della gestione Soule arriva con una miniserie dal titolo autoesplicativo, La Morte di Daredevil (e Soule di morti se ne intende, avendo gestito anche quella di ).

Proprio a questo punto le strade di , e il Diavolo si incontrano, in questo volume dal titolo eloquente Conosci la paura (il cui titolo inglese, Know Fear, suona come “No Fear”, gioco di parole per ribaltare la prospettiva dell’Uomo senza paura): riprendendo le fila della gestione Soule, riitroviamo un Matt Murdock malconcio, piegato dalle fatiche del passato recente e intento a rimettere insieme i cocci della propria vita, che va in giro per bar ad abbordare belle ragazze e che non trova il suo posto nel mondo. Solo il costume e una corsa sui tetti di Hell’s Kitchen gli permettono di sentirsi davvero sé stesso.Purtroppo però il Diavolo non è ancora in sé: spossato, distratto, goffo, in una banale colluttazione con tre rapinatori Daredevil causa la morte di uno di loro. Da questo punto in poi, gli occhi della polizia (soprattutto del nuovo arrivato Detective Cole North), della città e del suo sindaco, un Kingpin che ha aperto la caccia ai supereroi, sono tutti su di lui.

Fin dalle prime pagine, si percepisce come Zdarsky sappia con chi ha a che fare, che conosca il personaggio e la sua voce, ma al tempo stesso deva seguire con lui un percorso di riscoperta, di comprensione e accettazione di sé stesso, come se stesse tastando la parete di un monte che ha sempre visto da lontano, ma che ora ha deciso di scalare. Nei primi capitoli, infatti, la prosa di Zdarsky è a tratti troppo densa, un po’ ingessata e ancora legata ad alcuni stilemi delle gestioni passate, con dialoghi abbondanti e didascalie di pensiero ingombranti: i pensieri sono quelli di Murdock, la voce è davvero la sua, ma è come coperta da un segnale di sottofondo. Via via che la storia avanza, però, lo scrittore dimostra di sentirsi sempre più a suo agio e il personaggio torna a essere completamente sé stesso: un percorso questo che non crea fastidio, ma che, anzi, si inserisce perfettamente nel racconto, creando un parallelo tra protagonista e autore, entrambi alla ricerca del nocciolo di tutta la storia (non solo del volume, ma dell’archetipo stesso che Daredevil incarna).

Nel corso di sei capitoli alternati tra passato e presente, Zdarsky racconta con attenzione, empatia e comprensione la parabola di un uomo in difficoltà, che commette un errore e non riesce ad ammetterlo, che cerca di trovare uno sfogo al suo dolore prima di lasciarsi andare e accettare la sua fallibilità: una vera discesa all’inferno che fa provare terrore a quello che tutti chiamano “L’uomo senza paura”. La paura di commettere un errore e non essere forti per ammetterlo, la paura di essersi spinto troppo oltre ed essersi perso, la paura di aver completamente perso la percezione di sé, della propria esistenza e dei propri valori.

Daredevil2E sono proprio i valori di Matt Murdock la linea guida che detta la via di Zdarsky: l’autore richiama più e più volte il passato del personaggio e in particolare gli episodi che sottolineano uno degli aspetti più importanti, e spesso non considerati, di Daredevil, ovvero la sua forte fede cattolica e i contrasti che nascono tra questa e le sue scelte di vita. Seguendo le varie tappe del passato di Murdock, Zdarsky porta alla luce lo scontro sempre più forte tra giustizia terrena e giustizia divina, tra Dio e uomo, che in Daredevil si complica ulteriormente con l’aggiunta del senso di giustizia personale, che non riesce a stare insieme con fede e legge. Il protagonista, figura scissa sin dalla sua prima apparizione, è qui tormentato da più forze che lo tirano e lo squarciano, alla ricerca di un punto fermo che non riesce più a trovare. La monumentalità fratturata di Murdock si riflette in quella di Cole, che non è solo una sfida fisica per il protagonista, ma anche una morale: entrambi credono nella legge, entrambi combattono un sistema corrotto, entrambi sono restii ai compromessi. Questo gioco degli specchi esalta la caratterizzazione di entrambi, che dopo un inizio didascalico, si fa sempre più fine e sfaccettata.

La stessa riflessione su giustizia e religione, che parte agghindata di troppa retorica, si raffina sempre più, inglobando pian piano anche concetti come violenza e libero arbitrio, tutti temi connaturati profondamente alle storie del Diavolo di Hell’s Kitchen. Durante tutto il volume, il tema del doppio e dello specchio è sempre presente, permettendo a Zdarsky di interrogarsi sulla moralità di un supereroe, su cosa lo distingua veramente da un vigilante: tema annoso e antico tanto quanto l’idea di eroe e supereroe, che qui trova un paio di momenti molto intensi.

Dopo la lotta con Cole, il Diavolo viene salvato dal Punitore: lo scontro ideologico tra i due, già visto qualche anno fa proprio nella miniserie The Omega Effect illustrata da Checchetto, è teso e diretto, con Frank Castle che mostra l’ipocrisia dei superuomini, mentre Murdock cerca di affermare la propria superiorità morale, la propria differenza da un uomo che agisce solo per sanguinaria vendetta, ma al tempo stesso sente insinuare dentro di sé un dubbio antico, che viene da lontano e che ha sempre caratterizzato la sua storia, facendolo muovere tra la luce del sacro e l’ombra di una bestia si abbevera a una fonte avvelenata. Scontro che, nato intimo e psicologico, esplode in un combattimento fisico intenso e drammatico, ma che non dissipa queste ombre, anzi inizia a provocare un crollo del protagonista (emblematico il fatto che negli ultimi due capitoli indossi proprio la maglia del Punitore).

E queste ombre proiettate sul ruolo dell’eroe vengono estese dal confronto tra Daredevil e i suoi amici Pugno D’Acciaio, Luke Cage e : in questo caso sono gli eroi stessi a cercare di sollevare Murdock dalle sue responsabilità, dato che la morte (propria o altrui) fa parte del loro lavoro. In questo caso, lo scontro interiore del protagonista, tra valori cattolici e etici e propensione alla violenza come mezzo per migliorare il mondo, viene portato a galla con disperazione e senso di smarrimento, quello di un eroe che non si sente più così eroico. La chiusura del volume, con il duro discorso che fa l’Uomo Ragno, personaggio che da sempre incarna il lato più eroico della Marvel, è l’apice del primo atto di una storia ricca di sfumature, la tragedia di un uomo alla ricerca del proprio io perduto, e segna un punto di non ritorno per lui: l’accettazione del gesto che, volontario o meno, ha compiuto.

Oltre all’empatia nel caratterizzare personaggi e situazioni, Zdarsky è anche bravo a costruire trame a lunga gittata, mettendo tasselli che sono destinati a trovare il loro posto in un mosaico più grande (la guerra per il controllo del crimine a New York, le mosse di un Wilson Fisk ancor più temibile nella sua veste istituzionale); non è da sottovalutare inoltre l’elemento d’azione, in questo primo volume meno supereroistica e molto più urbana, molto più umana, fatta di sangue, sudore e fatica.

Da questo ultimo punto si può partire per parlare dell’arte di Marco Checchetto. L’artista italiano ha esibito una costante evoluzione negli ultimi anni, affinando sempre di più il suo tratto (su cui si percepisce una marcata influenza di ), spogliandosi di alcuni elementi patinati per fare emergere la potenza ruvida e muscolare delle sue matite e delle sue chine. Lo scontro tra Cole e Daredevil è un esempio perfetto non solo dell’impatto di questo stile, ma anche del controllo di Checchetto sul ritmo della storia: vignette che, partendo da una griglia regolare, cambiano di dimensioni, si sovrappongono e si scompongono, inquadrature che si focalizzano su un particolare (un volto sofferente, una nocca squarciata) per poi aprirsi e comprendere una scena più ampia, una coreografia in cui è percepibile quello sforzo e quella violenza di cui si parlava poco sopra. Alla fine di questo scontro, il lettore sente il sangue in bocca, il sudore sulla fronte, il fiato grosso. E questo è solo uno dei tanti momenti di grande intensità che Checchetto riesce a costruire nel corso della storia, ora inquadrando le scorribande del protagonista per la città (in cui ogni edificio, ogni angolo, ogni interno sono curati nel minimo particolare), ora concentrandosi sui particolari di un volto (un dente scheggiato, un rivolo di sudore), sempre variando la costruzione della tavola per dare il giusto peso ad ogni scena, la giusta velocità ad ogni passaggio, creando un ritmo che passa dal cinematografico al teatrale.

Proprio sull’espressività dei personaggi Checchetto gioca le sue carte migliori: ogni sentimento è percepibile senza dover leggere nemmeno una riga di testo, ogni dettaglio è studiato per trasmettere quanta più intensità possibile, distillata in tratti fini e precisi, arricchiti da un tratteggio nuovo per l’artista, che qui definisce volumetrie e ombre con un tocco da autore pienamente maturo. Gli scontri fisici diventano allora scontri di sguardi, di espressioni: si veda ad esempio il confronto con il Punitore, che nella prima parte, in una stanza vuota e fredda come la missione del vigilante, si gioca soprattutto sulle espressioni – ferina quella di Castle, sofferente e piena di pietà quella di Murdock – fino all’esplosione della violenza più assoluta. Su questa struttura si integrano in maniera naturale e complementare i colori di Sunny Gho: una tavolozza eclettica ma mai preponderante, che segue ambientazioni e toni delle vicende, mantenendosi sempre su toni cupi che riempiono e definiscono i volumi creati da Checchetto, che esaltano i tratteggi e i dettagli creati dall’artista veneto.

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Tutti questi elementi si possono trovare nel confronto finale tra Spider-Man e Daredevil: da una parte un uomo distrutto e devastato, chino su una sedia e sporco di sangue dall’altra una figura slanciata ma possente; due uomini straordinari circondati da una stanza e oggetti ordinari, le ombre che li dividono, pochi gesti che suonano come sentenze senza uscita, sottolineate da dialoghi duri e perentori, mentre le didascalie risuonano come speranza di redenzione; e infine le lacrime che solcano un volto stanco. Una chiusura che fa capire quanto gli autori abbiano in mente per questo sfaccettato supereroe. Pur partendo lento, infatti, il Daredevil di Zdarsky e Checchetto riesce in breve a creare una trama intensa e ricca di pathos, che affonda nelle caratteristiche salienti del personaggio e ha il coraggio di affrontare di petto alcuni degli elementi più controversi del supereroe e soprattutto dell’uomo: le premesse giuste per intraprendere la strada verso le migliori storie del Diavolo di Hell’s Kitchen. Un diavolo che può provare paura.

Abbiamo parlato di:
Daredevil vol. 1 – Conosci la Paura
Chip Zdarsky, Marco Checchetto, Sunny Gho
Traduzione di Luigi Mutti
Panini Comics, 2021
120 pagine, cartonato, colore – 16,00 €
ISBN: 9788891283092

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