Dampyr, figlio del fumetto, arriva al cinema

Dampyr, figlio del fumetto, arriva al cinema
Arriva nei cinema Dampyr, dalla serie a fumetti di Mauro Boselli e Maurizio Colombo, primo passo nell'ambizioso progetto di Sergio Bonelli Editore di portare sul grande schermo i suoi personaggi.

1992: i Balcani sono devastati da una sanguinosa guerra, ma nel piccolo villaggio di Yorvolak un orrore demoniaco, persino più oscuro di quello bellico, semina la morte tra gli abitanti e i miliziani. Per fronteggiarlo, i soldati disperati si rivolgono a qualcuno che col demonio sembra, addirittura, imparentato: Harlan Draka, il “Dampyr” cacciatore di vampiri, reietto “figlio del Diavolo”, che nel suo sangue mescola umano e sovrumano. O almeno così si dice…

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Inizia, così, la prima trasposizione cinematografica di un eroe dell’universo fumettistico di Editore, co-prodotta dall’editore stesso assieme a Eagle Picture. Quasi quindici milioni d’euro di investimenti complessivi (cifra rilevante per i malandati conti del cinema italiano attuale) sostengono una storia fantasy-horror di sangue versato che vuole essere anche una robusta trasfusione, dalla carta allo schermo, di idee oltre che di soldi.

La Mission (im)possible di Dampyr

Riuscirà Dampyr lì dove sinora hanno fallito i suoi fratelli maggiori di “Bonellanza”, Tex Willer e Dylan Dog, mortificati al cinema da adattamenti raffazzonati?

È la domanda, consapevole o meno, che ci si fa, quando si spengono le luci in sala e sullo schermo compaiono i titoli di testa della pellicola. Ecco, quei titoli e, in particolare, l’intro animata di Bonelli Entertainment rassicurano lo spettatore (e ancor di più il lettore fidelizzato) sul fatto che stavolta non si trova di fronte a produzioni improbabili. Con Dampyr, si fa sul serio perché l’editore di fumetti “ci mette il brand” e le professionalità in modo diretto e audace – tanto per restare a un aggettivo caro ai bonelliani – così da valorizzare i propri eroi e le proprie storie. 

Certo, non ci si può aspettare la sontuosa confezione digitale dei kolossal Marvel e , a oggi incomparabili per budget e professionalità rispetto agli standard europei. Per lo meno, però, possiamo risparmiarci quegli effettacci speciali che, nei precedenti citati, più che inorridire di paura, ci facevano inorridire d’imbarazzo.

Anche la scelta, ricalcata dal fumetto, di ambientare la vicenda nella Ex Jugoslavia dilaniata dai conflitti etnici risulta efficace sia a livello produttivo, sia drammaturgico. Scenari urbani devastati e cupe ambientazioni notturne aiutano a controllare i limiti della messa in scena e, anzi, conferiscono soprattutto alla parte iniziale del film una austera credibilità visiva. Quegli stessi scenari bellici – tornati purtroppo di terribile attualità – riescono, anche a dare spessore alla psicologia dei personaggi, a volte solo abbozzata.

Insistiamo sulla prima parte della storia perché è lì, per dirla con Joseph Campbell, nel passaggio dal mondo ordinario al mondo straordinario, che il film offre il meglio. Per approssimazione narrativa, possiamo dire che sin tanto che si resta a Yorvolak, con una compattezza di luogo, tempo e d’azione quasi teatrale, Dampyr avvince.

dampyr dal fumetto al film emil

Tutto – a partire da una potentissima scena iniziale, piena di sense of wonder –  funziona e tutto sembra premettere a uno sviluppo epico della storia che, però, in seguito non arriva o, per meglio dire, non nel crescendo emozionale che, da spettatori, ci si poteva attendere.
Intendiamoci: anche nella seconda parte, il film vanta comunque una sua dignità espressiva come racconto di genere, assolutamente non scontata per il panorama cinematografico del nostro Paese. Il limite non è che il film aderisca alla classica formula narrativa del viaggio dell’eroe, comune a tanto fumetto e a tanti film simili. Il limite è che quel viaggio ancora non possiede il tono caratterizzante di franchise e produzioni più celebri.

Dampyr, “l’Iron Man” della Bonelli

Cosa intendo per “tono caratterizzante”? Il parallelo con gli esordi del , che pure ribadiamo improprio in termini di risorse economiche, mezzi tecnici e bacino d’utenza, qui torna utile per una riflessione sulle scelte espressive che si possono adottare nel passaggio dalla pagina disegnata al film.

Nel caso dei e del primo Iron Man (2008), pur rispettando le proprietà del comic book, l’adattamento di Jon Favreau si prende diverse libertà. Oltre ad attualizzare il tempo e il luogo della vicenda, gli autori riscrivono e arricchiscono il fatal flaw psicologico del protagonista (ovvero la leva emozionale che muove la storia) e conferiscono al racconto una particolare cifra action dramedy distante dal fumetto d’origine.
L’autoironia, il non prendersi troppo sul serio, lo strizzare l’occhio allo spettatore, diventano, a partire da , elementi di stile fondanti dei cine-comics Marvel. Può piacere o non piacere, e forse – alla lunga – questo tono gigione è diventato pure stucchevole, ma di sicuro ha rappresentato un marcatore d’identità fortissimo e dirompente del MCU.

Non è detto che la strada giusta per il nascente universo cinematografico Bonelli sia inseguire i colossi americani sulla strada del dramedy. Anche se è interessante notare che, nella prima parte di Dampyr – quella più fluida – ci sono anche un paio di momenti di commedia, una sorta di omaggio al cinema balcanico di Emir Kusturica, che funzionano bene nell’alternare toni e registri.

Dampyr dal fumetto al film

Sta di fatto che Dampyr, almeno in questa sua prima avventura cinematografica, afferma una concezione seriale molto più legata e quasi dipendente dal fumetto. La storia narrata nel film è ripresa, con rigore filologico, dall’episodio doppio Il figlio del Diavolo con cui Harlan Draka, ideato da e , si presentava nelle edicole nell’aprile del 2000, per i disegni di Majo.

Il film sembra, a volte, persino pedinare i ritmi del fumetto Bonelli in termini di “leggibilità”, quella peculiare formula per cui ogni passaggio narrativo viene scandito e ribadito perché il lettore possa seguire in modo lineare la storia. Nel fumetto, vista anche la mole di tavole e vignette che compongono l’albo e il fisiologico spezzettamento dell’esperienza di lettura, la formula ha una sua comprovata efficacia. Nel caso della pellicola, questa ridondanza (in particolare negli avvicinamenti e negli scontri tra Harlan e l’arci-nemico Gorka) finisce col diluirne la potenza emotiva. 

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Da Harlan a Dampyr

Rispetto alla psicologia del protagonista Harlan, plasticamente reso sul grande schermo da Wade Briggs, il debito con i ritmi del fumetto ci sembra ancora più evidente e vincolante.

Ventidue anni fa, il fumetto di Dampyr fu concepito per aderire perfettamente alla logica “genere-contenitore”, tipica della factory creativa di Sergio Bonelli, laddove l’eroe è geneticamente predisposto a vivere “ennemila” avventure nei tempi lunghi della serialità editoriale. Se vogliamo, tutto il complesso pantheon narrativo, che l’head writer e co-creatore dell’eroe, Mauro Boselli, ha edificato attorno alla casata dei Draka e agli altri Maestri della Notte, più che al cinema rimanda al feuilleton, alle grandi saghe letterarie e ai cicli di genere.

Nel film, per forza di cose, l’originalità del carattere, costruita negli albi con un accumulo progressivo di episodi, temi e confronti viene meno. Se il pilot fumettistico poteva permettersi di giocare con i non detti biografici di Harlan, ed anzi farne un elemento di fascino e di teaser per gli episodi successivi, l’Harlan cine-digitale deve comunque fare i conti con la compiutezza drammaturgica prescritta dai 120 minuti del film.

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La sceneggiatura non si sottrae a questo obiettivo ma, certo, l’arco di trasformazione del personaggio è fin troppo essenziale. Soprattutto, gli scarti tra il presente della storia raccontata e il pregresso tormentato di Harlan sono liquidati in pochi flashback che mal si conciliano con la voglia dello spettatore di empatizzare con l’eroe e di capire, alla fine della storia, dove egli voglia andare, oltre che a caccia di vampiri.  

Dampyr in sala

Al momento in cui scriviamo, dopo i primi due weekend in sala, il pubblico italiano non ha dato adeguato riscontro allo sforzo senza precedenti che ha profuso in questa prima impresa cinematografica. Per fortuna, Dampyr ha già ottenuto l’ok della per la distribuzione all’estero e si può sperare che trovi spazio adeguato anche sulle piattaforme digitali.

In un Paese diverso da questo, un tentativo così coraggioso e serio di definire una dimensione nuova alla nostra industria culturale e a un cinema italiano in grande difficoltà, sarebbe stato celebrato dai media con ben altra considerazione. Al di là degli esiti espressivi del film, di cui abbiamo cercato di discutere con onestà intellettuale luci e ombre, resta la convinzione che “l’operazione Dampyr” abbia indiscusse qualità produttive e meriti attenzione.

Dampyr dal fumetto sal cinema

 

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