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Il cuore puro di Tintin tra le nevi del Tibet

Storia fra le più famose del personaggio, “Tintin in Tibet” celebra uno spirito d'amicizia che diventa quasi un imperativo e supera qualsiasi impedimento.

Il cuore puro di Tintin tra le nevi del Tibet in Tibet sfrutta un soggetto già utilizzato da : un amico è in difficoltà e il nostro eroe si mette in cammino per aiutarlo senza esitazione alcuna.
Era già accaduto con il Professor Girasole, seguito in Perù, in Syldavia e in Borduria, e con l’emiro Aliq Ihr Ish, travolto da un colpo di stato. Stavolta accade con il giovane Chang Chong-Jen che Tintin incontrò bambino e salvò ne Il loto blu. Il ragazzo risulta fra i passeggeri di un volo caduto sulle montagne del Nepal ma, nonostante non ci sia traccia di superstiti, Tintin è sicuro che l’amico sia sopravvissuto al disastro: a convincerlo un sogno nel quale Chang invoca il suo aiuto.

Tanto basta a Tintin per intraprendere la ricerca e a Hergé per iniziare un’avventura che è ormai largamente considerata come il capolavoro della serie e pietra miliare della BD. Ebbene, premessi gli elementi ricorrenti, che cosa rende Tintin in Tibet così speciale rispetto alle altre avventure?
Merita infatti sottolineare come l’avventura in Tibet (serializzata sul Journal fra il settembre 1958 e il novembre 1959) arrivi dopo una lunga serie di gioielli, caratterizzati da una varietà di toni e felicità narrativa che riescono a offrire sia divertimento sia un sottile disagio che, come mostrato nei precedenti articoli, nasce dalle aree di ambiguità di personaggi e scenari.

Come Hergé stesso racconta e come molti lavori sull’autore e l’opera approfondiscono, nella sua vita a quello artistico si intrecciò un percorso umano che attraversò crisi depressive e di sfiducia in sé, che si manifestarono con lunghi periodi di inattività. Punto focale di queste due esperienze fu la crisi sentimentale che nel 1959 portò Hergé a lasciare la moglie, Germaine Kieckens (dalla quale divorziò formalmente solo nel 1977), per Fanny Vlamynck, collaboratrice dello Studio.

Tintin in Tibet nasce da questo crogiolo di dissonanze e molte letture indulgono nel ricondurne gli elementi narrativi a quelli biografici, in forma di metafora o proiezione, seguendo peraltro gli spunti forniti dall’autore stesso quali i racconti dei suoi incubi dominati dal bianco e delle sedute di psicoterapia. Naturalmente niente di tutto ciò era (è) accessibile al piccolo lettore, destinatario del racconto e, per quanto intrigante sia questa linea di approfondimento, l’esperienza di lettura e le passioni che l’avventura suscita ne sono tranquillamente autonome. Nessun didascalismo si affaccia su queste tavole e il fascino particolare di questa avventura sta tutta nella rivelazione del cuore di Tintin.

Il cuore puro e folle di Tintin

Il cuore puro di Tintin tra le nevi del Tibet
Desolazione, silenzio e il bianco della neve che copre tutto: gli scenari di Tintin in Tibet dichiarano la piccolezza delle azioni umane. Tintin in Tibet, pag 28.

Tintin in Tibet ha una sua durezza che le altre avventure non hanno. È una durezza che nasce dal confronto con una natura del tutto indifferente alle vicende umane, nella quale le figure dei nostri eroi si perdono come piccole macchie insignificanti che la prossima nevicata coprirà cancellandone ogni traccia (pagg. 25-41).
Non è nemmeno una questione di “sfida alla natura”: la montagna con il suo gelo, i suoi venti, i suoi dirupi è qualcosa che i nostri eroi sono costretti ad attraversare; non hanno cime da conquistare né record da stabilire. L’Himalaya era e sarebbe stato sempre di più una specie di grande campo alpinistico, un luogo da conquistare e grazie al quale dimostrare capacità tecniche ed efficienze tecnologiche e metodologiche.

Tintin e Haddock non giocano ai bravi alpinisti, si muovono invece per salvare un amico: figuriamoci se il Capitano ha voglia di perdersi in simili banalità lui che, come chiarisce nel prologo, si tiene ben lontano perfino dalle innocue camminate per i sentieri delle alpi svizzere. Certo va a finire che rischierà la vita ma mica per piantare una stupida bandiera sulla cima di una montagna, ma perché questo è ciò che il suo senso dell’onore e dell’amicizia richiedono.

C’è poi un senso di stanchezza infinita: quando la spedizione, ridotta a un trio – con Tintin il Capitano Haddock e lo sherpa Tharkey -, perde le tende è costretta a una marcia forzata di tre notti e tre giorni senza riposo (pagg. 41-45). In questa lunga sequenza, l’irrilevanza fisica dei protagonisti si trasforma in maniera strisciante nell’irrilevanza delle loro azioni: è il Capitano Haddock a mettere più volte in questione il senso di quello che stanno facendo ed è grazie alle sue proteste che Tintin svela un lato di sé sinora inedito e si distacca dal ruolo di efficiente risolutore di problemi fin qui rivestito.

Tintin è pienamente consapevole della follia della sua ricerca, nutrita da un sogno e da un’ostinazione che non ha alcuna ragionevolezza. Si abbandona e lascia trascinare dall’ignoto, da una forza che sente imperiosa, da un senso di verità che non può essere condiviso.
Quando Sua Preziosità (titolo che peraltro il Capitano deforma negli appellativi più improbabili), il sacerdote capo del monastero nel quale si rifugiano i nostri eroi, dichiara Tintin “cuore puro” il piccolo lettore legge in quell’appellativo un riconoscimento di merito all’amicizia e al coraggio, ma l’appassionato adulto non può evitare la risonanza con la figura di Parsifal, il cavaliere dal cuore puro che grazie alla sua follia vide il Graal.

Il cuore puro di Tintin tra le nevi del Tibet
Ombre nella bufera, anche Tintin resta senza riferimenti. Tintin in Tibet, pag. 31.

Infine, lo scioglimento di questa avventura ha una malinconia che impedisce di parlare di lieto fine: se è vero che la ricerca di Chang ha successo, la vera scoperta dell’avventura è l’umanità o almeno la prossimità all’umano dello yeti. Non a caso nell’ultima tavola campeggia il grido di addio a Chang dell’abominevole (?) uomo delle nevi e l’ultima immagine lo mostra lo scrutare la carovana che si allontana nella distanza. Mentre il ragazzo torna fra i suoi amici lo yeti torna alla sua solitudine.
Quello yeti, che abbiamo prima intravisto nella bufera, poi temuto per il suo aspetto feroce e alla fine rivalutato per il racconto di Chang, ma che non abbiamo mai conosciuto direttamente: è prima un’ombra, poi una proiezione delle nostre paure e infine la figura di un racconto.
Per questo resta sfuggente, suggestivo e inquietante: la sua solidarietà verso Chang ci impedisce di accettare lo stereotipo di bestia brutale nel quale lo hanno incasellato le leggende popolari e al contempo la sua incapacità di parola ci impedisce di comunicare con lui. Servirebbe più tempo ma l’avventura è finita e, come commenta Chang, probabilmente è meglio che lo yeti rimanga nel suo mondo: troppo alto il rischio che gli uomini lo trasformino in un fenomeno da baraccone come tendono a fare con tutto ciò che considerano diverso.

Il cuore puro di Tintin tra le nevi del Tibet
Tintin in Tibet, pag. 58.

A modo suo quindi Tintin in Tibet è una storia di sentimenti e proprio questa caratteristica la differenzia dalle altre, avvicinandola a Il loto blu, anch’esso marcato dall’esperienza personale. Lasciati alle spalle gli intrighi della Guerra Fredda e le meraviglie della tecnologia resta il senso profondo dell’amicizia. Un’amicizia che sarebbe fuorviante definire “eroica” e che è, in un modo molto semplice e molto netto un valore, cioè qualcosa che dà senso alla vita.

Questa semplicità e distanza dall’eroismo è peraltro perfettamente incarnata dalla scena nella quale Haddock, perso l’appiglio durante una scalata, si trova a penzolare nel vuoto. Tintin tenta di tirarlo su, ma la stanchezza e il freddo non solo rendono impossibile il recupero ma hanno indebolito a tal punto il protagonista che questi sta scivolando verso il baratro trascinato dal peso del Capitano. A quel punto Haddock chiede al compagno di tagliare la corda che li lega per evitare di farlo precipitare.
Il tutto senza alcuna enfasi né esitazione; davanti al rifiuto di Tintin, il Capitano dice semplicemente: “E allora lo farò io“. Ed estrae il coltello (1) .

Tintin in Tibet è per lunghi tratti dominata da un senso di solitudine; quasi a compensare questa dominante, la successiva avventura avrà toni del tutto diversi e, caso unico, si svolgerà interamente al castello di Moulinsart.
Nella prefazione al volume di Jean-Marie Embs, Philippe Mellot e Philippe Goddin risulta sempre molto curata la sezione sulle fonti e l’analisi del lavoro preparatorio di Hergé, ma sono le schede dedicate a Tintin, Hergé e al Capitano Haddock a essere particolarmente interessanti.

Riferimenti
Julien Bisson: La meilleure de toutes les BD: Tintin au Tibet.
Sylvain Bouyer: Tintin entre pierre et neige.
Michael Farr: Tintin – The Complete Companion, Last Gasp, 2011.
Volker Saux: Les “Coeurs purs” du pays des neiges in Tintin – Les peuples du monde, Geo Hors-Serie, 2017
Sito ufficiale di Tintin: scheda dedicata a Tintin in Tibet.

Abbiamo parlato di:
Tintin in Tibet
Hergé
Traduzione di Giovanni Zucca
In allegato a La Gazzetta dello Sport, Corriere della Sera, Maggio 2017
29+62 pagine, cartonato, colori – 7,99 €
ISBN: 977203975726270020


Note:
  1. E, mi si perdoni la nota personale, questa è la scena nella quale io mi rendo conto che i due, dopo tante avventure, non si danno ancora del tu. La traduzione di Giovanni Zucca mantiene questo dettaglio, a differenza di altre, come quella proposta a suo tempo nell’edizione dei Classici del Fumetto di Repubblica. 

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