Crack! vs Covid: quale futuro per le manifestazioni di settore?

Crack! vs Covid: quale futuro per le manifestazioni di settore?
Non solo le grandi manifestazioni, ma anche e soprattutto gli eventi più piccoli e underground hanno subito le difficoltà di quest'anno sotto lo scacco del Covid. Valerio Bindi porta il punto di vista del Crack!

Il 2020 sarà ricordato a lungo per l’epidemia di Covid-19 e per tutto quello che ha significato per la salute e per l’economia mondiale. Anche il fumetto ovviamente ha pagato caro e non si può ignorare il danno che le misure di contenimento hanno portato a un aspetto fondamentale del sistema: i festival, le manifestazioni e le mostre che in quest’anno sono state tutte profondamente segnate, cancellare o rivoluzionate. Abbiamo pensato di dare uno sguardo dall’interno parlando con gli organizzatori di alcuni dei principali festival italiani.

Crack! Fumetti Dirompenti è un festival dedicato all’underground e al do-it-youself: senza le grandi organizzazioni dei principali festival e senza appoggio istituzionale, come sopravvivono realtà indipendenti e anarchiche come il Crack!? Ne parliamo con Valerio Bindi.

Stiamo avviandoci verso la fine di questo 2020, con il timore di un nuovo lockdown, con preoccupazioni per la nostra salute e per il lavoro di molti: come avete vissuto questo anno dal punto di vista del festival?
Crack!, il festival internazionale di fumetto autoprodotto che si tiene al csoa Forte Prenestino di Roma, con cui lavoro da quasi vent’anni, non si è tenuto. Il parterre degli ospiti è eminentemente internazionale e non c’è stato modo di organizzare in alcun modo spostamenti in tempo utile. I festival di autoproduzione in Italia sono stati cancellati, tranne il Traum/a/fest di Rimini, una realtà sufficientemente piccola da potersi organizzare e una versione radiofonica di Olè di Bologna. In Europa qualche evento c’è stato, nelle situazioni di piccola scala. L’impatto di questa assenza è feroce: chi si autoproduce utilizza quasi esclusivamente una rete informale di diffusione, non i canali distributivi classici, e si basa sulla presenza fisica, sullo scambio, lo skill sharing. L’assenza dei festival ha inciso sulla stessa esistenza in vita delle varie forme di autoproduzione. Ma siamo parte di un Rete forte e diffusa, ci siamo sostenuti, ci siamo dati appuntamenti e abbiamo organizzato tavoli virtuali da disegno. Ritrovarsi ha significato molto. Credo ci siamo sentiti più uniti e vicini al di là delle barriere fisiche e nazionali.

Cosa significa organizzare una manifestazione con queste limitazioni? Quanto lavoro in più, quanto ha impattato economicamente su chi ci lavora attivamente?
Nel caso delle manifestazioni che riguardano l’autoproduzione, non ci sono fondi non ci sono ruoli retribuiti e tutto si basa sulla risposta del pubblico che autofinanzia gli eventi. Si tratta di gruppi piuttosto numerosi di organizzatori, e di festival che possono raccogliere fino a ventimila visitatori nei giorni delle mostre. E questo grazie a un pubblico che sostiene con micro donazioni la rete informale delle autoproduzioni. Un contributo importantissimo, umano prima che economico. Desiderare in solitudine non si può. Ma certamente ora per tutte le artiste e gli artisti autonomi non ci sono più risorse economiche su cui contare. Anche le associazioni che organizzano non hanno mezzi per sostenersi senza eventi che si rinnovano. Alcune persone con cui abbiamo fatto la strada non riescono più ad andare avanti.

crack

Qual è stata la risposta del vostro festival alla situazione e perché questa scelta? Cosa ha funzionato, cosa meno?
La scelta per noi di Crack! è stata, nei giorni del festival, di fare silenzio, ma allo stesso tempo di mantenere un continuo lavoro di ritessitura. Fin dai primi giorni del marzo scorso si è costituita un’assemblea permanente che ha condiviso discusso e organizzato varie risposte e iniziative ma soprattutto elaborato strategie per il futuro. Il comunicato della rete dei festival autoprodotti del Primo Maggio è stato molto apprezzato e condiviso, ha dato energia. Poi le risposte dei diversi festival sono state variegate: da fanzine collettive a radio online, a strumenti digitali di raccordo fra gli autori e il pubblico. Ma abbiamo deciso tutte e tutti insieme che non potevamo fare una versione online dei nostri meeting. Non avrebbe avuto senso fare vetrine: nel nostro mondo il fare insieme è centrale, siamo simpoietici.

Quanto pesa secondo voi la mancanza della socialità fisica al mondo del fumetto?
Il fumetto è un medium che mette in campo molte percezioni, è un’esperienza sinestetica in cui il corpo è chiamato a molte immedesimazioni nel processo di comprensione e scambio richiesto. La consistenza materiale e il suo processo di produzione sono parte dell’esperienza cognitiva del fumetto. Nel campo dell’autoproduzione, materiali e rilegature sono al pari del disegno e della scrittura parti integranti dell’opera, che viene consegnata direttamente dall’autore al pubblico. Niente agenti, niente intermediari. In questo modo il fumetto autoprodotto sa sentire la contemporaneità, raccontare il presente e trovare il suo pubblico. Nulla che possa essere sostituito. È un mondo di persone che ci mette tutta la propria carica vitale, senza tornaconto e senza pensarci su due volte: quello dell’autoproduzione è uno spazio di etica e di condivisione.

C’è una ricetta unica che pensate potrebbe essere presa d’accordo con le altre manifestazioni, o idee base da condividere per sostenersi a vicenda?
Ho sempre pensato al fumetto come un grande albero: le radici sono rete e scambio vitale e trovano la linfa per attivare le fronde, quelle in grado di comunicare con l’esterno e trasformare valore. Per questo abbiamo sempre cercato scambi e relazioni nelle diverse finalità e strutture.
Però in questo momento vedo fortissima la distanza tra le radici sotterranee e le fronde del mercato, e soprattutto tra i due sistemi di festival di fumetto in Italia. Noi abbiamo lanciato subito una rete informale tra le autoproduzioni, mentre dopo qualche mese i festival ufficiali si sono associati fra di loro, escludendo ogni forma di collaborazione perfino con i festival indipendenti con cui erano in atto delle collaborazioni (penso a Ue’ e Comicon di Napoli). Loro devono difendere strutture ad alta entropia, grandi numeri di visitatori e espositori focalizzati su un pubblico di massa. Sono posti di lavoro da garantire in diversi casi ma pure, e non ultimo, un potere di influenza sul mercato. Ritengono che per superare la crisi serva la ricerca di sostegno strutturale economico e di riconoscimento politico del proprio ruolo. E in questo sforzo si stanno muovendo per cancellare l’evidenza di un mondo (il nostro) che non riescono a focalizzare, comprendere, e controllare. Sento dichiarazioni insulse sulla necessità di riversare l’autoproduzione esclusivamente nelle loro self area che non rappresentano che un parte minoritaria del movimento che abbiamo visto rappresentato nei nostri festival. L’autoproduzione ha il suo ruolo negli spazi che sceglie. E un albero non prende la linfa da radici appiccicate sui rami, non mi sembra difficile da comprendere. Sarebbe opportuno accettare le differenze per poter poi trovare il modo di continuare a sostenersi. Ma ora vedo sentieri che si biforcano…

crack fantasma

C’è ancora una prospettiva per il 2021, alla luce delle incertezze che abbiamo ancora oggi? Cosa servirebbe (a parte debellare il rischio attuale) per poter tornare a lavorare in maniera migliore?
Ci sono diverse possibilità in realtà, diverse potenzialità ancora inesplorate. Abbiamo fatto molte riflessioni sulle potenzialità di un movimento indipendente e autonomo di produzione, che ha molti gangli vitali sparsi sul territorio europeo e mondiale. Abbiamo fatto delle mappe in questi mesi e riflettuto, abbiamo molto ottimismo se devo dire la verità, credo che il network covi un’energia che non si spegne. Piano piano, con i nostri tempi verranno fuori delle cose. I movimenti non sono veloci, ma le comunità sono solide. Questo serve: questo senso di comunità che raccoglie persone con le proprie differenze e fumetti con le proprie inestinguibili personali espressività.

State lavorando all’edizione 2021, e su quali basi?
Dobbiamo camminare insieme per fare i nostri festival e per ora non si può. Dobbiamo riconfigurare gli strumenti se questa crisi perdura indefinitamente.

Credete che questa situazione cambierà per sempre l’organizzazione futura degli eventi, cosa resterà di tutto questo nelle convention quando l’emergenza sarà finita?
Sicuramente ci sono di cambiamenti già avvenuti, che avranno una coda lunga. Delle separazioni e delle unioni. Aver provato assieme delle cose. E quello che questi misteriosi e duri mesi futuri ci porteranno sarà altro materiale su cui lavorare. Credo troveremo delle occasioni ancora più dense ed entusiasmanti quando riprenderemo. Ma intanto manteniamo aperti i canali, il centro di quello che siamo non andrà mai perso. Umanamente ma anche storicamente. Da Masereel in poi l’autoproduzione è una parte del fumetto che esiste e resiste alle tempeste. Tutto cambia sempre e chi si muove scopre sempre delle possibilità inaspettate. Come dicevano i samurai “Prima di cadere ero molto preoccupato, ma adesso sono veramente calmo. Anche voi tutti, se volete essere tranquilli, buttatevi giù”.

Intervista via mail condotta a novembre 2020.

CRACK! FUMETTI DIROMPENTI

Crack! è il festival autoprodotto e autoconvocato di fumetto e arte stampata e disegnata più importante del pianeta Terra. Dal 2005 si svolge ogni anno a giugno a Roma, nel Forte Prenestino, il più grande squat d’Europa occupato dal 1986. Non ci sono esclusioni o selezioni, nè stand o partecipazioni di editori che non siano indipendenti. È frutto del più grande lavoro di network e interconnessione che sia mai stato messo in moto nell’underground. Si muove in uno spazio di cooperazione e condivisione, nel rifiuto del copyright e a sostegno di pratiche plagiariste e di mash-up.
crack2020.fortepressa.net
www.facebook.com/Crackfestival

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