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Continuavano a chiamarlo Menotti – 1° parte

Da autore di fumetto a co-sceneggiatore del film italiano del momento, "Lo chiamavano Jeeg Robot": intervista a Roberto Marchionni, alias Menotti.
Articolo aggiornato il 22/09/2017

Da cartoonist raffinato a prolifico scrittore per la televisione e co-sceneggiatore del film italiano del momento, ovvero Lo chiamavano Jeeg Robot. Abbiamo incontrato Roberto Marchionni, alias , per farci raccontare qualcosa di più sull’acclamata pellicola, ma anche sul suo suggestivo percorso artistico.

L’intervista è divisa in due parti: la prima  (che pubblichiamo oggi) parla del film, la seconda (che pubblicheremo nei prossimi giorni) ripercorre la carriera dell’autore in ambito fumettistico.

Incontriamo Menotti nel caffè di una bella libreria al centro di Roma e ci spiega subito che la location scelta non è casuale.
Qui ho trascorso molto tempo con Nicola Guaglianone, co-sceneggiatore di Lo chiamavano Jeeg Robot, anzi si può dire che la storia abbia preso forma seduti a questi tavolini, nel corso di lunghi e appassionati brainstorming.

Da dove siete partiti?
Alla base c’era un soggetto di Nicola “Lo chiamavano Ufo Robot”… Poi in corso d’opera è cambiato il robot e sono cambiate altre cose, come sempre accade nello sviluppo della sceneggiatura. Per esempio, lo spunto di base era che il protagonista avesse acquisito dei super-poteri. Ma all’inizio non avevamo chiaro il “come”… Abbiamo ipotizzato, alla Unbreakable [film del 2000 diretto da M. Night Shyamalan, con Bruce Willis e Samuel L. Jackson n.d.r.], che non sapesse di possederli, poi ci è venuto in mente che potessero essere l’effetto di una caduta in una palude radioattiva, come per lo Swamp Thing di Alan Moore… E così via, via, siamo arrivati alla scena che trovi nel film…

Continuavano a chiamarlo Menotti – 1° parte

Quindi alla base c’è un lungo processo di stesura?
Più lungo di quanto capiti di solito e senza lo stress di scadenze troppo ravvicinate, perché nel frattempo il regista stava cercando soldi per fare il film. Penso che sia una delle cose positive di questo progetto: abbiamo potuto approfondire e curare ogni aspetto. In fondo, il bello dello scrivere in coppia è proprio il confronto. Da lì nasce la possibilità di esplorare varie soluzioni, scrivere e riscrivere per arrivare a quella che funziona meglio.

Appunto: come siete riusciti a far funzionare una storia così speciale?
Siamo partiti dal personaggio. Prendi una delle scene che a molti ha fatto ridere e che in effetti fa ridere: quella in cui il protagonista sradica un bancomat per prendersi i soldi… Ma se ti metti nei suoi panni, di uno che per vivere scippa orologi ai turisti, cos’altro avresti potuto fare? E lo stesso abbiamo fatto con l’antagonista, “lo Zingaro”, che non è il classico “cattivo dalla faccia cattiva”. Scena dopo scena, uno capisce quali siano le sue ambizioni, cosa lo spinga a fare quello che fa. Se parti dal personaggio, l’azione rifletterà sempre il suo vissuto, i suoi sentimenti, i suoi desideri, e questo lo renderà credibile agli occhi dello spettatore.

Continuavano a chiamarlo Menotti – 1° parte

Gabriele Mainetti (il regista) sostiene che il tuo contributo al progetto è stato anche quello di aver reso la storia avvincente e comprensibile a un pubblico non romano.
Visto il contesto in cui si svolge la vicenda (“estrema” periferia romana, personaggi ai margini), il rischio di rinchiudere la storia in una dimensione localistica c’era. Come pure quello di abbandonarsi allo sguardo paternalistico tipico di tanti film italiani impegnati, che quando raccontano il disagio sociale, lo fanno con pietismo, quasi stessero documentando la vita delle formiche. Noi invece eravamo tutti d’accordo, scrittori e regista, di voler tirar fuori una storia universale.

Una storia che parlasse a tutti?
Sì. È l’aspetto che ho cercato di curare di più nella scrittura: costruire un racconto che esplorasse ambizioni, desideri e sentimenti con i quali chiunque fosse in grado di identificarsi. Non so come andrà il film all’estero ma, sono convinto che domani se ne potrebbe  girare un remake credibile in uno slum di Città del Messico e, con gli opportuni adattamenti, funzionerebbe. Dico adattamenti, perché è indubbio che uno dei punti di forza di Lo chiamavano Jeeg Robot sia l’attenzione “iperrealista” per la realtà raccontata.

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Un esempio?
L’attenzione alla lingua che parlano i personaggi, merito di Nicola che conosce bene quel contesto. Quando lui e Gabriele si mettevano a discutere su come Santamaria, nato a Roma Nord, dovesse pronunciare un’espressione tipica di Roma Sud, a me sembravano due pazzi. Ma avevano ragione: l’iperrealismo linguistico in Jeeg ha la stessa funzione degli attentati, dell’aria di crisi e di tutti i riferimenti alla realtà di questi anni (che invece erano una mia fissa) indispensabili a creare un mondo finzionale credibile su cui poi puoi innestare l’incredibile. Se una persona risulta “finta” nel parlare in una scena, o sembra finto il suo mondo, figurati se puoi credere che nella scena successiva sradicherà un bancomat da un muro a mani nude!

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A proposito di scene che fanno ridere: questa è un’altra peculiarità del racconto. È un film drammatico, ma con momenti da autentica commedia. Perché questa scelta?
Beh, perché io e Nicola adoriamo la commedia e la commedia italiana fa parte della nostra tradizione culturale. Perché, soprattutto, torniamo a quello che dicevo prima: l’esigenza, quando si scrive, di rendere il racconto più credibile possibile nella sua parte ordinaria, per poi rendere “verosimile” anche la parte straordinaria. Un qualsiasi italiano che vedesse un eroe mascherato aggirarsi per Roma, nella realtà si metterebbe a ridere. Posto che abbiamo fatto di tutto per sospendere l’incredulità di una tradizione priva di supereroi, non ci saremmo mai sognati di rinunciare alla parte divertente della faccenda.
E poi, la vita di tutti giorni, di ciascuno di noi, funziona così: ci sono momenti drammatici e altri divertenti che si alternano di continuo in maniera imprevedibile. Con o senza super-poteri.

La novità è anche questa… Da diverse parti si osanna il vostro film come la 1° opera credibile dedicata a un supereroe italiano.
Sì, di questo si è parlato molto ma vorrei chiarire, proprio rispetto al mio background fumettistico (e a quello dei lettori di Lo Spazio Bianco), che non parliamo di una novità assoluta. Prendi un personaggio come Ranxerox (il fumetto cult degli anni Settanta di Tamburini e Liberatore). Era una sorta di supereroe ambientato proprio a Roma, e prima abbiamo avuto il Necron di Magnus e più tardi il Ramarro di Giuseppe Palumbo… Quindi benché non “mainstream”, noi una certa tradizione fumettistica ce l’abbiamo anche. Semmai la novità del nostro racconto è stata portare quell’idea nel cinema italiano contemporaneo. Naturalmente, “trasferire” lo stesso concept da un medium all’altro dà vita a esiti diversi. Si crea ogni volta un’alchimia nuova: a volte funziona, altre no, ma ha sempre delle conseguenze, dipende da come l’idea viene combinata con la tradizione e con il canone del medium. L’originalità non è mai assoluta, ma sempre relativa a un contesto.

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Il fumetto è comunque un riferimento per il film?
Sì e no. Pensa che quando sono entrato nel progetto, proprio Gabriele – grande appassionato di manga e fumetti americani – contando sul mio “passato” da autore di comics mi ha citato una serie di cose che io non conoscevo nemmeno! Semmai, appunto, io ho attinto da autori come Tamburini e Liberatore ma anche lì il processo non è sempre consapevole. Citando ancora Ranxerox, per esempio, c’è un’altra analogia forte con il nostro racconto: la presenza di una ragazzina problematica (nel caso del fumetto Lubna) che affianca l’eroe nelle sue avventure. Noi, in effetti, nel costruire il rapporto tra i due personaggi avevamo più in mente il Leon cinematografico di Luc Besson. Ma è indubbio che, anche senza pensarci, sia stato influenzato pure da un fumetto che ho amato molto.

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E, quindi, arriviamo a parlare di fumetti che sono comunque un pezzo importante del tuo percorso d’autore anche se ormai da anni lavori per TV e cinema. Ti va di parlarne?
Certo, perché no?

Ne parleremo nella seconda parte dell’intervista!

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