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Confessioni di una mente irrispettosa: Akab e il caso “Nixon”

Articolo aggiornato il 22/09/2017

Confessioni di una mente irrispettosa: Akab e il caso "Nixon"Ciao Gabriele, benvenuto su LoSpazioBianco. Mi incuriosisce il tuo pseudonimo Akab: che significato ha e perché l’hai scelto?
Significa molte cose ma nessuna che valga la pena rivelare. Diciamo che anche io ho dei conti in sospeso con un grosso mammifero bianco.

A volte ti firmi in altri modi (, Munch, ghost industry, akabutcher…): sembra che ti piaccia giocare con diverse identità virtuali. Inoltre ho notato che in alcune tue storie ricorre il problema dell’identità e della sua perdita. Perché sei così interessato a questo argomento?
Il dottore la definisce schizofrenia.

I tuoi pseudonimi sono tanti almeno quanti i blog che hai aperto. Usi internet come principale strumento di divulgazione del tuo lavoro o come mezzo di confronto con i tuoi lettori o perché semplicemente ti diverte?
In origine mi interessava la possibilità di avere un archivio consultabile ovunque io fossi. Ora vado avanti (tra alti e bassi) per inerzia. Credo.

La tua attività spazia dalla pittura al cinema: quando e come è nata la tua passione per le arti visive e in particolare per il fumetto? Che tipo di studi hai fatto?
Temo sia una storia piuttosto comune. Ho sempre disegnato. Ricordo che sin da piccolo non vedevo l’ora di starmene da solo con il mio quaderno per poter dar vita ad interi universi. Studiarne le regole, catalogarne gli abitanti. Ho ritrovato di recente alcuni di questi, gli elementi ricorsivi erano i ribelli contro l’impero. Non è cambiato molto. Per quanto riguarda gli studi: liceo artistico e un corso di illustrazione alla scuola del Castello Sforzesco. Comunque non credo nelle scuole: sono solo un modo per abituare i bambini a stare seduti sul proprio banco e fare ciecamente quello che gli si viene detto. Come poi dovranno fare da grandi in ufficio. Aspettando la campanella che li liberi.

Sei stato uno dei fondatori dello Shok Studio, realtà produttiva che, a metà anni 90, si è imposta sul mercato fumettistico italiano e con la quale siete riusciti a sbarcare in America. Raccontaci di quell’esperienza e quanto è stata determinante per i tuoi lavori successivi.
Difficile parlare dello Shok. Mi sembra appartenere ad un’altra vita. Qualcosa che non mi riguarda più. L’unica cosa sensata che mi viene da dire è che fu tutto molto naturale e che mi coinvolse soprattutto a livello umano.

Riesci a riscontrare nei giovani fumettisti d’oggi quello spirito di collaborazione e originalità che animava lo Shok Studio? Che ne pensi dell’attuale situazione fumettistica italiana?
No davvero. Non scherziamo.

Quali fumettisti (italiani e stranieri) ammiri?
In passato i nomi che ti avrei potuto fare erano moltissimi. Ora nessuno. Ma non perché non ci siano grandi autori in giro, semplicemente sono cambiato io, ora sono altre le cose che mi interessano. E sono tutte molto costose.

Prediligi l’autoproduzione e sei promotore di molti progetti come la rivista Nixon. Perché questo titolo?
Ho sempre tifato per i cattivi.

Nixon ospita i lavori di un gruppo piuttosto eterogeneo di autori. Che criterio hai adottato nello scegliere i disegnatori con cui collaborare?
Ho chiamato gli amici. Ma direi che è il caso il criterio delle scelte effettivo.

Il caso, idea alla base di Nixon, è per te un concetto molto importante, perché?
In genere si considera il caso come un mettere insieme cose senza criterio, io invece credo nell’entropia, una forma di assoluta onestà dove non è il calcolo o il credere di sapere cosa possa o non possa interessare al lettore a guidarti ma una forza superiore inconscia ed indomabile. Si crede sempre di poter controllare le cose, balle! Sono le “cose” che controllano noi. Diciamo che credo nelle forze del caos e sono contro le forze dell’ordine.

Perché hai scelto, a volte, di non citare i nomi degli artisti nelle pagine loro assegnate?
Non tutti gli artisti pranzano con il proprio ego.

Nelle pagine di Nixon prevale la monocromaticità: come dice Valerio Stivé nella recensione de LoSpazioBianco dedicata alla tua rivista “È l’indaco a farla da padrone trasmettendo un senso di oppressione ed angoscia nel lettore“. Perché questa scelta?
Non credo che l’arte debba essere rassicurante. Mi pare che il mondo dell’intrattenimento sia fin troppo pieno di manichini moralisti che combattono a salvaguardia di un bene comune ormai obsoleto. Mi interessa la diversità e la devianza, il non mostrabile per me è la strada verso una redenzione impossibile. Sono decisamente stanco e disgustato dalla volgare ripetizione di logori stereotipi già vecchi al loro esordio. Lunga vita alla nuova carne!

A che tipo di pubblico ti rivolgi con un prodotto come Nixon, certamente valido ma con una visione un po’ diversa dalla tipica rivista a fumetti?
Mi piace pensare che sarà Nixon a trovare il proprio pubblico e non viceversa. Come il pejote.

Ad oggi la diffusione delle notizie su Nixon è devoluta solamente, per quanto ne so, ad internet. Non pensi che questo tenda a restringere il campo degli acquirenti al solito gruppo di “web-addicted”?
Nixon sarà distribuito anche nelle migliori librerie del paese.

La tua tendenza a sperimentare ti porta a iniziare diversi progetti come Wonderland e Sakara che pero’ sono rimasti in sospeso. Ce ne puoi comunque parlare?
Wonderland è poi diventata Nixon, sicché si tratta dello stesso progetto.
Sakara sarà uno dei 5 volumi che compongono il progetto Redux edito dalla Grrrzetic editrice, di prossima pubblicazione.

Confessioni di una mente irrispettosa: Akab e il caso "Nixon"A proposito di Redux, so che a fine febbraio è uscito, il tuo primo libro “Cibo umano cercasi”. Il titolo si ricollega a uno dei tuoi temi preferiti, appunto il cannibalismo. Come hai già detto si tratta del primo lavoro di una serie di 5 volumi “Redux, i neri venti del caos”. Puoi accennare alla trama del libro e ai contenuti della serie?
Non è chiaro neanche a me. Spero che una volta concluso qualcuno mi delucidi a riguardo. Posso dirti che si tratta di una serie di 5 numeri: il primo è Feinschmecker, versione riveduta e corretta della storia che ho fatto per la 24hic nel 2007, il secondo sarà Sakara, il terzo Munk e via dicendo

Dato che hai nominato la 24 Hours , vorrei chiederti un giudizio su questa esperienza: hai partecipato a due edizioni della 24hic, realizzando due storie “23 fantasmi nel bunker” e “Feinscemecker” (hai dichiarato che quest’ultima storia è una sorta di storybord per un cortometraggio).
Benché mi ritenga un autore prolifico sono sempre stato pigro. Credo nell’immediatezza. Posso spendere un anno dietro ad un lungometraggio ma non più di una settimana dietro ad un fumetto. Ergo, la 24 ore è una dimensione a me congeniale, come studiare la notte prima di un esame. Evidentemente certi autori danno il meglio sotto pressione. E poi la birra è gratis.

Collabori anche a iniziative promosse da colleghi (La scimmia, Pornografica…). Cosa ti attira dei progetti che ti vengono proposti?
L’umorismo e l’utopia.

Nei tuoi lavori emergono, in maniera ossessiva, tematiche legate al cannibalismo, alle amputazioni, agli incubi e più in generale al problema del Male. Qual è il tuo intento nell’affrontare questi argomenti?
Mi è ben chiaro, da diversi anni, il mio totale disinteresse per il cosi detto pubblico – questo mi ha portato a trovare nel mio lavoro una forma distorta di autoanalisi. Voglio dire che non inizio a concepire un nuovo progetto pensando a dinamiche commerciali. Lavoro solo a tematiche che possano essermi utili nell’analizzarmi e che mi possano mostrare a che livello di sociopatia sono giunto.
Prosit.

Nelle storie che racconti si può notare una vena malinconica e, a volte, anche una traccia umoristico-grottesca. È una precisa scelta narrativa volta a smorzare i toni?
Come dicevo non c’é un vero e proprio pensiero all’origine del mio lavoro. Trovo più onesto fare in modo che le cose accadano da sole, assecondando i miei distorti umori.

La tua attività di pittore corre parallela a quella di fumettista. Hai partecipato a diverse mostre (collettive e personali), l’ultima delle quali è Human Raus: ce ne parli?
Human Raus è una forma di nazismo democratico. Non solo contro gli ebrei o i polacchi. L’intera umanità è messa al bando. Lo trovo rincuorante.
In ogni caso si tratta di una serie di ritratti malvagi dove la morale è messa al bando e di nuovo il tutto è affidato al caso. Lascio che siano gli stessi quadri a rivelarsi trasformando me stesso in semplice strumento per poter essere sorpreso dal risultato non curante di un giudizio estetico che altrimenti sarebbe falsato da un retaggio culturale o di gusto che trovo noioso e borghese.

Come filmaker hai realizzato diversi cortometraggi (anche di animazione) e un lungometraggio “Mattatoio” (2003), selezionato per la 60a Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, cui ha fatto seguito “Il corpo di Cristo”. Attualmente è in fase di post-produzione il tuo terzo lungometraggio “Vita e opere di un santo”. Rispetto al fumetto e alla pittura cosa ti attira di questo medium?
Maggior prospettive di guadagno. Nonché la possibilità di avere a che fare con altri essere umani e non solo ed esclusivamente con me stesso che, detto tra noi, dopo un po’ mi risulto del tutto insopportabile.

Mi ha colpito una frase che hai scritto nel tuo blog: “quanto mi piaceva ricercare stili nuovi attraverso le diverse tecniche. non che non mi piaccia più ma quando vedo queste vecchie illustrazioni mi viene da pensare quanto fosse magica la sperimentazione del neofita“. La sperimentazione è una componente imprescindibile del tuo essere artista: quanto è cambiata rispetto ai tuoi esordi?
Non poi così tanto. Continuo a dibattermi in strade non battute alla ricerca di una serenità sempre più utopica.

Quali correnti pittoriche pensi ti abbiano maggiormente influenzato?
Il neosurrealismo, decostruttivismo, espressionismo e lo svarionismo. Uso tutto.

Per finire una domanda di rito: quali sono i tuoi progetti futuri?
Questa estate trasformero’ in mediometraggio Feinscemecker. Sto lavorando ad una rilettura moderna e deviata dell’Amleto per l’Artist-in-residence program in Denmark. Gli altri 4 volumi di Redux. Un paio di progetti con Fabrizio LaScimmia. Nixon e le solite 100 cose da fare prima di morire.

(Le due immagini si riferiscono all’allestimento della mostra Human Raus)

Riferimenti:
Il blog di Akab mattatoio.splinder.com
Il blog di Nixon votanixon.blogspot.com
Grrrzetic editrice www.grrrzetic.com

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