{"id":688,"date":"2020-03-29T14:28:29","date_gmt":"2020-03-29T12:28:29","guid":{"rendered":"https:\/\/www.lospaziobianco.it\/comicscalling\/?p=688"},"modified":"2020-04-06T16:52:06","modified_gmt":"2020-04-06T14:52:06","slug":"hulk-mette-in-ordine-al-ewing-e-la-struttura","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.lospaziobianco.it\/comicscalling\/hulk-mette-in-ordine-al-ewing-e-la-struttura\/","title":{"rendered":"Hulk mette in ordine! – Al Ewing e la struttura"},"content":{"rendered":"
Quand’\u00e8 che una storia ci piace?<\/strong> Quando, al di l\u00e0 di tutte le analisi che si possono fare a posteriori, sentiamo, al primo impatto, che quello che abbiamo letto corrisponde ai nostri desideri? Cos’\u00e8 che ci soddisfa a un livello intimo sin dalla prima lettura, anche quando questa \u00e8 distratta e superficiale? Alla rincorsa della soddisfazione delle esigenze del lettore spesso e volentieri gli scrittori si affannano a dare al pubblico quello che vuole<\/strong> cercando di intercettare le tendenze del momento, le necessit\u00e0 magari e analizzando i feedback che l’attuale societ\u00e0 social<\/em> offre loro. La logica conseguenza di questo atteggiamento \u00e8, per\u00f2, quello annullare il significato stesso della parola autore.<\/strong><\/p>\n aut\u00f3re s. m. (f. -trice) [dal lat. auctor -oris, der. di augere \u00abaccrescere\u00bb; propr. \u00abchi fa crescere\u00bb]. \u2013 1. Chi \u00e8 causa o origine di una cosa, artefice, promotore Cos\u00ec facendo passa dall’essere “promotore, artefice” all’essere “seguace”, non crea pi\u00f9 nulla e ottiene il risultato opposto a quello cercato: il gi\u00e0 visto non intrattiene – ergo non soddisfa – e se la storia proposta d\u00e0 al fruitore “esattamente quello che si aspetta” risulta noiosa<\/strong>.<\/p>\n L’autore si trova cos\u00ec costretto tra i due fuochi della soddisfazione del pubblico e della necessit\u00e0 autoriale, una morsa dalla quale si pu\u00f2 uscire solo in un modo: convincendo il lettore che la storia che sta leggendo \u00e8 “giusta” pur percorrendo strade che il lettore non aveva previsto o richiesto. La narrazione, per soddisfare il lettore, necessita di coerenza<\/strong>, compattezza: tutto quello che viene narrato deve essere in qualche modo significativo ai fini del racconto. Tutto deve essere connesso e organizzato all’interno di una struttura ordinata. Cos\u00ec facendo la narrazione ci permette di sperimentare quell’ordine significativo che cerchiamo costantemente nella nostra vita quotidiana.<\/strong> \u00c8 importante quindi, per un autore che voglia convincere il proprio pubblico, che il racconto espliciti, e in qualche modo tradisca, la propria struttura mostrandola in modo pi\u00f9 o meno evidente [dalle parti di Northampton a qualcuno fischiano le orecchie]<\/p>\n ***DA QUI IN POI L’ARTICOLO CONTIENE SPOILER SU IMMORTAL HULK #27***<\/em><\/strong><\/p>\n Nel Fumetto il primo livello di struttura<\/strong>, quello pi\u00f9 evidente, \u00e8 senza dubbio quello del layout, la gabbia<\/strong> che mostra ed esplicita immediatamente quest’ordine e che talvolta entra a far parte del racconto stesso (come visto QUI<\/a>). In Immortal Hulk #27 Al Ewing e Joe Bennett decidono di evidenziare la struttura<\/strong> del racconto suddividendolo in tre trame parallele<\/strong> che scorrono su tre binari paralleli nelle tre strisce della pagina. La distinzione e definizione delle tre ambientazioni<\/strong> viene sottolineata e circostanziata dalle tre didascalie che indicano luogo e ora. “Pronti”? La seconda tavola<\/strong>, che continua a utilizzare una griglia ordinatissima per rimarcare la presenza di una struttura, continua il lavoro di tessitura visto nella prima ma variando lo schema delle parole chiave<\/strong>: stavolta sono due, “incertezza”, che collega la prima striscia con la seconda e “controllare” che collega la seconda con la terza.<\/p>\n Nella terza tavola<\/strong> lo scrittore comincia a connettere i vari personaggi evidenziando le differenti reazioni degli stessi <\/strong>una volta posti di fronte a situazioni omologhe: nella prima striscia Dario Agger, il minotauro presidente senza scrupoli della megacorporazione Roxxon, si disinteressa degli eventuali rischi della propria operazione mentre Bruce Banner – meglio noto come l’Incredibile Hulk – chiede esplicitamente quale sia il “peggior possibile risultato”: il primo non vuole sapere mentre il secondo lo richiede esplicitamente. Qui la connessione avviene quindi per contrasto<\/strong> ed \u00e8 strumentale al duplice scopo di legare le due trame e di caratterizzare i personaggi. La quarta tavola<\/strong> prosegue sulla falsariga della seconda – quella delle due parole chiave – riprendendo il “ready” della prima creando cos\u00ec un’ulteriore connessione, una sorta di circolo, che rimanda a uno schema ancora pi\u00f9 ampio rispetto a quello della singola unit\u00e0 della tavola. Lo schema va avanti cos\u00ec per altre tre pagine con varianti interessanti di quanto esposto finora [per ragioni di opportunit\u00e0 e lunghezza eviter\u00f2 di annoiarvi con tutti i dettagli] fino ad arrivare a un punto di rottura.<\/strong><\/p>\n L’ordine, e la conseguente relativa calma, viene stravolto dall’arrivo del nostro protagonista<\/strong> che irrompe sulle scene come solo Hulk pu\u00f2 fare.<\/p>\n Anche l’imperturbabilit\u00e0 ostentata di Dario Agger sembra risentire dell’arrivo del Golia di Giada nella tavola: quest’ultimo non solo esce dalla sua striscia di competenza ma precipita nella striscia sottostante<\/strong> distruggendo lo status quo interno ed esterno al racconto.<\/p>\n Da questo punto in poi il racconto procede su due binari<\/strong>: in cinque spread page Ewing e Bennett mostrano lo smantellamento di un sistema<\/strong>, quello della megacorporazione di cui sopra, sia narrativamente (ovvero ci mostrano come Hulk distrugga il loro complesso) che graficamente, tramite la scomposizione dell’ordine grafico<\/strong> stabilito nelle prime sette pagine. All’ortogonalit\u00e0 della striscia superiore, ambientata negli uffici della Roxxon, si contrappone l’assoluta scompostezza della parte inferiore della pagina: quello che succede all’interno delle vignette si ripercuote sulla composizione stessa<\/strong>, sulla struttura della gabbia.
\nPer rispondere in maniera sintetica possiamo dire che una storia ci soddisfa quando percepiamo che tutto \u00e8 andato come doveva andare<\/strong>, che il susseguirsi degli avvenimenti si \u00e8 svolto in maniera congrua alla sua conclusione e che il tutto si \u00e8 svolto in maniera “giusta”.
\nOvviamente, in seconda battuta, siamo qui a chiederci il significato di questo concetto: cosa si intende per “giusto”?<\/p>\n
<\/a><\/strong>Gotta give the people what they want!<\/h3>\n
\n(Treccani)<\/p><\/blockquote>\n
\nL’autore deve pertanto rispondere a un’esigenza ontologica<\/strong> dell’essere umano: la necessit\u00e0 di sapere che tutto ha un significato, che tutto sottost\u00e0 a un ordine superiore delle cose.<\/p>\nUna questione di struttura<\/h3>\n
\n\u00c8 una questione quasi religiosa: si pu\u00f2 pensare alla narratologia come specchio fedele della realt\u00e0<\/strong>, come chiave di lettura della stessa, se ad esempio si crede a un ordine superiore, un dio che sottende a tutti gli avvenimenti che ci accadono e che diversamente apparirebbero totalmente casuali. Se invece la nostra convinzione \u00e8 che sia il caos a dominare le nostre esistenze, la narrativa rappresenta il tentativo (super)umano di imporre un ordine<\/strong> alla propria esistenza.
\nDa qualunque parte la si voglia vedere dunque \u00e8 indubbio che una narrazione “ordinata”, in cui ogni elemento entri perfettamente nella sua casella dello schema generale, \u00e8 percepita come “giusta” all’occhio del lettore [tutte le discussioni – per la maggior parte pretestuose – sui fantomatici buchi di sceneggiatura nascono da questa esigenza].<\/p>\nGabbie e connessioni<\/h3>\n
\nL’albo si apre quindi con tre Estabilishing Shots<\/a><\/em> che aprono le relative trame.<\/p>\n
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\nIl fatto che i tre avvenimenti siano collegati tra di loro viene ribadito da due elementi<\/strong>: quello pi\u00f9 lapalissiano dell’essere tutti compresenti nella stessa tavola<\/strong>, nello stesso albo e nella stessa storia che stiamo leggendo, e quello pi\u00f9 subliminale indotto dall’uso di alcune parole chiave<\/strong> che l’autore inserisce nei balloon<\/em>.<\/p>\n
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\n<\/strong>In questa sequenza iniziale, che occupa met\u00e0 dell’albo in questione, Al Ewing tesse una vera e propria trama fatta di connessioni pi\u00f9 o meno esplicite<\/strong> suggerendo a pi\u00f9 livelli un macro-discorso, un ordine appunto, che sottende agli eventi narrati.<\/p>\n
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\nLa terza striscia viene invece connessa col meccanismo della parola chiave gi\u00e0 visto nelle prime due.<\/p>\n
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\nNotiamo anche come la pagina si apra con un riferimento alla lotta (“scegliere le proprie battaglie”) che si ricollega all’azione mostrata nell’ultima vignetta della tavola precedente<\/strong> in cui i due dipendenti della Roxxon cominciano, appunto, a lottare tra loro.
\nSe torniamo indietro e rileggiamo le prime tre tavole possiamo notare come l’ultima vignetta di ogni tavola sia collegata con la prima della successiva<\/strong>: “nothing” e “business”.<\/p>\nUn nuovo ordine<\/h3>\n
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\nUno smantellamento che procede per quasi met\u00e0 albo e si conclude nell’ultima pagina, con l’avvio di un nuovo ordine e una parola chiave che si ricollega per significato a quella della prima pagina.<\/strong><\/p>\n