Parliamo di:

Comics e cinema, un’analisi quantitativa – parte 5 (di 5)

Quinta e ultima parte del nostro approdondimento: abbandonati grafici, numeri e torte, affrontiamo due temi: l’utilizzo nelle produzioni cinematografiche di autori di fumetti e le ragioni culturali e sociali alla...
Articolo aggiornato il 22/09/2017

Quest’ultima parte sarà un po’ più discorsiva rispetto alle precedenti quattro. Abbandonati grafici, numeri e torte, tratterò di due grossi temi: il primo, l’utilizzo nelle produzioni cinematografiche di autori di fumetti in qualità di sceneggiatori e registi e il conseguente impatto sulle produzioni fumettistiche; dopodiché illustrerò quelle che a mio parere sono alcune delle ragioni culturali e sociali alla base del successo dei cinecomics nel XXI secolo.  

Dunque, armatevi di pazienza e… buona lettura!

Protagonisti

Oggi i comics, gli influenzati, sono diventati influenti, e i ruoli si sono invertiti. Ora sono i fumetti a essere gli innovatori; […] il “linguaggio” cinematografico e televisivo moderno sembra palesemente importato dai fumetti sotto forma di flash-back, primi piani ravvicinati, inquadrature in continuo movimento, un’altra dozzina di innovazioni che determinano l’enfasi e l’andatura ed un accurato editing. (1)

 Dovrebbero costituire una task force creativa formata dai migliori autori al lavoro per la DC Comics. C’è un sacco di energia creativa da quelle parti, così tutto quello che sarebbe sufficiente fare sarebbe lasciarli liberi di lavorare. È per questo che i Marvel Studios stanno mettendo a segno così tanti successi mentre la Warner è al momento anni luce dietro di noi. Dovrebbero fare le stesse cose che abbiamo fatto noi mettendo al lavoro Geoff Johns e i loro altri autori. Potrebbero rimettersi in forma se seguissero questo consiglio. La Fox ha assunto Mark Millar per seguire il nostro esempio e sottoporre allo stesso trattamento X-Men e Fantastici Quattro. Funziona e dunque è esattamente ciò che dovrebbero fare. (2)

Con queste parole Robert Bloch (3)  e Brian Michael Bendis fotografano, a distanza di quasi venti anni l’uno dall’altro, due diversi momenti della “promozione culturale” del mondo dei fumetti. Bloch nel 1994, introducendo il neonato capolavoro di Mike Mignola, Hellboy, evidenziava l’inversione del rapporto fra fumetti e altri mass media come il cinema e la televisione. Questi ultimi, secondo Bloch, attingevano oramai a piene mani dal linguaggio dei fumetti e dal loro repertorio stilistico.

Quasi venti anni dopo, B.M. Bendis, cinque volte vincitore di un Eisner Award (4) , vede (a mio parere semplificando la questione) nella presenza o meno di autori di fumetti nei teamComics e cinema, un'analisi quantitativa - parte 5 (di 5) cinematografici il discrimine tra l’insuccesso e il successo. Le citazioni di sopra sono due testimonianze del lungo percorso compiuto dai comics: tra le parole di Robert Bloch e la celebre scomunica di Fredric Wertham (5)  intercorrono esattamente quarant’anni, durante i quali il fumetto da sottoprodotto della cultura popolare, crogiolo di depravazioni sessuali e morali, responsabile della deviazione di giovani innocenti, è divenuto modello di riferimento per forme artistiche dall’utenza ben più ampia.
L’esplosione di cinecomics suggella questa rivoluzione copernicana.

Negli ultimi venti anni, Hollywood ha aperto le porte agli stessi autori di fumetti e ha utilizzato sempre più frequentemente sceneggiatori e registi con esperienza nel mondo del fumetto.

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Joss Whedon

Avengers (2012) il terzo film per incassi nella storia del cinema è diretto e sceneggiato da Joss Whedon, versatile artista che si è sempre diviso tra cinema, serie tv e fumetti. In quest’ultimo ambito, probabilmente, il suo contributo più importante è stato su Astonishing X-Men di cui è stato scrittore fra il 2004 e il 2007, serie che gli è valso nel 2006 l’Eisner Award nella categoria Miglior serie regolare. Whedon ha inoltre scelto il fumetto come mezzo per superare gli ostacoli imposti dalle produzione televisive, continuando sulla carta stampata per la casa editrice Dark Horse Comics le serie televisive Buffy l’Ammazzavampiri (1997-2003) e Firefly (2002-2003). Sempre con la Dark Horse ha pubblicato la miniserie di otto numeri Fray (2001-2003).   

David Goyer regista di Blade Trinity (2004), sceneggiatore di Blade (1998), Blade II (2002), Blade Trinity (2004), Ghost Rider: Spirit of Vengeance (2012),

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Christopher Yost

Man of Steel (2013), co-sceneggiatore di Batman Begins (2005) e soggettista della trilogia del cavaliere oscuro di Christopher Nolan, a partire dagli anni ’90 ha scritto sceneggiature per fumetti Marvel (Silver Surfer, Doctor Strange, Ghost Rider) e fra il 1999 e il 2003 per la Justice League della concorrente DC.    

Christopher Yost, alla sua prima prova come sceneggiatore cinematografico con Thor: The Dark World (2013) ha scritto numerosi fumetti per la Marvel (X-Men, Spider-Man, Avengers, X-23, X-Force), per la DC (Batman, Red Robin), per la Image Comics (Killer of Demons) e per altre case editrici minori.    

Il leggendario Frank Miller inizia a scrivere sceneggiature per film già nel 1990 con Robocop 2, per poi continuare tre anni dopo con il terzo episodio della stessa saga. Negli ultimi anni ha collaborato ai riadattamenti cinematografici dei suoi stessi fumetti coadiuvando Robert Rodriguez nella regia di Sin City (2005) e di Sin City: A Dame to  Kill for (2013); è inoltre regista e sceneggiatore di The Spirit (2008), trasposizione cinematografica della celebre opera di Will Eisner.

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James Dale Robinson

James Dale Robinson, sceneggiatore del film The League of Extraordinary Gentlemen (2003), ha una lunghissima carriera nel mondo dei fumetti: vincitore nel 1997 di tre Eisner Award (6) , della sua amplissima bibliografia vanno ricordati i suoi lavori per le case editrici più importanti del mercato statunitense e sui personaggi più celebri – Batman, Lanterna Verde, Superman, Avengers, Iron Man, Captain America, Incredible Hulk, Fantastic Four, Justice League of America, Justice Society of America, WildC.A.T.s. – e importanti contributi che hanno rivitalizzato testate minori come Starman e Hawkman. 

Marc Guggenheim, sceneggiatore di Green Lantern (2011), ha cominciato la sua carriera nel 1990 come colorista su Iceman/Human Torch, ha poi scritto sceneggiature per Aquaman, The Flash, Wolverine, The Punisher, Blade, The Amazing Spider-Man, Young X-Men e altre per case editrici minori come Oni Press, Virgin Comics e Dynamite Entertainment. Ha poi ideato e scritto con il suo collega di sempre, Greg Belanti, la serie tv Arrow.    

Bryan Singer regista e sceneggiatore di X-Men (2000), X-Men 2 (2003) e Superman Returns (2006) e del prossimo X-Men: Days of future past (2014), insieme a Michael Dougherty (sceneggiatore di X-Men 2 e Superman Returns) e Dan Harris (compagno di penna di Dougherty) ha sceneggiato nel 2006 quattro albi di Superman.  

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Wachowski bros

I fratelli Wachowski, sceneggiatori di V for Vendetta (2005), prima del successo ottenuto con la trilogia di The Matrix (1999-2003), hanno scritto sceneggiature per i fumetti Clive Barker’s Hell Raiser, Clive Barker’s Nightbreed, Clive Barker’s Book of the Damned (Epic Comics – Marvel Comics), Ectokid (Razorline – Marvel Comics) e hanno continuato a farlo anche dopo il successo cinematografico con i fumetti The Matrix Comics e Doc Frankestein, entrambi editi dalla Burlyman Entertainment, casa editrice da loro stessi fondata.          

Michael Green, sceneggiatore di Green Lantern (2011), è autore di diciassette storie della testata Superman/Batman, del ciclo Batman:Lovers and Madmen e di Supergirl.                     

Steve Niles ha curato personalmente la sceneggiatura della trasposizione cinematografica del suo fumetto 30 Days of Night realizzata nel 2007. Lo stesso ha fatto Daniel Clowes per la pellicola Ghost World (2001) diretta e co-sceneggiata da Terry Zwigoff.           

Possibili sviluppi

Il successo di una pellicola non dipende certamente dalla sola presenza di autori di fumetti nei team creativi e dalla libertà loro concessa, non si spiegherebbero altrimenti insuccessi come il film Green Lantern (2011). Quello che davvero colpisce è la consistenza del fenomeno e l’assottigliamento delle barriere fra carriere: il fumetto statunitense potrebbe divenire per gli autori una corsia che porta al cinema? Come influirà, sulle scelte artistiche degli autori in ambito fumettistico, la possibilità di un futuro sul grande schermo?

Un esempio su tutti è quello di Mark Millar: dal 2004, il fumettista scozzese, con il lancio della Millarworld, ha scelto la strada del creator-owned e ha lanciato un gran numero di fumetti sui quali ha impresso il proprio marchio artistico e imprenditoriale. Le sue storie sono concepite come trilogie hollywoodianamente numerate (Kick-Ass, Nemesis), affidate ad abili disegnatori (come John Romita Jr., Steve McNiven, Leinil Yu) ai quali è richiesto di dare alle storie un taglio decisamente cinematografico. Abbondano dunque le splash page (talvolta consecutive), la gabbia non è libera come vorrebbe la tradizione americana ma ordinata, poco complessa, di immediata lettura, le pagine sono composte da vignette larghe ed orizzontali a imitazione del 16:9 cinematografico.

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Due tavole rappresentative della tipica narrazione milleriana. Tratte da Kick Ass#1 e Nemesis#3

Sono opere volutamente di facile trasposizione cinematografica e l’obiettivo è con ogni evidenza raggiunto: dalle opere di Mark Millar sono stati tratti i film Wanted (2008), Kick Ass (2010) e Kick Ass 2 (2013); la 20th Century Fox nel 2014 distribuirà The Secret Service tratto dall’omonimo fumetto e la stessa azienda sta lavorando per portare anche Nemesis sul grande schermo. The Secret Service sarà diretto da Matthew Vaughn, regista con il quale Millar sembra aver creato un vero e proprio sodalizio artistico: il regista londinese, infatti, ha diretto anche il primo capitolo di Kick-Ass, prodotto Kick-Ass 2 e sin dall’ottobre 2011, quando la pubblicazione del fumetto era ancora in corso, ha acquisito i diritti cinematografici di Superior. Altre due opere di Millar (American Jesus: Chosen e War Heroes) sono state opzionate dalla Sony, mentre la Universal è a lavoro su Wanted 2.
Millar, però, nel mondo del cinema non è entrato solo come autore: nei film Kick-Ass, Kick-Ass 2 e War Heroes ricopre il ruolo di produttore esecutivo, è co-produttore in Wanted ed è, infine, sotto contratto con la 20th Century Fox in veste di consulente, attualmente al lavoro sul film Fantastic Four (2015).

Mark Millar è forse l’esempio più spiccato di un autore che è effettivamente andato incontro al mondo del cinema, pensando per esso storie su misura e inserendosi poi in diversi ruoli, ma, come abbiamo già visto, non è l’unico a muoversi fra i due mondi del fumetto e del cinema: altri importanti autori come Grant Morrison hanno annunciato di essere pronti a compiere il passo decisivo verso il secondo.

A parere di chi scrive, l’apertura delle porte di Hollywood agli autori di fumetti ha effetti sulle loro opere e sulle loro scelte artistiche da non sottovalutare, primo fra tutti una crescente omologazione nella narrazione e nel linguaggio del fumetto e del cinema che non è detto sia positiva: il rischio è quello di sterilizzare il medium fumetto privandolo delle sue peculiarità.  

Conclusioni

[…] Era stato creato negli anni trenta, come simbolo di speranza per tempi molto duri. Le banche erano fallite, la disoccupazione era alle stelle e l’America era in ginocchio quando due fumettisti presero carta e penna e ci aiutarono a dimenticarci per un po’ dei nostri guai. Era superato da più tempo di quanto mi potessi ricordare, e i suoi valori “nostalgici” non si adattavano a quelli del mondo moderno e dei suoi antieroi pieni di rabbia. Ma c’era qualcosa di speciale in quel grande boy-scout rosso. Qualcosa che ci faceva ricordare dell’America al suo meglio. Perché aveva resistito? Perché il nostro paese aveva bisogno di un eroe invincibile. […] Era stato creato per aiutarci a superare la prima depressione. Adesso era diventato reale, e ci stava aiutando a superare la seconda.

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In occasione dell’uscita del film Man of Steel, la promozione del film e di prodotti collegati alla pellicola ha fatto esplicito riferimento al bisogno del supereroico, come potete vedere dalle due immagini di sopra.

Leggendo queste parole molti di voi avranno pensato a Superman e invece, come qualcuno avrà intuito dal riferimento al colore rosso, si parla di Superior (7)  personaggio creato da Mark Millar e modellato sul nostro caro e più famoso Big Blue Boy Scout. In questa manciata di frasi, Millar mette in evidenza il rapporto fra società e supereroi, sottolineandone un elemento: il bisogno del supereroico.

Alla domanda “perché il cinema tratto da fumetti, in particolare quelli supereroistici, ha ottenuto tanto successo nel XXI secolo?”, non esiste una sola risposta: è un fenomeno complesso e il successo economico, fin qui analizzato, è l’effetto non la causa. 

C’è innanzitutto la capacità da parte dei fumetti di intercettare in più modi dinamiche ed esigenze sociali e culturali.

Assumiamo uno sguardo ad ampio raggio e esploriamo il contesto in cui è cresciuto tale successo. La caduta dell’Unione Sovietica negli ultimi giorni del 1991 chiudeva l’era comunemente conosciuta come guerra fredda. Dall’altro capo del mondo la superpotenza vincitrice era pronta a riassettare il mondo secondo un principio monopolare. Politologi autori di best seller, come lo statunitense Francis Fukuyama (8) , azzardavano ottimistiche (per alcuni) profezie: la storia, riletta in chiave teleologica, era oramai giunta a compimento; caduta l’URSS, lo stato democratico liberale era destinato per necessità storica ad affermarsi in ogni angolo del mondo, foriero delle meraviglie della civiltà occidentale di impronta statunitense. Agli Stati Uniti d’America non restava che recitare il suo ruolo di leader dell’occidente accelerando la “conversione” del mondo con gli strumenti della globalizzazione economica e, nel caso, della guerra umanitaria di clintoniana memoria, che qualche anno più tardi avrebbe subito un più virile (e business-oriented) aggiornamento, trasformandosi in guerra preventiva a opera di Bush figlio.

Gli USA distendono dunque le vele, gonfiate dai positivi indici di crescita, e navigano verso il XXI secolo. Il nuovo secolo si apre con una delle più grandi tragedie della storia americana:Comics e cinema, un'analisi quantitativa - parte 5 (di 5) l’undici settembre infligge un grave colpo agli statunitensi e alla loro autocoscienza. Gli USA non sono la superpotenza incontrastata che credevano di essere, la minaccia del terrorismo globale è reale, la società americana è profondamente segnata dalla cultura della paura alimentata dal dibattito pubblico e dalla crociata che gli States intraprendono sotto la guida del loro Governo. The Axis of evil; Freedom and fear are at war; war on terrorwe value every life our enemies value none; sono le parole d’ordine che permeano la società americana, la quale il 2 novembre 2004 rinnova la fiducia nel suo presidente. Il nemico perde individualità e si caratterizza attraverso concetti più ampi: religiosi (l’islamico), etnici (l’arabo), statuali (lo stato canaglia) (9) , geografico (il medio oriente), la paura dell’altro che, negli anni della guerra fredda, nella sua versione anticomunista era stata caratterizzante per la politica e la cultura statunitense (e in buona parte occidentale) viene rimodulata sulle sembianze del nuovo nemico, sullo sfondo di uno scontro tra civiltà e barbarie.

Comics e cinema, un'analisi quantitativa - parte 5 (di 5)È sempre dagli Stati Uniti che ha origine la seconda grande crisi mondiale del XXI secolo: la crisi economica del 2008. Dai traders della Lehman Brothers con gli scatoloni fra le mani sulla Settima Strada, simbolo del fallimento del modello economico costruito negli ultimi trent’anni, alle sacche di povertà in espansione, alla vendita massiccia del proprio debito al rivale cinese, tutte ferite a quell’orgoglio americano, a quella volontà di potenza su cui l’identità statunitense è stata nei secoli costruita (10)

Negli anni del ridimensionamento dell’immagine e delle possibilità degli Stati Uniti assistiamo ad un uso sempre più intenso e intermediatico del supereroismo e dei personaggi dei fumetti.

È un utilizzo assai vario, declinato in mille salse, difficile da generalizzare e categorizzare. Si va dallo sfruttamento della tipica struttura narrativa onnipresente nel fumetto supereroistico composta da due momenti, caduta e resurrezione, utilizzata a mo’ di metafora del cammino dell’America, alla semplice proposizione di eroi che incarnano l’American way of life e i suoi valori.

In questa sede interessano, in particolare, alcune pellicole nelle quali sono presenti una serie di elementi che le saldano fortemente alla difficile storia contemporanea statunitense e a quella cultura della paura di cui parlavo sopra. Ecco alcuni titoli: 

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Ràs e Talia al Ghul

In Batman Begins (2005), la minaccia viene da una lontana e potente organizzazione terroristica che considera Gotham City una moderna gomorra ed è capeggiata da Ra’s Al Ghul, un uomo senza scrupoli e con potenti mezzi dal nome arabo. In The Dark Knight Rises (2012) la setta delle ombre torna a colpire con Bane e Talia al Ghul, compaiono i mercati finanziari e la loro natura non sempre logica (nella scena ad esempio dove i due giocatori di borsa decidono come investire tirando una monetina), c’è l’ingiustizia sociale generata dall’economia americana e soprattutto c’è il Presidente degli Stati Uniti d’America che va in televisione a dire “noi non trattiamo coi terroristi”, una delle frasi preferite del presidente Bush.

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Leonida e Serse

Nel film 300 (2007), tratto dall’omonimo fumetto di Frank Miller, autore che non ha mai fatto mistero delle sue idee politiche sulla questione orientale (11) , abbiamo la Grecia culla dell’occidente – negli USA sin dagli anni ’50, nei libri di storia e al di fuori di questi, è in voga lo slogan from Plato to Nato, per marcare una presunta continuità di civiltà –  e in particolare Sparta (guidata dal Re Leonida, quasi una versione secolarizzata di un supereroe) che incarna ogni valore positivo contro l’impero persiano, il cui cuore è l’odierno Iran, che invece incarna quanto c’è di peggio, creando delle dicotomiche coppie: guerrieri spartani liberi ed uguali vs guerrieri persiani schiavi, veri spartani incorruttibili vs persiani corruttori, machismo spartano vs effeminatezza di Serse I, coraggio spartano vs vigliaccheria persiana, morte onorevole spartana vs sotterfugio persiano. (12)

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Il Mandarino interpretato da Ben Kingsley

In Iron Man (2008) il rapimento di Tony Stark viene riambientato in Afghanistan e a dar filo da torcere al nostro eroe ci sono da un lato i terroristi dell’organizzazione Ten Rings e dall’altro un dirigente senza scrupoli di una multinazionale.

Il terzo capitolo della saga di Iron Man, sotto questo punto di vista è di enorme interesse: la rilettura del Mandarino operata da Shane Black – regista e sceneggiatore del film – conferma ciò che sostengo, il regista, infatti, denuncia con intelligente ironia la strumentalizzazione e la produzione della paura, come ha detto a chiare lettere sulle pagine di Screen Rant:

L’impiego che del personaggio viene fatto in questo film è che offre un esempio della”complicità” delle persone nell’atto dell’essere spaventati. La gente crede alle cose in maniera analoga allo spettatore di Iron Man 3. Si spera che alla fine gli spettatori abbiano pensato “Si, eravamo tutti terrorizzati dal Mandarino, ma alla fin fine non era poi così malvagio”. Di fatti si trattava di una macchinazione che veniva manovrata dietro le quinte da un’altra persona. Penso si tratti di un messaggio più interessante per la situazione attuale, dove probabilmente accadono un sacco di cose lontano dai nostri sguardi, un sacco di timori che vengono originati a discapito di bersagli abbastanza ovvi che, magari, potrebbero nascondere altro, qualcosa di più grosso.

Come ho già scritto, il supereroismo, però, si presta agli utilizzi più svariati e intercetta tendenze della società anche opposte fra loro.

Altro macroevento caratterizzante del XXI secolo è stata l’esplosione quasi contemporanea (dicembre 2010 – ottobre 2011) in diversi scenari politici di movimenti di protesta: dalla primavera araba, al movimento spagnolo 15-M, a quello statunitense di Occupy Wall Street, alle sue declinazioni internazionali. Movimenti di diversa caratura e con obiettivi diversi ma accomunati dalla volontà di superamento degli assetti istituzionali dei propri paesi, nel segno di una maggiore partecipazione politica del popolo e di istanze di maggiore uguaglianza.

Nel supereroismo, ovviamente, c’è anche questo. C’è l’idea che le energie vadano usate per cambiare il mondo, che si debba agire energicamente anche sulle istituzioni e che la forza non vada esclusa dal novero degli strumenti.
Tutto questo c’è sin dal giugno del 1938, sin dal primo numero di Action Comics quando nelle ultime pagine Superman interviene per porre rimedio a una falla del sistema democratico americano, suonandole a un lobbista che ha corrotto il senatore Barrows con l’intento di portare attraverso un decreto gli USA in guerra con l’Europa. La storia si conclude con la didascalia “dotato di eccezionali facoltà fisiche e mentali, Superman è destinato a riplasmare il destino del mondo!”.

Se Superman con gli anni ha perso la sua carica “eversiva”, tale caratteristica non è però (e per fortuna) stata dimenticata da quel pugno di autori che negli anni ’80 rivoluzionò il mondo dei supereroi. Fra questi ovviamente abbiamo Alan Moore che nei suoi anni inglesi diede vita a questo supereroe sui generis che risponde al nome di V. Come è noto, l’opera di Moore ha avuto nel 2005 una fortunata trasposizione cinematografica, che ha portato il personaggio all’attenzione del grande pubblico originando un fenomeno probabilmente unico nella storia del fumetto: l’adozione da parte di movimenti e gruppi antisistemici a livello planetario della simbologia di un fumetto come simbologia della propria protesta. Si va dalla V rossa attraversata da un cerchio all’Overture 1812 di Pëtr Il’ič Čajkovskij, passando per l’oramai celebre maschera bianca con il volto di Guy Fawkes, indossata dai manifestanti di tutto il mondo e divenuta simbolo degli hacktivist riuniti in Anonymous. La maschera di Guy Fawkes ha costituito una sorta di filo rosso che ha unito piazze geograficamente distanti e popoli culturalmente lontani, divenendo espressione graficamente potente della protesta, qualsiasi fosse il suo bersaglio: le dittature, l’imperialismo americano, l’integralismo religioso, il capitalismo finanziario, la crisi economica, l’Unione Europea, un presidente del consiglio, la democrazia rappresentativa ecc. Una piattaforma identitaria.

Comics e cinema, un'analisi quantitativa - parte 5 (di 5)
Manifestanti da varie piazze del mondo (ordine di lettura da sinistra a destra, dall’alto in basso): Bahrein, Cairo, Rio de Janeiro, New York, Londra, Parigi, Berlino, Vienna, Milano, Madrid. In basso a destra il simbolo di Anonymous.

E qui veniamo ad un altro punto che spiega il successo dei cinecomics: le capacità di identity building possedute dal fumetto e lo sdoganamento della cultura nerd.

Nel fumetto supereroistico in particolare, la questione dell’identità è di particolare importanza: che siano uomini in calzamaglia provenienti da pianeti lontani e distrutti, che siano giovanotti un po’ sfigati dotati di grandi poteri e grandi responsabilità o esseri appartenenti ad un nuovo stadio dell’evoluzione umana, le due domande principali finiscono per essere chi sono? e come faccio a coesistere con il resto della società?

È facile immaginare quanto negli ultimi due decenni, tra crisi politiche ed economiche, riassestamenti geopolitici, enormi flussi migratori, confronti, anche drammatici, con la diversità, perdita d’efficacia della retorica nazionalista e caduta d’ideologie politiche secolari, la questione identitaria sia divenuta importante nella nostra società e quanto fascino essa possa donare al repertorio fumettistico.  

Da almeno venti anni, inoltre, la cultura nerd è oggetto di un processo di promozione (dietro il quale ci sono, ovviamente, anche forti interessi economici) che ha trovato nella rete (e nei social network in particolare) lo strumento e il luogo ideale per la creazione e la diffusione di immagini, simboli, icone attraverso cui sdoganare e “brandizzare” tale cultura. È un processo che avviene attraverso diversi canali che allo stesso tempo lo promuovono e ne beneficiano: uomini (ad esempio Quentin Tarantino, Steve Jobs, Bill Gates), serie tv (una su tutte, The Big Bang Theory), siti internet, videogames, webcomics, meme, fiere. Tale sdoganamento non per forza crea nuovi lettori di fumetti (come abbiamo visto anche nella terza parte di questo approfondimento), anzi finisce per essere funzionale alla rescissione del legame tra il medium fumetto e i protagonisti, le tematiche e parte del linguaggio dei fumetti che transitano verso i lidi della multimedialità e un pubblico più generalista. I cinecomics, con le loro decine di milioni di spettatori e incassi tendenzialmente in crescita, sono probabilmente la massima espressione di tale processo.

A questo punto si conclude la quinta ed ultima parte di questo approfondimento. Il fenomeno che ho cercato di analizzare sotto più punti di vista (economico in particolare nelle parti due e quattro, sociale in questa quinta parte) ovviamente non è esaurito, per quanto abbia cercato di trattare l’argomento in maniera esaustiva. Invito, dunque, i lettori a partecipare attraverso commenti, muovendo nel caso critiche, avanzando suggerimenti, arricchendo la mia analisi con proprie riflessioni. Vi ringrazio dunque per l’attenzione concessami, nella speranza di aver offerto una piacevole ed utile lettura. 


Note:
  1. Robert Bloch, Introduzione a Hellboy in Hellboy: Il seme della distruzione, p.3, Magic Press, Roma 2012. 

  2. Brian Michael Bendis che dà consigli alla Warner Bros per ottenere successi cinematografici, gennaio 2013 http://comixfactory.blogspot.it/2013/01/bendis-per-fare-film-di-successo-con-i.html 

  3. Scrittore e sceneggiatore statunitense nato a Chicago nel 1917. La fama arrivò nel 1959 con la pubblicazione del romanzo Psycho riadattato per il grande schermo l’anno successivo dal grande Alfred Hitchcock. Altro romanzo di successo fu Gotico Americano del 1974. Scrisse, inoltre, tra il 1966 e il 1967, tre episodi per la serie televisiva Star Trek; sempre per il piccolo schermo scrisse undici episodi per la serie televisiva Alfred Hitchcock Presents e sette per The Alfred Hitchcock Hour. Morì nel 1994 a Los Angeles. 

  4. Brian Michael Bendis vinse per la prima volta un Eisner Award a 22 anni, nel 1999, nella categoria Talent Deserving of Wider Recognition (Talento meritevole di maggior considerazione); nel 2001 con Powers vinse nella categoria miglior serie nuova, l’anno seguente, nel 2002, fu insignito del premio come Miglior Scrittore, premio che vinse nuovamente nel 2003, anno in cui la serie Daredevil da lui scritta vinse anche il premio di Miglior serie regolare. 

  5. Frederic Wertham, psichiatra statunitense, nel 1954 pubblicò un saggio intitolato Seduction of Innocent. The influence of comic books on today’s youth, nel quale accusava i fumetti di deviare i giovani lettori inducendoli alla violenza, all’omosessualità e alla depravazione. Per l’impatto che il saggio ebbe nella società americana, divenne un caso editoriale tanto che Wertham fu convocato dalla commissione senatoriale americana sulla delinquenza giovanile. Una delle case editrici additate dallo psichiatra era la E.C. – che pubblicava testate come Tales from the CryptThe Haunt of Fear e The Vault of Horror – all’editore della casa editrice, William Gaines, toccò presentarsi di fronte la commissione senatoriale. L’industria del fumetto per tutelarsi fu costretta a creare il Comics Code e il Comics Code Authority. 

  6. Nelle categorie Miglior storia a puntate con Starman #20-23, Miglior serie nuova e Miglior albo per ragazzi con Leave it to change. 

  7. Tratto da Superior#4. 

  8. F. Fukuyama, La fine della storia e l’ultimo uomo, BUR, 2003 (edizione Italiana più recente, il libro fu edito per la prima volta nel 1992). 

  9. Spetta a Ronald Reagan la definizione di stato canaglia, rogue state, che nella retorica del presidente G.W. Bush ha subito un aggiornamento con la categoria di asse del male, the axis of evil. Gli stati canaglia in origine erano Cuba, Iran, Sudan, Siria, Corea del nord, Afghanistan, Iraq, Jugoslavia e Libia; gli ultimi quattro sono stati depennati dalla lista attraverso interventi militari. 

  10. Per quanto incompleta, ardita e datata, conserva il suo fascino e il suo fondo di verità la ricostruzione dello storico americano Frederick Jackson Turner, secondo il quale l’espansione verso ovest a danno degli indiani d’america e il mito della frontiera su di essa costruita sarebbero essenziali per comprendere l’identità e la mentalità statunitense. Secondo Turner, il continuo spostamento della frontiera fisica durante l’ottocento da un lato costruì l’immagine degli USA come paese dalle mille opportunità per chiunque sapesse coglierle, dall’altro radicò uno spirito di conquista e di egemonizzazione culturale e politica. Raggiunto il pacifico e quindi terminata la terra da conquistare, lo stesso spirito si sarebbe riversato in campo economico, scientifico, tecnologico e in politica estera. I suoi studi sono raccolti in una serie di saggi editi in Italia da il Mulino sotto il titolo di La frontiera nella storia americana

  11. Un esempio su tutti le dure parole rivolte da Frank Miller contro il movimento Occupy Wall Street considerato in primis un danno agli USA nella guerra contro al-Qaida e l’Islamismo. http://comixfactory.blogspot.it/2011/11/frank-miller-si-scaglia-contro-gli.html 

  12. Sulla rappresentazione dell’Oriente nella cultura occidentale, il libro di Edward W. Said, Orientalismo, dato alle stampe nel 1978 ed edito in Italia da Feltrinelli, costituisce, nonostante i suoi anni, una lettura fondamentale ed un buon inizio per ulteriori approfondimenti. 

2 Commenti

2 Comments

  1. Giomas

    17 luglio 2013 a 18:07

    Gran bell’articolo, complimenti!
    Tutte cose che più o meno si sapevano, ma sei riuscito a dare un ordine logico al fenomeno, analizzandolo tramite l’ausilio di dati e dandone tue considerazioni personali direi del tutto condivisibili.

    L’ultima parte soprattutto, quella dello sdoganamento della cultura nerd, mi trova particolarmente in linea con il tuo pensiero. E’ ovviamente un processo economico prima di tutto, ma essendo l’economia strettamente legata alla società non possiamo che assistere ad una trasformazione di quest’ultima.
    Ciò che prima era sfigato, oggi è cool. Ciò che prima fungeva da repellente per il sesso femminile, oggi è un qualcosa da esibire con fierezza, e parlo naturalmente dell’essere un nerd.
    Ciò ha creato situazioni e personaggi al limite del grottesco, è quel che accade quando le cose non avvengono gradualmente, ma sono spinte dalla moda del momento.
    Questo abbraccio superficiale alla cultura nerd da parte di individui spinti dalla moda del momento è -secondo il mio punto di vista- strettamente correlato al successo delle pellicole basate sui supereroi al cinema, essendo il cinema il media “mainstream” per eccellenza, che permette -appunto- un avvicinarsi superficiale al mondo “nerdistico”, almeno rispetto a ciò che possono offrire i fumetti.

    Sarebbe interessante anche un’analisi fra il mondo del cinema, i fumetti ed il media nerd di massa: il videogame.

    Ancora i miei complimenti per l’ottimo articolo.

    Giomas

    • Dario Custagliola

      Dario Custagliola

      18 luglio 2013 a 12:43

      Ciao,
      ti ringrazio per i complimenti. Hai pienamente ragione sulla questione videogame, lì il rapporto è fitto e molto interessante, nell’uno e nell’altro senso: tanti fumetti che negli anni sono divenuti videogame e tanti videogame che diventano fumetti (p.es. Gears of War, Halo, Assassin’s Creed, World of Warcraft). Il tutto accompagnato da uno scambio linguistico e stilistico non indifferente.
      Aggiungo che anche sul piccolo schermo le cose si stanno facendo interessanti: dopo le dieci stagioni di Smallville, quest’anno abbiamo avuto Arrow, a settembre parte Agents of Shield, si parla di una serie su “La lega degli straordinari gentlemen”. Le serie tv (se fatte bene, ovviamente) possono essere il mezzo ideale per una trasposizione proprio per la loro natura seriale più vicina a quella del fumetto e per la possibilità di superare alcuni limiti materiali del grande schermo. Anche per le serie tv c’è il processo inverso, dal piccolo schermo alla carta, p.es. Buffy o True Blood.
      Sono processi in fieri tutti molto interessanti e meritevoli di analisi.

      Ti ringrazio ancora per i complimenti.

      Dario

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