Comic Salon Erlangen: intervista ad Enrico Marini

Comic Salon Erlangen: intervista ad Enrico Marini
Al Salone del fumetto di Erlangen abbiamo incontrato Enrico Marini, superstar del fumetto francese e mondiale. Con lui abbiamo parlato della sua carriera, delle sue ispirazioni e delle sue opere, in particolare del recente Batman: l'oscuro principe azzurro.

Marini1_Interviste Enrico Marini, italiano di nascita e svizzero di adozione, è una vera e propria superstar del fumetto francese e mondiale. Dopo gli studi alla scuola di belle arti di Basilea si fa notare al concorso di bande dessinée del Festival di Sierre da Cuno Affolter, che lo introduce alla casa editrice Alpen Publisher. Con Alpen pubblica il suo primo fumetto, Les dossiers d’Olivier Varèse. Da qui inizia una carriera ricca di opere e di successo: Gipsy con Thierry Smolderen per Les Humanoïdes Associés, Rapaces con Jean Dufeaux, L’Étoile dudésert e Le Scorpion con Stephen Desberg. La collaborazione storica con l’editore Dargaud si rafforza nel 2007 con la prima opera completamente scritta e disegnata da Marini, Le Aquile di Roma, tutt’ora in corso di pubblicazione. Nel 2017 realizza con Dargaud e DC Comics la prima parte di :l’oscuro principe azzurro, pubblicato in Italia da RW Lion. Ospite d’onore di Panini Deutschland al Salone internazionale del fumetto di Erlangen, Lo Spazio Bianco lo ha intervistato sulla sua carriera, le sue ispirazioni e la sua interpretazione del Cavaliere Oscuro.

Ciao Enrico e grazie della tua disponibilità. Partiamo parlando del tuo percorso artistico: quali sono stati i tuoi primi passi nel mondo del fumetto?
Ho studiato presso la scuola delle belle arti a Basilea, in Svizzera. Ho fatto un apprendistato di grafico pubblicitario e al tempo stesso ho iniziato a scrivere il mio primo fumetto, Olivier Varèse, per un editore francese legato agli Humanoïdes. Avevo anche partecipato a dei concorsi di disegno a dei festival in cui ho conosciuto gli editori che mi hanno pubblicato. Avevo 17 anni, 18 quando è uscito il mio primo libro, quindi ho iniziato abbastanza presto. Dopo questo ho conosciuto TherrySmolderen con cui ho creato la serie Gipsy, una storia fantascientifica di un camionista che viaggia per la Siberia. In quegli anni eravamo influenzati dai manga, che ancora non avevano raggiunto l’Europa in maniera massiccia come oggi. Io avevo conosciuto il mondo nipponico grazie ai cartoni animati visti in Italia, ero un fan di Goldrake e dei robot, mentre ho scoperto i manga durante un viaggio negli USA in una fumetteria giapponese. Sono tornato in Europa con vari volumi, tra cui Akira di KatsuhiroOtomo, e ho studiato un po’ le immagini e la costruzione della tavola: pur non conoscendo il giapponese, capivo il linguaggio grafico del fumetto. Qualche anno dopo la Glenànt ha iniziato a pubblicare vari manga, tra cui la versione a colori di Akira e Dragon Ball e da lì in poi l’Europa è stata, fortunatamente invasa.

Quindi il linguaggio del fumetto giapponese è stato fondamentale per te: hai avuto altre influenze, per esempio dal fumetto italiano?
Sì, ovviamente da molti disegnatori italiani e latini: Hugo Pratt, ma anche Alberto Breccia e Alfonso Font. E poi statunitensi quali Milton Caniff e Alex Toth, nonché disegnatori di supereroi come John Romita Sr., Dick Giordano, Neal Adams, Gil Kane. A 14 anni ho conosciuto la Bande Desinnèe quando una fumetteria ha aperto vicino a casa mia e ha iniziato a proporre fumetti francofoni, da EnkiBilal a Moebius a Hermann. E mia nonna mi comprava Tex, a volte leggevo Dylan Dog: insomma, il fumetto in generale mi ha molto influenzato sin da ragazzino e ho sempre cercato nuove influenze. All’inizio copiavo e imparavo da tutto, anche dai film di animazione: disegnavo da topi a cowboy, da pirati a supereroi, robot e così via. Fino a che ho iniziato a lavorare per un editore e allora ho focalizzato il mio stile, rendendolo più realistico, sia nell’approccio alle storie che nel segno.
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In questo caso è stato l’editore stesso a guidarti in questa direzione?
All’epoca tutti erano giovani, compreso l’editore, quindi ho goduto di buona libertà. All’inizio sfruttavo molto le influenze di manga e comics statunitensi: il mio stile di allora è molto diverso da quello che faccio adesso. Quando poi ho iniziato a voler realizzare i miei disegni a colori, spesso colorando l’originale con guache, tempera e acrilici, allora ho cambiato anche il mio stile di disegno.

Quindi sei ancora legato molto al lavoro manuale e utilizzi meno il digitale.
Sì, diciamo che il colore diretto sul disegno e la tecnica a mano fa parte dello stile che ho sviluppato negli anni. Il digitale lo uso per ritoccare le scansioni: pulisco, magari sposto un particolare o cambio un colore, ma la base è al 98% fatta a mano, su carta.

All’inizio hai lavorato soprattutto come disegnatore, ma poi hai iniziato anche a scrivere le tue storie. Hai cambiato anche il tuo modo di disegnare e interpretare le scene quando hai avuto la possibilità di scrivere le storie? E quali insegnamenti hai tratto dal lavorare con autori del calibro di Thierry Smolderen e Stephen Desberg?
Ho collaborato sin dall’inizio con i miei sceneggiatori sulle idea e le storie. Il passaggio a scrivele da solo non è stato poi così radicale. Sicuramente approfitto dalle esperienze passate, cerco di evitare errori fatti, però ne faccio nuovi. Lavorare con un co-sceneggiatore per tanti anni è come esserci sposati, bisogna fare delle concessioni, ognuno ha la sua personalità, le sue visioni e le sue voglie. Non vuol dire solo amore e sesso, ma anche tante discussioni, a volte per poco e niente. Questo è metaforico, eh? Per ora mi sento a mio agio e più libero lavorando da solo e per fortuna ho parecchi progetti.

Marini3_Interviste Guardando alla tua produzione e sentendo le tue influenza, si vede che sei interessato a molti argomenti diversi, dalla fantascienza al racconto storico.
Sì, oltre ai fumetti anche libri, biografie e film hanno influenzato i miei interessi. Molte delle cose che faccio nascono dall’amore che ho fin dall’infanzia nei confronti delle storie e delle tematiche. Per esempio, il mio Batman è pura nostalgia! Non ho intenzione di traslocare negli USA e iniziare a fare dei supereroi: ci sono già così tanti bravi italiani che fanno fumetti per Marvel e DC Comics, non c’è bisogno che mi ci metta anche io. Inoltre ho anche serie molto più personali qui in Europa, come Le Aquile di Roma che sta continuando: cinque sono usciti e almeno altri due vedranno la luce. Questi sono i miei personaggi e le mie storie, con loro posso fare ciò che voglio. Con Batman, pur avendo avuto tutte le libertà che ho voluto e pur essendomi divertito tantissimo, è un’altra cosa: non è completamente mio e ora sento il bisogno di scrivere storie più personali.

Visto che parliamo di Batman, come è nato il progetto?
Beh, eravamo a cena con il mio editor e con il presidente di Edition Dargaud, che ho scoperto essere anche il padrone di Urban Comics, che pubblica in Francia le storie della DC Comics. Allora così, per scherzo, dopo qualche bicchiere di vino, ho detto: “Dai, allora faccio anche io Batman!“E lui ha detto che si poteva fare, ma pensavo fosse una battuta e me ne sono dimenticato. Dopo un po’ di tempo mi richiama e mi dice di aver parlato con Jim Lee, che conosceva il mio lavoro su Lo Scorpione e Le Aquile di Roma, che era interessato al progetto. Lì per lì ho esitato perché avevo già per le mani varie opere in corso, ero molto impegnato e volevo dedicare tutto il tempo necessario alla buona riuscita di questo progetto. Inoltre avrei voluto non solo disegnarlo, ma anche scriverlo: una sfida più divertente per me, per dare la mia interpretazione. Ho detto che se avessi avuto una storia l’avrei presentata e, se accettata, l’avrei realizzata. Ed è andata bene! Sono molto contento, perché non era ovvio, ma per me era necessario realizzare una storia da solo.

Marini5_Interviste Ho letto il volume e sono stato colpito dal tuo Joker, che ha molto spazio nella storia e che, pur rimanendo un pazzo sanguinario, ha una caratterizzazione a tratti più malinconica, quasi dolce, rispetto a quelle a cui siamo abituati ultimamente. Da dove nasce questa idea per il personaggio?
Il Joker resta comunque un pazzo assassino, ammazza abbastanza gente in questa storia. Ma è un Joker anche malinconico e umoristico, un vero pagliaccio. Era una cosa che mi mancava nelle ultime storie: sono grandi storie, apprezzo le run di Snyder e Morrison, ma il loro era un Joker mostruoso più che comico. Quindi mi sono detto che sarebbe stato interessante riportare un po’ di humor e introdurre un po’ di melanconia: per me è un personaggio che cambia personalità ogni cinque minuti, che non puoi mai definire o capire. Non puoi prevedere cosa farà perché nemmeno lui lo sa. Quando parla con la bambina che ha rapito sembra malinconico, ma hai sempre paura che cambi idea e che possa farle qualcosa.Non ho contato le pagine con il Joker, magari ce ne sono un po’ più dedicate a lui, ma meglio così perché comunque è un attore che ha sempre bisogno di essere al centro della scena, mentre Batman agisce nell’ombra, è riservato, usa la notte per combattere il crimine. Il Joker non ha paura, né limiti, né freni, quindi non si fa problemi di niente. Sicuramente con lui ho potuto esprimermi al massimo in quel breve spazio di pagine, dato che comunque è un fumetto di fattura europea, una graphic novel di 126 pagine in tutto.

Quando uscirà il secondo volume?
Il secondo tomo uscirà negli States e in Francia tra circa due settimane, in Germania a luglio e penso che in Italia non dovrebbe tardare troppo. Credo che dovrebbe uscire per Lucca, a cui sarò presente come ospite.

Per concludere, come giudichi quindi questa tua esperienza nel fumetto statunitense?
Come ho detto, è stato molto divertente e la risposta del pubblico è stata buona, quindi sono molto contento. La storia l’ho scritta in inglese, ma mi è piaciuto anche seguire personalmente la traduzione e realizzazione delle edizioni francesi e tedesca, un lavoro che di solito un autore non fa ma che in questo caso mi sono concesso con grande spensieratezza.Ribadisco che non vedo il mio futuro nel mondo del fumetto statunitense, ma se si dovessero presentare in futuro occasioni come queste e avessi tempo, chissà…mai dire mai!

Grazie mille Enrico per la tua disponibiltà e buon lavoro. Civediamo a Lucca!

Intervista realizzata dal vivo a Erlangen il 2 giugno 2018

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