{"id":825,"date":"2019-05-22T12:53:10","date_gmt":"2019-05-22T10:53:10","guid":{"rendered":"https:\/\/www.lospaziobianco.it\/comeunromanzo\/?p=825"},"modified":"2020-01-24T20:53:56","modified_gmt":"2020-01-24T19:53:56","slug":"italocalvino","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.lospaziobianco.it\/comeunromanzo\/italocalvino\/","title":{"rendered":"Calvino: Se una notte d’inverno un assassino"},"content":{"rendered":"
Di Italo Calvino ho gi\u00e0 parlato su questo blog, dedicato agli incroci tra letteratura e il fumetto (vedi qua<\/a><\/strong>); e nel mentre ci sono tornato sulla rivista, intervistando Roger Olmos<\/strong> <\/a>sulla sua interpretazione e analizzando un recente, primo adattamento di Se una notte d’inverno un viaggiatore<\/strong><\/a>.<\/p>\n Torno per\u00f2 volentieri a parlarne in occasione dell’adattamento che ne ha voluto dare il principe del fumetto italiano popolare, Dylan Dog<\/strong>, sulla sua testata pi\u00f9 sperimentale, il Color Fest<\/strong>.<\/p>\n La storia, sceneggiata da Giovanni Di Gregorio<\/strong>, \u00e8 disegnata da Flaviano Armentaro<\/strong> che firma anche la copertina, con i colori di Moreno Dinisio<\/strong> (e il lettering di Alessandra Belletti<\/strong>). La citazione di grandi classici letterari dell’orrore \u00e8 un classico della testata ideata da Tiziano Sclavi, e pi\u00f9 volte l’abbiamo indagata su questo blog, dimostrando, crediamo, come sia una fonte importante quanto i rimandi cinematografici (vedi qui<\/strong><\/a>).<\/p>\n Qui, per\u00f2, non ci troviamo di fronte alla citazione esplicita di un classico dell’horror, antico o moderno (una componente su cui aveva insistito Sergio Bonelli, per rendere il prodotto pi\u00f9 appetibile anche al pubblico pi\u00f9 tradizionale), ma a un romanzo postmoderno, piuttosto difficile e concettuale<\/strong>. Certo, gi\u00e0 Sclavi giocava con questi inserti di matrice “colta”, che hanno fatto la fortuna della testata: ma si trattava pi\u00f9 di singole citazioni e non di un adattamento integrale (come anche nello scorso Color Fest, dedicato a Dracula<\/strong>)<\/a>. Sotto questo profilo, dunque, l’albo \u00e8 piuttosto innovativo.<\/p>\n Volendo, tra Calvino e il Dylan sclaviano sussiste quasi una staffetta ideale<\/strong>: Calvino scompare nel 1985, Sclavi idea e pubblica Dylan Dog l’anno seguente, nel 1986, nel solco del postmoderno fissato dalle immortali e incompiute “Lezioni Americane”.<\/p>\n Il curatore Roberto Recchioni<\/strong> nella sua introduzione si sofferma sui due artisti coinvolti, Armentaro e Dinisio, entrambi nomi apprezzati del mercato Usa, rispettivamente in Marvel e Image, entrambi all’esordio su una storia lunga (Armentaro era gi\u00e0 apparso sul Color Fest 14). Un modo che rimarca, anche, il carattere visualmente sperimentale del Color Fest<\/strong> della sua gestione (mentre sulla trama e sulle opere coinvolte torner\u00e0 nelle schede finali, un elemento inedito di quest’albo). La storia del resto, come \u00e8 facile intuire per chiunque conosca almeno per sommi capi il romanzo originario, prevede numerosi cambi stilistici nei disegni, che sono favoriti dalla duttilit\u00e0 dei due autori: nel disegnatore ma anche, nello specifico del Color, del colorista, chiamato non ad una atmosfera unificante dell’albo, ma a un continuo cambiamento di toni emotivi ed espressivi.<\/p>\n La storia di cornice introduce infatti un primo romanzo, ispirato alla fantascienza di Douglas Adams (come spiegato anche dal glossario conclusivo). Se Calvino intersecava romanzi “originali”, da lui inventati, nell’adattamento di Di Gregorio il citazionismo bonelliano diviene meta-citazionismo<\/strong>, inserendo altri romanzi all’interno del macro-romanzo. Una notevole adattabilit\u00e0 \u00e8 richiesta dunque non al solo Armentaro, che modifica il suo segno adeguandosi al variare di situazione, ma anche ai colori di Dinisio: l’avvio della sequenza “douglasiana” vede infatti l’abbandono dei toni cupi dell’esordio (classici dell’horror dylaniato) in favore di una dominante luce gialla straniante, associata ai misteriosi alieni invasori.<\/p>\n Il segno si incupisce di nuovo nella seconda sequenza metanarrativa, che ci trascina nel noir, sotto una fitta pioggia battente e con un tono blu scuro opprimente. Non vi \u00e8 una precisa citazione, che non viene infatti chiarita nel glossario finale (ma ci piace pensare a un rimando a Spillane<\/strong>, che sarebbe plausibile: si tratta infatti di una delle fonti di Dylan, con il suo romanzo Dog, figlio di<\/strong><\/em>).<\/p>\n La citazione di Kafka<\/strong> e delle Metamorfosi<\/em> <\/strong>porta a un nuovo segno che evoca atmosfere primo-novecentesche, con un tratto sfumato nella resa delle ambientazioni, e una colorazione dai toni seppiati (vedi l’immagine sotto). Anche questa \u00e8 una componente del mondo dylaniano: il racconto di Kafka introduce infatti autorevolmente nella letteratura del Novecento il tema centrale di Dylan Dog: i veri mostri sono i “normali”.<\/p>\n Segue, con un gusto cupo e ottocentesco, un Jekyll e Hyde<\/strong><\/em> in cui viene mostrato un lato oscuro di Dylan davvero estremo (Jekyll era gi\u00e0 stato trattato in un celebre albo dylaniano di Sclavi, di cui avevo trattato qui<\/strong><\/a>, assieme ad altri adattamenti del personaggio). Sia pure nella cornice della “If Story”, si tratta di una rilettura del personaggio decisamente radicale<\/strong>, facente parte della nuova libert\u00e0 espressiva del “rinascimento dylaniato” di Recchioni curatore. Il tema del doppio \u00e8 del resto centrale nella continuity fondante di Dylan Dog, quella di Xabaras, che sar\u00e0 pi\u00f9 avanti evocato nella metanarrazione shakespeariana. Di nuovo, torniamo ad atmosfere estremamente cupe, segnate da chine particolarmente nere illuminate da una colorazione che soffonde il tutto di una luce verdastra.<\/p>\n
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