{"id":4014,"date":"2025-07-17T18:42:21","date_gmt":"2025-07-17T16:42:21","guid":{"rendered":"https:\/\/www.lospaziobianco.it\/comeunromanzo\/?p=4014"},"modified":"2025-07-17T18:42:23","modified_gmt":"2025-07-17T16:42:23","slug":"la-divina-congrega-canto-vi","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.lospaziobianco.it\/comeunromanzo\/la-divina-congrega-canto-vi\/","title":{"rendered":"La Divina Congrega – Canto VI"},"content":{"rendered":"\n
Su questo blog-rubrica “Come un romanzo” mi occupo, come noto, dei rapporti tra letteratura e fumetto, in primis analizzando le biografie fumettistiche uscite o i numerosi adattamenti letterari a fumetto. Accanto a questi due filoni, scrivo a volte anche di un rapporto pi\u00f9 “tangenziale” con citazioni a margine o riprese libere: quest’ultimo \u00e8 il caso, in particolare, de “La Divina Congrega”,<\/strong> fumetto bonelliano che \u00e8 una sorta di “Lega dei gentiluomini straordinari” in chiave italiana. <\/p>\n\n\n\n <\/p>\n\n\n\n L’opera si muove nella sostanziale fedelt\u00e0 a un certo “modello Bonelli”<\/strong> moderno attivo dagli anni ’80 (struttura avventurosa ma, ove riuscito, non banale, citazioni culturali ma senza sconfinare nel solipsismo) ma ha anche caratteri innovativi:<\/strong> ad esempio, adotta la coralit\u00e0 invece del classico eroe singolo bonelliano, dal nome allitterante e dalla professione di agente dell’ordine (nelle varie declinazioni da Tex a Nathan Never). Un esperimento significativo, in questo senso, era stato “Orfani” di Recchioni, forse l’ultimo ingente tentativo di nuovo prodotto bonelliano da edicola avviato nel 2013 e sviluppatosi nel corso della decade susseguente (collettivo, ma in bianco e nero, era stato anche “Caravan” di Medda, ma come miniserie).<\/p>\n\n\n\n L’opera \u00e8 a mio avviso buona, come ho scritto gi\u00e0 nelle numerose recensioni precedenti, e la qualit\u00e0 e lo stile si confermano anche in questo sesto canto, che non \u00e8 per\u00f2 un “canto politico” (come i sesti canti di tutte e tre le cantiche) ma la continuazione del quinto canto, che aveva avuto al centro l’indagine sul Decameron di Boccaccio con i protagonisti costretti poi a narrare ciascuno una storia, secondo il modello boccaccesco, per combattere il demone Caer<\/strong> apparso nel “canto” precedente e che qui la fa ancora da padrone, a partire dalla copertina di Matteo Spirito<\/strong>, dove \u00e8 ancor maggiormente protagonista rispetto al “Canto V”.<\/p>\n\n\n\n Qui vi \u00e8 quanto scrivevo del quinto canto, a cui questo sesto \u00e8 legato come seconda parte: Si tratta di una struttura che si ritrova anche nei capitoli precedenti, di cui avevo scritto qui: Come detto, l’opera continua a mostrarsi coerente con l’impostazione, anche perch\u00e9 Marco Nucci e Giulio Antonio Gualtieri <\/strong>continuano a essere sceneggiatori, chiudendo cos\u00ec la “doppia” dedicata a Boccaccio come prima quella introduttiva (sulla “Commedia” riecheggiata nel titolo di serie, ma in generale presentazione dei personaggi) e quella sull’Orlando Furioso degli albi 3-4.<\/p>\n\n\n\n Anche i disegni sono sempre di Francesco Biagini e Paolo Gallina<\/strong> (coi colori di Claudia Giuliani<\/strong>) come nella storia precedente, con Biagini che si occupa delle storie della cornice, e Gallina delle storie narrate dai singoli personaggi. L’adozione dello stile del Decameron \u00e8 l’innovazione principale della storia, che sfrutta bene il meccanismo narrativo e come detto gi\u00e0 nel primo albo lo volge in chiave orrorifica abbastanza accentuata<\/strong>.<\/p>\n\n\n\n “Continua l\u2019incubo della Divina Congrega nella babelica biblioteca del Castello della famiglia Boccaccio, dove il mefistofelico Caer, demone millenario che si nutre di storie, ha intrappolato i Nostri affinch\u00e9 lo sazino di racconti del terrore sussurrati alla luce crepitante del camino. Riusciranno ad ammansire l\u2019orrida creatura fino allo spuntar del sole, mettendosi in salvo dal morbo mortale che spira nell\u2019aria malsana di Certaldo?” <\/em>recita il claim della quarta di copertina, e direi che sulla storia in s\u00e9 non c’\u00e8 molto di pi\u00f9 da aggiungere, salvo l’utilit\u00e0, ovvio, di leggere o rileggere prima il Canto V. <\/p>\n\n\n\n Oltretutto, in questo caso la storia \u00e8 costruita attorno un riuscito “colpo di scena” che direi “alla Castelli” (sfruttando un meccanismo da lui spesso usato su Mystere) e quindi meglio evitare tutto quello che potrebbe sacrificarlo. Anche perch\u00e9, appunto, l’intento di questa opera appare quella del divertimento avventuroso di tipo bonelliano, in modo marcato<\/strong> (forse anche per compensare i rischi di passare per una noiosa “opera erudita”) e quindi la dimensione primaria \u00e8 quella della lettura divertita e coinvolta, “di primo livello” come avrebbe detto Umberto Eco (che, ovviamente, \u00e8 un livello indispensabile nel popolare: \u00e8 ad esempio quello che segna la piena riuscita del “Nome della Rosa” rispetto a opere pi\u00f9 puramente filosofiche dell’autore).<\/p>\n\n\n\n <\/p>\n\n\n\n La cosa pi\u00f9 interessante da analizzare, come gi\u00e0 detto, \u00e8 come la dimensione dell’albo da libreria consenta qualche sperimentazione in pi\u00f9. Nelle parti di Biagini <\/strong>il segno resta pienamente bonelliano, pur ovviamente il Bonelliano “moderno”, pi\u00f9 dinamico, e nel segno personale. Ma il montaggio di tavola \u00e8 spesso piuttosto sperimentale, in modo non gratuito ma riuscito nell’accompagnare la storia. Nella seconda tavola le vignette assumono la forma del maniero maledetto, nella quarta quella del libro consultato, nella sesta di una sorta di pellicola cinematografica, alternando una tavola pi\u00f9 tradizionale a una sperimentale. Questo montaggio, oltre a introdurre tavole di una certa bellezza visiva, \u00e8 coerente con la dimensione fortemente metanarrativa di tutta l’operazione, dato che spesso gioca sulla intersezione – onirica e orrorifica – tra le pagine dei libri e il mondo “reale” dei personaggi. <\/p>\n\n\n\n Finiti i tre racconti interni rimasti, si giunge alla rivelazione finale, di nuovo con tavole “metanarrative” che riprendono in vari modi il formato del libro maledetto, e quindi lo scontro finale reso con grande efficacia scenica (qui, oltre agli ottimi disegni di Biagini, aiuta molto anche la spettacolarit\u00e0 dei colori di Giuliani).<\/p>\n\n\n\n
L’opera \u00e8 forse la principale o perlomeno pi\u00f9 nota testa Bonelli da libreria, alfiere di uno spostamento della Bonelli dall’edicola<\/strong> (che implica prevalentemente bianco e nero – gli esperimenti a colori sono declinati se non come speciali – e frequenza mensile) al mercato “di varia”<\/strong>, con titoli che mantengono una serialit\u00e0 ma su base tendenzialmente annuale-semestrale. Il formato \u00e8 pi\u00f9 grande, cartonato, a colori.<\/p>\n\n\n\n
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Il quinto Canto della Divina Congrega \u2013 Come un romanzo<\/a><\/p>\n\n\n\n
La Divina Congrega e l\u2019Orlando Furioso \u2013 Come un romanzo<\/a><\/p>\n\n\n\n
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Anche in seguito continua l’uso di splash pages, inset pages e un montaggio direi pi\u00f9 “americano”, mentre le singole storie dei personaggi sono affidate al segno di Paolo Gallina<\/strong> con tavole in cui prevale l’impostazione classica, bonelliana, del montaggio “a mattoncino” (con solo una riuscita inset page nella prima storia). Per contro, il segno \u00e8 molto pi\u00f9 sintetico della media bonelliana, Un segno “veloce” ma curato, che serve anche a creare un chiaro stacco rispetto alla cornice descritta da Biagini (che ovviamente non resta pura cornice narrativa come in Boccaccio, ma vede succedere sequenze di azione intersecate ai racconti).<\/p>\n\n\n\n
Le storie interne, oltre a rispecchiare il gioco del Decameron, servono ad ampliare le vicende dei personaggi fornendo maggiore tridimensionalit\u00e0 col racconto del loro passato. Bella, nelle soluzioni grafiche particolari, anche p. 39, dove il passare del tempo sembra scandito da “vignette-polaroid” disposte liberamente in fila sulla tavola.<\/p>\n\n\n\n
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