Swea, l'ultima principessa guerriera

Swea, l’ultima principessa guerriera

“Swea, Principessa di Sole” di Raffaele D’Argenzio e Nadir Quinto è stato recentemente ripubblicato da Allagalla in un bel volume all’interno del loro lavoro filologico sulla storia del grande fumetto italiano. Si tratta di un fumetto a suo modo molto interessante, anche per la transizione che rappresenta. Swea è, in qualche modo, l’ultima “principessa guerriera” di una lunga tradizione del fumetto, spesso con una sfumatura erotica (qui appena accennata e molto, molto soft, ma in un contesto sorprendente come quello del Corrierino), prima di una cesura nella cultura fumettistica e generale che ha posto fine a quei personaggi concepiti in quel modo, almeno nell’ambito dei fumetti.

 

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Swea e il Corriere dei Ragazzi.

 

Swea rappresenta anche, nello specifico, una importante transizione interna al Corriere dei Ragazzi, dove appare, e ciò viene ben ricostruito nella ricca introduzione di Roberto Guarino e Matteo Pollone. Swea viene infatti ideata nel 1976, durante la transizione del Corriere dei Ragazzi a Corrier Boy, all’interno di un tentativo di rinnovamento. Fondato nel 1908 su un’idea di Paola Lombroso Carrara (figlia del noto e oggi molto discusso fondatore dell’antropologia criminale), il Corrierino inizia la storia del fumetto italiano modernamente inteso (e, al di là degli attuali recuperi di esperienze varie di protofumetto con cui è in continuità, costituisce ancora oggi un punto di svolta importante).

Nel 1961, con la direzione di Guglielmo Zucconi e poi di Carlo Triberti dal 1964, il comparto fumettistico del Corrierino ebbe un rilancio col fumetto franco-belga e i migliori autori italiani. Nel 1968 vi fu il passaggio al formato rivista (che si era imposto in Italia sulla scia del successo di “Linus”, 1965), e dopo una call to action dei lettori nel 1969, nel 1972 si decide il cambio di nome a “Corriere dei ragazzi”, sotto Francesconi, con ulteriore allargamento della prestigiosa scuderia di fumettisti, ma si è poi costretti a sdoppiare il prodotto per mantenere il pubblico dei più piccoli. La crisi economica del 1973 e il passaggio alla Rizzoli nel 1974 (e qui si apre anche il complicatissimo capitolo della scalata operata dalla Loggia massonica deviata P2, per la cui ricostruzione intricatissima rimando qui) portano alla direzione di Alfredo Barberis nel 1975 che, per ripianare la situazione, riduce il formato ed elimina il colore. Nel 1976 Raffaele D’Argenzio, capo redattore dell’Intrepido, che deve portare questo modello sulla testata per un rilancio.

 

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Da qui il nome americaneggiante di Corrier Boy e nuove serie scritte da D’Argenzio stesso, distanti dal fumetto educativo (che su questo blog ci è caro), come Charlie Charleston, disegnato da Angelo Stano, e questo Swea, su cui è aiutato dalla sorella Pina D’Argenzio con lo pseudonimo di Giovanni Cammarota.

Se Charleston è legato a un fumetto noir e d’azione, Swea è l’esperimento che ci pare più innovativo e “arrischiato”, andando a seguire il filone, pur edulcorandolo, di un certo tipo di fumetto erotico-avventuroso di grande successo. Da qui l’adozione di una tenuta incongruamente discinta per Swea, poco gradita al grande disegnatore Nadir Quinto, a quanto si riporta nel volume citando un’intervista del 1977. Quinto poi abbandonerà, passando nel 1977 al Giornalino, dove il suo stile raffinato, in grado di sottile indagine psicologica, si applica alle sceneggiature di Claudio Nizzi, in un western maturo come Larry Yuma e nel grande fumetto educativo (spesso sempre ambientato nell’800 americano), con Tom Sawyer e Piccole Donne, oltre altre storie (sarebbe divertente un team-up di tutti questi personaggi “nadiriani”).

 

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D’Argenzio stesso spiega poi la genesi specifica del personaggio in un secondo articolo introduttivo (la ricchezza e il dettaglio del materiale critico è il punto di forza di Allagalla, e questo volume non fa eccezione). L’idea di fondo di Swea ha una sua originalità. Seguendo una certa moda preminente delle eredi femminili di Tarzan in cui la possiamo collocare, la scelta è quella di farne una bellezza occidentale, bionda, di carnagione chiara, presumibilmente occhi azzurri, che spicca in un contesto esotico (oggi, probabilmente, questo tipo di prodotti incorrerebbe nelle critiche del politicamente corretto). D’Argenzio, con lo pseudonimo di Ledar, colloca questo tipo di serie non nella classica ambientazione della jungla ma nel western, allora ancor più di oggi il genere dominante del fumetto italiano in edicola (e anche, sulla scorta del fumetto, al cinema, con gli Spaghetti Western che hanno più di un debito con il Tex bonelliano). La giustificazione per questa indiana bionda sta nell’arrivo dei vichinghi, da cui discende – similmente a quanto avviene nell’Italia del sud per la dominazione normanna.

 

Swea e la tradizione della donna-guerriera.

 

Moreno Burattini, attuale curatore di Zagor (fondamentale testata bonelliana del 1961, a suo modo, vicina in certi aspetti al mondo western/fantastico di Swea), analizza con perizia le ascendenze fumettistiche che confluiscono in Swea, la “Corrier Girl”. Tarzan, creato da Burroughs nel 1912 e giunto al cinema nel 1918, aveva nel 1929 tenuto a battesimo il fumetto avventuroso ed eroico (a fianco di Buck Rogers, proiettato invece nel futuro). Già nel ciclo di Tarzan appariva un analogo femminile in Meriem, nel romanzo del 1917.

 

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Quindi nel 1937, con Sheena di Will Eisner e Iger, quel modello era stato adattato al femminile, sulla scia di She (1886) di Haggard, ritenuta il prototipo della “Jungle Girl” e apparsa su “The Graphic”, rivista fondamentale nella genesi del fumetto, in quanto accoglieva già al suo interno storie brevi avventurose disegnate (come indaga molto bene Thierry Smolderen ne “Le origini del fumetto” ). La stessa “Wonder Woman” (1941), creata dai coniugi Marston come prima supereroina al femminile del cosmo DC, si ispiravano al mito delle amazzoni a suo modo connesso a queste prime fanciulle-guerriere nella natura selvaggia.

 

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In Italia, nel 1948 c’è Pantera Bionda di Gian Giacomo Dalmasso (di Voghera, ma dal cognome di origine cuneese, probabilmente in connessione a Borgo San Dalmazzo vicino Cuneo, come si può riscontrare con una ricerca via Cognomix.it), e con gli anni ’60 ne erano giunte le prime versioni apertamente erotiche, sulla scia di “Isabella” (1966) di Barbieri e Angiolini (di ambientazione però avventuroso-piratesca), con soprattutto “Vartan, l’indiana bianca” (1969-1977), ancora edita, seppur per poco, in quel 1976.

 

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Se vogliamo, dietro la figura di Swea – inclusa la sua valenza sottilmente erotica – c’è tutta una tradizione di donne guerriere, che parte dall’epica classica con figure di Amazzoni come Pentasilea o la vergine Camilla, e rinasce nell’epica cavalleresca rinascimentale, con figure come Bradamante di Ariosto, Clorinda di Tasso e le altre, che hanno anticipato la ripresa di questo mito nella cultura del romanzo popolare.

 

Conclusioni: Swea, Nadir Quinto, l’esoterismo…

 

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Nel suo saggio, Burattini ricostruisce anche molto bene il percorso artistico di Nadir Quinto, classe 1918, uno dei grandi del fumetto italiano che meriterebbe adeguata riscoperta, e esamina con la sua solita pregnanza il fumetto, cogliendo anche con precisione l’ambientazione, data la presenza del presidente Grant (1869-1877). Abbiamo già detto come il recupero di Quinto sarebbe ormai doveroso per dargli il posto che gli spetta nel canone del fumetto: aggiungiamo che qui si può avere una prova tra le più “mature” del suo segno sensuale (anche se, annota anche Burattini, le inchiostrazioni, probabilmente non sue o non sempre, sono diseguali e non rendono la massima giustizia al tratto) e che appare ben gestita dagli autori anche il montaggio della tavola, riuscendo a conferire un certo dinamismo alle scene anche all’interno della classica gabbia, con occasionali variazione dello schema classico tramite vignette verticali o quadruple d’effetto.

 

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Le avventure di Swea sono rese interessanti dal tema esoterico insistito: l’eccezionalità di Swea è segnato dai suoi poteri, attribuiti dagli sciamani della tribù ai geni recessivi dei vichinghi da cui discende, e dalla sua connessione, da eccezionale donna bionda, col potere solare, appunto, come una dama angelicata ma più votata all’azione di Laura o Beatrice. Il lettore intuisce che dev’esserci di più, e viene svelato in una storia interna all’albo, che fornisce anche una riuscita spiegazione fantascientifica, da alienologia “clipeologica”. Questa continuity non strettissima ma comunque presente costruisce bene la tensione mistica contenuta nella storia, che ha delle potenzialità realmente interessanti.

Per paradosso, si può forse dire che c’è sia troppo, sia troppo poco erotismo: la mise svestita, incongrua, funzionerebbe in un fumetto più scopertamente erotico, sullo stile di quelli in voga in quegli anni, in cui l’esotismo dell’ambientazione sarebbe solo un pretesto. Da questo punto di vista, concordiamo con Quinto: funzionerebbe molto meglio con una Swea vestita più vicina a una squaw tradizionale – magari con elementi sciamanici che ne mostrino l’eccezionalità. Inoltre, maliziosamente, una Swea più vestita darebbe più forza al suo occasionale spogliarsi.

 

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D’altro canto, pur nell’innovazione, D’Argenzio è costretto a trattenersi per, forse, residue censure (o autocensure?) in un giornale per ragazzi, e Swea è quindi sempre “sul punto di” abbandonarsi a una avventura amorosa, ma sempre trattenendosi un attimo prima, mentre sarebbe interessante, per dare credibilità e tridimensionalità al personaggio, aggiungere questa dimensione (più per il gusto dell’intreccio psicologico promettente che non per l’aspetto erotico in sé). Anche le numerose scene da “damsell in distress” (da cui Swea ovviamente si districa prontamente) non possono rendere la minaccia nemmeno maliziosa – se non con uno sforzo d’immaginazione del lettore – e se un indiano la lega a un palo della tortura poi può solo ovviamente lanciarle contro i coltelli come in un numero da circo, “per spaventarla”.

Swea terminerà la sua pubblicazione nel 1981; dopo altre vicissitudini, il Corrierino chiuse poi nel 1996. Detti questi presupposti, Swea è quindi un fumetto interessante non perché perfetto, ma proprio nella sua – a suo modo affascinante – incompiutezza, imperfezione. Simbolo ideale di una transizione faticosa e di fatto non riuscita, per molteplici fattori, che porta verso la conclusione l’esperienza gloriosa del Corrierino. Sarebbe interessante – D’Argenzio ne accenna – una sua rinascita moderna, per quanto forse improbabile, in cui l’eroina, magari in un formato bonellide, potrebbe esplicare fino in fondo il suo potenziale. E tutto, ancora una volta, ricomincerebbe con un’estate indiana.