PaperDante all'Inferno: la Disney e la Divina Commedia

PaperDante all’Inferno: la Disney e la Divina Commedia

Su questo blog dedicato al rapporto tra letteratura e fumetto il sommo poeta Dante Alighieri ha inevitabilmente uno spazio centrale: tanto è vero che figura anche in una delle tre immagini scelte per la breve strip sequenziale della testata del blog, con il Dante di Go Nagai che apre la sequenza. In un doveroso articolo, nel primo anno del blog, abbiamo ricostruito le ramificazioni delle influenze di Dante sul fumetto, qui. Influenze vaste e molteplici, come ovvio: dato che Dante è fondativo non solo della lingua e letteratura italiana, ma anche, teste Harold Bloom, dell’intero Canone Occidentale. Ripeto inoltre un rimando al lavoro cospicuo (e con alle spalle una sponsorizzazione accademica) di Arabeschi, che ha condotto una disamina ad ampio raggio sulla stessa tematica di Dante nel fumetto, anche nel campo disneyiano su cui ora torneremo.

In quest’anno di settecentenario dantesco della morte del Poeta si segnalano anche diverse iniziative fumettistiche, specie ora che ci avviciniamo al cosiddetto “Dantedì” del 25 marzo scelto come data-chiave delle celebrazioni. Vogliamo ricordare in primis l’uscita del Purgatorio di Zuccarini e Carbonetti, che avevano un paio d’anni fa realizzato una notevole operazione filologica sull’Inferno, che verrà qui replicata.

Ma una celebrazione viene anche dal fumetto disneyano italico, che con Dante ha un rapporto anche qui fin dalla sua fondazione: infatti, è arcinota giustamente la trasposizione dell’Inferno nel 1949 ad opera del Professore, Guido Martina, che realizzò un eccezionale calco delle terzine dantesche adattandole, in un gioco coltissimo, all’universo topolinesco.

 

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Ne avevo ovviamente parlato nella mia cernita dantesca: oggi si aggiunge un nuovo capitolo con “PaperDante” di Giunti Editore.  Questo volume si apre con un Dante paperinesco, Paperdante appunto, che appare in un testo introduttivo non-fumettistico, scritto da Augusto Macchetto e illustrato dai disegni di Giada Perissinotto, con i colori di Andrea Cagol, è un salto all’indietro nell’infanzia di Dante, in cui ci sia una prima esperienza del perdersi i una “selva oscura”, dove avviene un primo incontro con PaperBice, una Paperina in versione di donna angelicata, guida che lo conduce ora – e lo condurrà in futuro – fuori dalla selva infernale. La collocazione dell’incontro mirabile nell’infanzia dantesca è corretto, dato che Dante incontra, sebbene in chiesa, Beatrice all’età di nove anni, per poi non rivederla fino a nove anni dopo ancora, quando inizierà il suo amore per lei.

 

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Il testo non è fumettistico, ed è un peccato, in parte, perché sarebbe stato bello vedere un giovane papero/Dante nella forma espressiva che gli è più propria. Ma il testo è accattivante e soprattutto, all’interno di un medium visuale come il fumetto, azzeccatissime le illustrazioni, che riescono a trasporre in un segno disneyano l’evocazione di quello spirito stilnovistico: non tanto quello originario, ma la sua ripresa nei Fedeli d’Amore di fine Ottocento, i pittori Rosacrociani epigoni di Dante Gabriel Rossetti col loro estenuato estetismo preraffaelita. Come al solito, nell’accessibilità anche ai lettori più giovani che rimane la stella polare, si nota la raffinatezza delle operazioni disneyane, specie in quest’ambito di prestigio per la tradizione sia dantesca, sia Disney-italica.

 

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Il volume ripubblica infatti poi la storia di Martina di cui si diceva, unitamente all’Inferno di Paperino di Guido Chierchini e Massimo Marconi, del 1987. Ciò spiega l’adozione del filo conduttore paperinesco, e non a caso: infatti, Paperino appare nell’Inferno di Martina con un ruolo d’eccellenza, prendendo il posto che nell’originale spetta a Ulisse, avvolto in una doppia fiamma con Diomede. Paperino si manifesta invece doppio in sé, gentile e aggressivo nei due volti che presenta in questa versione infernale. Non sappiamo quanto il coltissimo Martina ha voluto inserire sul piano simbolico in questo divertissment: ma è particolarmente interessante che Paperino occupi il posto dell’ingannatore Ulisse, in quanto questi è autore di un “folle volo” che è giustapposto al “volo savio”, potremmo dire, compiuto da Dante (Topolino) stesso.

 

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E questo ci conduce all’Inferno di Paperino di Guido Chierchini e Massimo Marconi, del 1987, che ovviamente guadagna la copertina del numero su cui apparve. In qualche modo, è questo il Paper-Dante originario, che opera una discesa inferna differente in parte da quella topolinesca. Martina, anche per un pudore da letterato, rende il viaggio di Topolino una allucinazione causata da un ipnotista al servizio di Gambadilegno, che lo fa convincere di esser davvero Dante che ha appena impersonato in una commedia (notare il tema raffinatamente pirandelliano, però, alla Enrico IV). Pudore che porta anche all’excusatio finale, con i due autori puniti da Dante stesso come i “sommi traditori” del testo, pari a Bruto e Cassio (più che Giuda: in fondo, il loro è un tradimento “laico”). Naturalmente nello schermirsi – proprio come Dante – Guido Martina si esalta: il “traduttore” è infatti un “traditore” per forza di cose, sia traduttore linguistico o, come lui, traduttore in altro media (assieme all’eccellente disegnatore Angelo Bioletto, che davvero riesce ad adattare gli incubi di Doré al cosmo topoliniano). “Sommi traditori”, dunque, ma in quanto “Sommi traduttori” fumettistici: e Martina del resto si eterna – cosa rarissima – con i credits per le sue terzine nella prima vignetta (in un periodo in cui l’autore fumettistico deve sparire per creare l’illusione del Disney Magick).

 

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Il Paper-Dante di Chierchini e Marconi, invece, all’inferno si reca sul serio. Ma non subito all’inferno dantesco: abilmente, la storia prima introduce l’inferno quotidiano, terreno, dell’inquinamento, della burocrazia ostile, dei vicini rumorosi; e solo poi fa cadere Paperino agli Inferi, dove assiste al contrappasso. Caduta onirica, ovviamente, che si chiude con un brusco risveglio: ma anche quello di Dante è un viaggio che si avvia in una selva in cui egli non sa come è giunto, perché è “pien di sonno” quando vi entrò (sonno spirituale, certo, ma sempre con la polisemia dantesca che offre un appiglio fondato alla trasposizione).

Se in una prima parte vediamo, quasi alla Sartre, come l’Inferno sono gli Altri, nella seconda parte assistiamo alla punizione in un inferno modernizzato, con tormenti tecnologici e non solo, e non tanto, medioevalizzanti. Viene quasi in mente l’Inferno di Dino Buzzati, che poco prima aveva modernizzato il testo dantesco. Da un punto visivo, è molto efficace l’eliminazione del segno di contorno per gli sfondi, che evoca i grandiosi scenari di certa animazione disneyana (per l’Inferno, sovviene soprattutto del rimando a Fantasia e la notte sul Monte Calvo). Non mancano citazioni raffinate (Pape Satan Paperino è geniale: e, seppur in modo comico, la cantica fumettistica si chiude con le “stelle”, come tutte e tre quelle dantesche) ma prevale la lezione ecologica, mentre a confronto quello di Martina appare, com’era in uso ai tempi, meno “educativo”, alternando vellicamenti alle antipatie dei fanciulli (i professori appesi al tiro al bersaglio, la Matematica in primis) e idiosincrasie adulte dell’autore – la protervia del vigile urbano tramutata in quella del guardiano infernale.

Questa riedizione del settecentenario, dunque, ci restituisce tutta la bellezza di questi due preziosi tesori disneyani in una adeguata cornice introduttiva. In attesa di nuove escursioni paperinesche negli universi dell’immaginario collettivo.
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