Attilio Micheluzzi e gli adattamenti letterari

Attilio Micheluzzi e gli adattamenti letterari

Sono giorni, questi, in cui il mondo del fumetto italiano vede le candidature ai premi Attilio Micheluzzi, legati al Comicon napoletano, importante manifestazione del settore.

Al di là dell’interessante quadro sulla scena del fumetto che tale premio offre, è l’occasione per ricordare anche su questo blog la figura di Micheluzzi, indubbiamente un importante riferimento del canone fumettistico italiano, che il premio contribuisce a ricordare (vedere qua per le nomination in gioco).

Micheluzzi, nato nel 1930 nell’Istria allora italiana, scomparve abbastanza precocemente a Napoli nel 1990 (dove, in giovane età, si era laureato in architettura), a soli sessant’anni, con una produzione fumettistica molto estesa nei contenuti ma piuttosto limitata temporalmente (qui un’ottima ricostruzione delle sue complesse vicende biografiche). Il suo esordio nel fumetto è infatti solo nel 1972, a 42 anni, dopo l’abbandono della Libia in seguito al golpe di Gheddafi, con un segno fin da subito molto maturo: una finestra temporale di diciotto anni di produzione, ma con picchi molto significativi. Oltre alla potenza espressiva del tratto, al gusto per il dettaglio storico (specie bellico-tecnologico) influisce indubbiamente la formazione da architetto, ad alti livelli (all’atto del golpe gheddafiano era, pare, a un passo da ottenere la nomina di architetto di corte della monarchia libica), che gli dà una visione potente e innovativa nella composizione di tavola, anche all’interno di griglie tutto sommato tradizionali, la gabbia all’italiana, che è il linguaggio delle riviste per ragazzi all’interno delle quali muove molta della sua produzione.

Il suo lavoro come disegnatore fumettistico inizia sul Corriere dei Ragazzi, dal 1972 al 1976, ma è col passaggio al Giornalino cattolico dei Paolini (dopo la chiusura del Corrierino nel 1976) che lavora sui suoi personaggi più noti: Capitan Erik, personaggio di Claudio Nizzi del 1972, dove sostituisce Ruggero Giovannini, ma soprattutto Petra Chérie, da lui creata nel 1977 per la testata, e poi proseguita anche altrove. Le due serie sono – tra quelle del Giornalino di quegli anni – tra le più vicine al cosiddetto “fumetto autoriale”; in particolare, in Petra Chérie confluiscono evidenti echi – profondamente reinterpretati del Corto Maltese di Hugo Pratt, riecheggiato nell’ambientazione (gli anni nei pressi della prima guerra mondiale; ma non manca neppure una storia veneziana), nei temi tra l’avventura e il gioco di spie, mentre l’aspetto di Petra, con una capigliatura che può ricordare Louise Brooks, diva del muto di poco successiva (nata nel 1906, attiva dal 1923) può richiamare in parte la Valentina di Guido Crepax.

Forse proprio per la forte personalità autoriale del segno che Micheluzzi mette a punto in quegli anni, la sua penna viene scelta anche per alcuni adattamenti letterari a fumetti, un genere che in particolare il Giornalino ha sempre curato particolarmente, anche per l’ovvia natura “educativa” che in questo modo veniva conferita al fumetto. Tuttavia è innegabile anche il tentativo della testata di mantenere una certa “autorialità” degli adattamenti messi in campo (il caso principe è, ovviamente, quello degli sperimentali adattamenti shakespeariani di Gianni De Luca, di poco precedenti), e il segno di Micheluzzi indubbiamente conferisce eleganza sotto il profilo visuale.

Il principe e il povero (1979), su testi di Roudolph (Raul Traverso), è uno dei primi esempi al proposito, che si può leggere qui. Innegabile il buon lavoro di sintesi operato dallo sceneggiatore, che tuttavia non manca di elidere – volontariamente o meno – i passaggi più autenticamente controversi del romanzo di Mark Twain del 1881. Concepito già qui come romanzo per ragazzi, l’opera contiene però tra le righe – in una forma adatta al suo pubblico – un sottile messaggio socialisteggiante sull’assurda commedia dei ruoli sociali, dimostrato dallo scambio di ruoli tra i due personaggi. Appare invece sottilmente accentuata la negatività di Enrico VIII, re anticattolico e padre dello scisma anglicano, nonostante sia un elemento già presente nell’opera originaria. Tuttavia va riconosciuto che non vi è censura: la figura del folle eremita che odia il re scismatico e quindi progetta di uccidere il principe è mantenuta, nonostante sia facilmente eliminabile e certo non particolarmente apologetica.

Per contro, i disegni di Micheluzzi non solo celebrano con la loro consueta minuzia storica l’eleganza della corte, ma mantengono anche inalterata tutta la durezza del mondo dei mendicanti e degli accattoni, senza edulcorazioni. Il fumetto, nello “spirito del Concilio” che permea molto il Giornalino dei ’70, si sofferma con toni particolarmente drammatici sulle esecuzioni di streghe e protestanti di altre confessioni (da qui anche la scelta di non censurare la figura di un folle eremita cattolico, di cui abbiamo detto prima): laddove Twain esercitava un caustico sarcasmo verso la follia della religione (anche se nei toni ancora adatti a un romanzo per ragazzi, e non in quelli più radicali del “Diario di Eva” ed altre sue composizioni per adulti), il fumetto cattolico riflette con una certa relativa durezza sugli orrori delle guerre di religione tra fratelli cristiani. Il segno di Micheluzzi è fondamentale nel rendere con efficacia il tono emotivo di queste pagine più cupe, per poi tornare abilmente, senza visibile soluzione di continuità, a un segno più arioso e disteso nelle pagine più avventurose.

Stando alla cronologia completa delle opere di Micheluzzi (qui) si tratta del primo adattamento letterario; ne segue però subito un altro, l’anno seguente, per il Messaggero dei Ragazzi (sulle varie riviste l’autore si alternerà per tutti gli anni ’80). Si tratta di “La città nascosta” (1980), sceneggiatura di Stelio Martelli da Henry Rider Haggard (1887), in un ambito molto diverso, di avventura ottocentesca tra il fantastico e l’inquietante, nel ciclo dell’esploratore Allan Quatermain.

In un senso ancora diverso vanno le biografie tratte dai Promessi Sposi (1981), sempre sul Messaggero, con gusto molto più divulgativo e dal sapore didattico, indagando in particolare l’Innominato, Fra Cristoforo e Don Rodrigo, che più si prestano a una trattazione avventurosa. Interessante anche il tipo di scomposizione del testo, che riflette la natura di romanzo corale propria dei Promessi sposi.

Nel 1983 invece, con Mino Milani per il Corrierino, il suo lavoro su Anna Frank, un adattamento del celebre Diario che, tuttavia, anche in questo caso pertiene più al fumetto storico che all’adattamento romanzesco. Resta in tutti i casi la forza del suo segno scavato, di estrema efficacia drammatica nel realismo storico, indipendentemente dall’epoca trattata, di cui sa sempre estrapolare una efficace sintesi dei corretti riferimenti iconografici, quasi una sintesi della zeitgeist d’un’epoca.

A questo tipo di adattamento letterario-storico  può, a rigore, essere ricondotto anche Gli ammutinati del Bounty (1984), che riprende il più noto ammutinamento della marina inglese. Il fatto storico, avvenuto nel 1789, è difatti divenuto un racconto avventuroso di Jules Verne (1879) prima di essere soprattutto noto per la trasposizione cinematografica con Marlon Brando, del 1962. Questa nuova collaborazione di Roudolph e Micheluzzi sul Giornalino si pone però soprattutto nel solco di una nuova lettura diretta dell’episodio storico, sulla scorta della passione  per il fumetto storico avventuroso dimostrata dallo stesso Micheluzzi con Petra Chérie, e dai molti lavori di illustrazione storica da lui realizzati sul Giornalino, oltre a numerosi e potenti fumetti dedicati a grandi figure storiche del passato (Martin Luther King nel 1982, Gandhi nel 1983, Florence Nightingale nel 1987, Popieliuszko nel 1988, fino a Salvo d’Acquisto nel 1990, uno dei suoi ultimi lavori).

E saranno numerosissime le epoche da lui trattate, soprattutto come illustratore, appunto nelle schede di illustrazione storica del Giornalino e del Corrierino, che coprono trasversalmente tutte le epoche analizzando ora le donne celebri, ora i grandi generali, ora le grandi navi al centro di imprese marinaresche.

Insomma, l’adattamento letterario ha una sua presenza nella produzione di Micheluzzi, con opere anche significative, ma può essere forse agevolmente inserito nel suo interesse per la minuziosa ricostruzione di un’ambientazione storica, che ritorna in molti suoi fumetti, sia quelli più didascalico-storici che nelle vicende della Grande Guerra che fanno da sfondo all’azione dell’affascinante Petra Chérie.

Fuori da questa equazione è però di particolare rilievo  anche la collaborazione di Micheluzzi con Tiziano Sclavi, che porta a un prodotto geniale come Roy Mann (1987), in cui confluiscono il rimando alla fantascienza classica (il titolo rimanda chiaramente nella grafica all’Amazing Stories di Hugo Gernsback) ma anche alla rilettura pop, tra la citazione di Roy Lichtenstein, l’artista della Pop Art che negli anni ’60 riutilizzò i fumetti degli anni ’40-’50 nelle sue opere, ma sullo sfondo anche il surrealismo di Man Ray, il cui pseudonimo appare rievocato e rovesciato nel nome del protagonista (qui l’approfondimento di Massimo Galletti per Lo Spazio Bianco; a margine, merita molto anche l’articolo di Sara Dellavalle su Marcel Labrume, il personaggio più maturo dell’avventuroso micheluzziano)

La collaborazione con Sclavi portò poi anche a “Gli orrori di Altroquando” (1988) su Dylan Dog, con cui Micheluzzi entra anche nel pantheon della grande testata-crocevia tra fumetto popolare e nomi autoriali. Ma, in questi anni in cui è potente una new wave fortemente pop del fumetto italiano, questa dimensione seminale del neopop di Sclavi e Micheluzzi merita forse di essere particolarmente riscoperta e approfondita.