"L'isola misteriosa" di Nizzi e Caprioli

“L’isola misteriosa” di Nizzi e Caprioli

L’isola misteriosa di Verne, adattata a fumetti da Nizzi e Caprioli, è stata ripubblicata da Allagalla nel 2017 in una bella edizione critica. L’Île mystérieuse apparve in origine  a puntate nel 1874-75 sul Magasin d’Éducation et de Récréation, per essere poi subito edito in volume con numerose illustrazioni di Jules Férat. Queste edizioni riccamente illustrate sono ovviamente tipiche di Verne, autore di grande successo popolare. Come del resto, di tutto il romanzo popolare dell’Ottocento, inclusi i grandi capolavori del realismo: si pensi alle edizioni  di Alessandro Manzoni istoriate da Francesco Gonin, che secondo studiosi come Eleonora Brandigi anticipano il moderno graphic novel (vedi qui).

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Una tesi che pare confermata con particolare forza da quest’opera: anche senza ipotizzare necessariamente una derivazione diretta, il segno di Franco Caprioli è, nell’autonomia del tratto, in continuità con la grande tradizione dell’incisione ottocentesca (come avveniva, del resto, in molti dei primi maestri del fumetto, non solo in Italia). Già un primo raffronto tra il frontespizio di Férat e l’immagine scelta per la copertina di questa edizione, ovviamente non derivativa (sono due momenti differenti, e la scelta della cover è comunque moderna, colorizzando una delle immagini interne di Caprioli), lo conferma: notiamo il gusto di un tratteggio raffinato delle scogliere, il cielo gravido di nubi, il senso impendente di un vago e appunto misterioso pericolo.

L’opera, connessa nel corpus verniano in una trilogia con “I figli del capitano Grant” (che Nizzi, nell’intervista che apre il volume, dichiara come sua preferita) e alla più celebre delle tre, “Ventimila leghe sotto i mari”, è considerata da molti il capolavoro di Verne. Il romanzo, subito tradotto in Italia nel 1875, dove Verne era ben noto e apprezzato, riflette le idee positivistiche (ma di un positivismo a suo modo tutt’altro che ingenuo, e potremmo dire “problematico”) del suo autore. Con una variazione più tecnologica e appunto positivistica dell’archetipo (settecentesco e illuministico) del Robinson Crusoe, i naufraghi usano la tecnologia per colonizzare l’isola, finché questa, ribellandosi, mostrerà la vacuità delle “magnifiche sorti e progressive” (nella costante oscillazione di Verne tra fiducia e scetticismo sulla scienza). Il tutto, naturalmente, senza indebolire di un grammo la tensione avventurosa dell’opera, la componente che Nizzi esalta scientemente, sia per la destinazione del fumetto a un pubblico di ragazzi, sia per il gusto personale dell’autore.

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L‘opera è introdotta da una bella intervista di Roberto Guarino a Claudio Nizzi, che analizza come al solito accuratamente questo suo primo lavoro di adattamento (primo di molti e notevoli, di cui abbiamo ampiamente parlato su questa rubrica). Nizzi rivendica di aver iniziato fin da quest’opera quel metodo di lavorazione sui grandi romanzi ottocenteschi che ha consentito di adattarli così efficacemente in una storia di massimo ottanta pagine, secondo i dettami del Giornalino: eliminazione delle parti “riflessive” e focus su quelle d’azione, con l’uso di didascalie minimali. Emerge qui anche una diatriba con Caprioli che, venendo dal Vittorioso, mondo di un fumetto ancora “classico”, insisté nell’aggiungere molte didascalie che – per Nizzi – appesantirono il testo. Ciò portò all’interruzione di futuri sodalizi di adattamento, e Caprioli lavorò poi su altri testi verniani e d’avventura con Rudolph, altro sceneggiatore in forze al Giornalino dell’epoca.

In questa edizione, Nizzi ha restaurato – di concerto con gli eredi di Caprioli – la sceneggiatura originaria, tramite una rielaborazione digitale delle tavole. In questo modo è possibile, per la prima volta, leggere la storia nella concezione originale. Un restauro che permette in effetti di apprezzare la grande modernità di scrittura fumettistica di Nizzi, in un’opera che non fa sentire il peso del mezzo secolo ormai passato, con il ritmo incalzante proprio dell’autore.

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Similmente, e come nelle altre riedizioni Allagalla, il ripristino del bianco e nero originario, senza la colorazione dell’epoca (non decisa dal disegnatore, e coi limiti di una qualità di stampa non elevata), permette di assaporare al meglio le magnifiche tavole di Caprioli. Un bel saggio di Giulio C. Cuccolini presenta al lettore l’importanza di questo autore, oggi forse meno valorizzato di quanto meriterebbe in un ipotetico canone del fumetto italiano.

Caprioli infatti si contraddistingue per un raffinato puntinismo nelle sue tavole che diventa l’elemento identificante del suo segno elegantissimo. Inoltre, la sua predilezione per i temi marinareschi, che gli valse la nomea di “poeta del mare”, anticipa per molti versi l’analoga fascinazione di un autore del calibro di Hugo Pratt, nella differenza del segno, ovviamente, ma anche in una forte comunanza evocativa. Pochi anni prima Pratt, con la sua “Ballata del Mare Salato”, nel 1967, aveva inaugurato le vicende del suo Corto Maltese, e anche il moderno “romanzo a fumetti”, sulla base però certo dell’influenza di molto fumetto avventuroso classico.

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In quest’opera si può apprezzare la magistralità di Caprioli in tutti gli aspetti fumettistici, in un segno classico ma di grande potenza. Oltre alla forza drammatica delle scene d’azione e alla grandiosità degli scenari, pacifici e “temporaleschi” che siano, colpisce l’accuratezza del dettaglio tecnico (fondamentale in una storia incentrata sulle meraviglie del progresso) e lo studio drammatico dei personaggi, tramite una recitazione equilibrata ma efficace e all’accurata resa psicologica delle espressioni dei volti.

Il lavoro congiunto di Nizzi e Caprioli (in questa edizione restaurata, particolarmente drammatico e incalzante) mostra questi Robinson moderni – non isolati, e quindi non soggetti al tema del rischio della follia da isolamento da cui il Robinson di Defoe non è esente, fino al provvidenziale incontro con Venerdì – ripercorrere le varie tappe dell’evoluzione tecnologica umana guidati solo dalla loro volontà e dalla loro intelligenza, sotto cui traluce però anche l’arroganza – perfino quando, come qui, è benitenzionata, non malvagia – dell’uomo moderno, che non si fa scrupoli a modificare pesantemente la natura per i suoi scopi.

Per certi versi, potremmo dire che nella sua brevità il fumetto rende ancor più frenetico questo “Ballet Excelsior” tecnologico, con cui vediamo snodarsi la ceramica, la metallurgia, il mulino a vento come macchina primordiale, fino al telegrafo e agli esplosivi in una corsa accelerata esaltante, certo, ma anche preoccupante. Forse un aspetto che colpisce più il lettore moderno, ma che è presente nell’opera originaria tramite la tensione provocata dall’intervento del misterioso “aiutante” (ambiguo però nei suoi inteventi) che controlla ciò che viene svolto dai nuovi coloni dell’isola.

Dal Robinson di Defoe viene anche lo scontro coi pirati, che costituisce anche qui il passaggio in cui vediamo all’opera il Nizzi grande regista di combattimenti e scontri ad ampio respiro, abilità che torna spesso anche nelle sue produzioni western (Tex, ma anche Larry Yuma). Il finale costituisce un magistrale coup de theatre, che non sveliamo per il lettore che non lo conosca, e chiude in bellezza dando modo a Caprioli di mettere in scena tavole di grande bellezza, interpretando un finale visivamente grandioso che funge anche da monito anti-positivistico, in contraddizione con il solo apparente ottimismo verniano (meno apertamente pessimistico di Wells, l’altro co-creatore della fantascienza moderna, ma più per ragioni commerciali ed editoriali che per assenza di critica alla modernità che lo circondava).

Un bel saggio di Alessandra Maffiotti ricostruisce le influenze dirette e indirette di quest’opera sulla cultura generale, filmica, romanzesca, fumettistica. Rimandiamo a questo saggio per una raffinata contestualizzazione, ricchissima di riferimenti. Da parte nostra, un accenno a quelli fumettistici: la Maffiotti parla diffusamente di quella di Jean Claude Forest, l’autore di Barbarella, nel 1971, ambientata nel futuro (forse, aggiungiamo noi, un influsso dell’epocale e allora recente “Odissea nello spazio”, che popolarizza questo tipo di detournement?).

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“Il mistero della pietra azzurra” (1990), anime di Hideaki Anno – il padre di Evangelion, tra i massimi autori del manga – riprende in parte i temi dell’Isola misteriosa di Verne, adattandoli in un divertito steampunk. In precedenza, però, vi era stata la trasposizione dei Classics Illustrated, nel 1947. Una versione non priva di ingenuità, come pure quella dei “Marvel classics” del 1976, in adattamenti  che comunque hanno avuto il valore di aprire una strada al moderno “romanzo a fumetti”, consolidato da queste più meditate, benché sempre “popolari” e per ragazzi, versioni europee.

Poi, l’opera ha addirittura un suo parco tematico all’interno del Tokyo Disney Sea (2001), che integra anche altre opere verniane, e nel videogame numerosi adattamenti diretti e uno “indiretto” che è però autorevolissimo: “Myst” (1993), considerato il capostipite di un certo tipo di giochi di esplorazione tridimensionali, e anche di un certo tipo di “videogioco d’arte” in cui prevale la bellezza dell’esplorazione di un mondo raffinatamente costruito sul puro elemento ludico “adrenalinico”.

Chiudono il volume, infine, come di consueto, le schede dei vari autori dell’opera, realizzate dai curatori del volume. In conclusione, ribadendo come questo volume di Allagalla sia prezioso per l’amante di un certo fumetto d’autore letterario, vi lascio con un’ultima suggestione. Quest’isola all’apparenza deserta, ma in verità popolata da forze misteriose, con una lunga storia dietro di sé; teatro di un naufragio aereo, di una sorta di tentativo di ricostruire una civiltà che porta a nuovi pericoli, allo scontro con “Altri” pericolosi e pirateschi, non può ricordare (perfino nella metafora sull’ossessione tecnocratica…) la grande epopea televisiva di “Lost”?