La Divina Congrega e l’Orlando Furioso
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La Divina Congrega e l’Orlando Furioso

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“La Divina Congrega” è una serie fumettistica di Sergio Bonelli Editore creata da Marco Nucci e Giulio Antonio Gualtieri, giunta attualmente al quarto episodio.

Il primo episodio, anzi, il “canto primo” per usare la terminologia della serie, era uscito nel 2021 per il mercato della libreria, con i disegni di Giorgio Spalletta e Matteo Spirito e i colori di Francesco Segala. Mi era capitato di scriverne qui:

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L’uscita, quest’anno, del quarto capitolo della serie mi fornisce l’occasione per fare il punto della situazione su questa serie interessante anche su questo blog, dove mi occupo del rapporto tra letteratura e fumetto. E quest’opera è centrale riguardo a tale tema.

 

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Il primo capitolo, uscito nel settecentenario della morte del Sommo Poeta, è evidentemente ispirato alla Commedia. Ma presto l’omaggio si fa più complesso, perché Dante durante il suo viaggio infero scopre di dover fermare l’apocalisse e quando torna “a riveder le stelle” decide di formare una lega di gentiluomini straordinari, una “Divina Congrega” appunto, in grado di fermare la discesa dell’inferno sulla terra.

L’idea ricorda per certi versi quella di una delle opere più famose di Alan Moore e Kevin O’Neill, “The League of Extraordinary Gentlemen”, uscita nel 1999 e oggetto anche di un modesto adattamento filmico per la regia di Stephen Norrington, nel 2003. Il gioco di Moore partiva dai grandi classici della letteratura inglese dell’Ottocento: nella sua lega si riunivano Quatermain, Jekyll/Hyde, Nemo, l’Uomo Invisibile e Mina Murray (da Dracula). In seguito, però, Moore risaliva a rebours indietro nel tempo, giungendo a trattare, oltre agli altri, anche la figura di Orlando, benché non centrale nel suo discorso.

Il gioco di Moore, come scrivevo già nell’articolo precedentemente citato, è anche dimostrare, come il genere supereroico si fondi sui grandi classici dell’avventura e del fantastico ottocenteschi, e con una derivazione piuttosto diretta (e, in misura minore, ovviamente, anche sugli antecedenti più remoti, sempre più distaccati man mano che si risale all’indietro).

Il gioco metanarrativo del fumetto italiano è per certi versi ancora più ambizioso, non solo perché risale fin da subito all’origine del canone letterario, ma anche perché si confronta con un canone italiano ritenuto tradizionalmente, a torto o ragione, come molto distante dall’avventura fumettistica. Se in Moore il gioco era in qualche modo consequenziale, la Divina Congrega può quindi apparire molto più “provocatorio” agli occhi del lettore italiano.

L’opera inoltre è del tutto autonoma dall’operazione di Moore, che ricorda solo in senso lato (e del resto la rilettura delle figure del passato in una chiave avventurosa moderna è un gioco di lunga data, soprattutto nel fumetto). Infatti, se in Moore i vari personaggi agivano nella loro epoca, qui Dante dà vita a una ucronia, spostandosi sull’asse spaziotemporale terrestre così come sa spostarsi tra dimensioni ultraterrene. Egli si sposta in avanti, al Rinascimento, dove recluta Lorenzo de’ Medici, l’arciera infallibile Silvia (modella, in questo mondo, della Venere Botticelliana), Leonardo, Otello e la maga Circe.

 

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In questo modo, si crea un cast di (super)eroi con le classiche caratteristiche: Otello è l’eroe legato ad una grande forza, Silvia è l’arciere, Leonardo l’inventore (e le sue ali hanno ispirato del resto il mantello volante di Batman, del resto), Circe il supereroe dotato di poteri sovrannaturali; quanto a Lorenzo, il suo superpotere è in fondo lo stesso di Batman o Iron-Man: è molto intelligente, ma soprattutto tremendamente ricco. Il team funziona molto bene, anche se il limite (relativo) è che i personaggi vengono di fatto “forzati” in ruoli classici dei supereroi, laddove Moore cercava, in modo più difficile, di far funzionare i vari personaggi restando più fedele alle loro caratteristiche originarie.

Lo scopo della Divina Congrega, comunque, qui è innanzitutto la scrittura di una storia avvincente e riuscita, di immediato impatto sul lettore. In questo, è particolarmente riuscita la parte grafica, con un segno dinamico e moderno, che richiama da vicino la spettacolarità del fumetto americano, più ancora che l’avventura solitamente più compassata e di solito in bianco e nero della Bonelli, secondo una evoluzione apparsa in Bonelli con “Orfani” nel 2013, e portato oggi avanti con le nuove serie da libreria.

Il segno, rapido e nervoso, sottolinea bene la recitazione dei corpi nelle frequenti e frenetiche scene d’azione. Il montaggio di tavola è comunque qui tradizionalmente italiano, con la classica griglia 2X3, sia pure frequentemente intervallata da efficaci splash page.

Il gusto del divertimento è da subito dichiarato dagli autori in esergo al “primo canto”, il primo volume pubblicato: “Il nostro compito non era restare fedeli al testo della Commedia, bensì giocare con quella che rimane la pietra di volta di tutto l’immaginario nostrano, e che nei fumetti, soprattutto in quelli popolari, è sempre stata poco sfruttata.” In effetti, come ho documentato anche su questo blog (vedi qui), la Commedia è spesso stata sfruttata, ma più nell’ambito esplicitamente parodistico o, di recente, con l’avvento della graphic novel, in quello serio e latamente “educativo”. Un approccio “action” come questo è in effetti innovativo.

Si conferma inoltre l’assegnazione di ruoli moderni ai personaggi classici: “Leonardo assurge al ruolo di Q, formidabile inventore dei geniali accessori di James Bond. Ma in fondo, il personaggio di Q a chi potrebbe essere stato ispirato, se non a Leonardo da Vinci?” Insomma, pur nel gioco letterario volto soprattutto a intrattenere il lettore, si sottolinea come i classici della letteratura (e dell’arte) italiana sono il fondamento di tutto il canone occidentale successivo, e quindi anche del fumetto e del cinema d’azione.

 

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Questa impostazione, propria del primo volume della saga, e che ho qui riassunto, risulta confermata nella seconda puntata, “Nella selva oscura” (2022), che è del resto in buona sostanza la seconda parte dell’avventura, sempre con lo stesso team creativo. Marco Nucci, Giulio Antonio Gualtieri ai testi, ai disegni: Giorgio Spalletta, Matteo Spirito coi colori di Francesco Segala.

Se il primo canto rappresentava la fase di “team up”, un grande classico della fiction supereroica e non solo, in cui si descrive la formazione di una lega di uomini straordinari volta a compiere qualche missione, il secondo capitolo descrive appunto questa missione, ovvero il tentativo di impedire lo scatenarsi del caos con l’apertura delle porte dell’inferno. La cosa potrebbe essere declinata in chiave epica, ma secondo volume viene invece sviluppato, più modernamente forse, come una sorta di heist movie alla Ocean Eleven, con la squadra volta a recuperare il mcGuffin di turno, in questo caso la pietra diabolica che consente di sigillare il varco.

Naturalmente, l’inferno resta il centro della narrazione, con una grande attenzione all’efficacia visuale. “Per l’ultima dimora dei peccatori abbiamo scelto un design a metà tra le più classiche
visualizzazioni della Commedia e le più moderne ambientazioni dell’immaginario videoludico.” spiegano gli autori. Pur citando anche Doré e i rimandi classici, appare evidente che in questo secondo numero il lavoro di Matteo Spirito è volto decisamente alla massima modernità possibile del tratto, quasi una compensazione di un tema affascinante ma potenzialmente poco seducente su un lettore più giovane o meno impegnato.

 

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Matteo Spirito del resto viene dal mondo delle illustrazioni fantasy per giochi di ruolo e videogames, ed è quindi ideale per portare questo segno che in effetti conferma la modernità visiva di questa serie.

In contrasto con le ambientazioni infere, ovviamente segnate da una colorazione nei toni del rosso di efficacissima espressione emotiva, si sviluppano le ambientazioni del mondo reale, incentrate sul Mediterraneo e quindi nei simmetrici toni del verde-acqua, per quanto, come si scoprirà, collegati. Giorgio Spalletta in particolare fa un lavoro notevole nel creare, in Scilla e Cariddi, due figure mostruose di forte impatto, rielaborando in modo moderno la visione classica dei due mostri.

La scelta continua ad essere quella del divertimento: “A dispetto della cupezza dell’ambientazione, La Divina Congrega, grazie al cielo (o “grazie agli inferi”, che dir si voglia), continua a non prendersi troppo sul serio: il tono narrativo che abbiamo scelto è infatti leggero e picaresco (a suo modo, sia chiaro, con tanto sangue e tanti arti recisi). Disegni spaventosi al servizio di dialoghi buffoneschi e disinvolti, tra il cappa e spada e il postmoderno.”

Insomma, i vari ingredienti del successo bonelliano: l’azione, l’avventura, ma anche un po’ di horror (più avanti gli autori citano Dylan Dog) e la inevitabile “linea comica”, qui non affidata a un singolo personaggio, un Cico o un Groucho, ma derivante dai salaci scambi tra i vari personaggi, come da tradizione supereroica (ma anche del gruppo di pards texiani o dai moschettieri di Dumas).

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Il terzo (2023) e il quarto volume sviluppano in due parti un altro grande pilastro culturale della nostra letteratura: l’Orlando Furioso (richiamato apertamente nel titolo: “Il furioso Orlando”). Si tratta di una tematica quasi obbligatoria, data l’enorme rilevanza di Ariosto (tra i nomi non ancora citati) e la sua forte, ci si passi il termine, “fumettabilità”. In fondo Italo Calvino stesso aveva teorizzato che il nostro canone dovrebbe forse fondarsi più sulla leggerezza ariosa di Ariosto piuttosto che sulla incredibile cattedrale gotica di Dante, mastodontico massimo capolavoro della letteratura occidentale, ma inimitabile.

E, in fondo, il fumetto supereroico ha un debito consistente con la figura di Orlando e il poema cavalleresco, sia ammesso o meno. La celeberrima prima copertina di Superman riprende l’Ercole del Pollaiolo del 1480; e l’Orlando Furioso nasce anche dalla fascinazione del Rinascimento per i classici, incluso il mito di Ercole (e il tema dell’Hercules Furens, che in Seneca si dava in tragedia ma Ariosto risolve in modo avventuroso e ironico).

 

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Marco Nucci e Giulio Antonio Gualtieri, affiancati da Alessio Petillo, Simone Pace e Valeria De Sanctis (colori) sviluppano la trama in continuità col numero precedente, con una accentuazione però di atmosfere brumose e atmosfere horrorifiche che accentuano l’elemento già presente nel primo numero (e il quarto volume, che chiude l’opera, accentuerà ancora questa cupezza, come diremo). Gli sceneggiatori restano per ora gli stessi, e questo porta a una buona coerenza narrativa, che solitamente non si ha nella Bonelli da edicola, col vantaggio della variazione della scrittura ma anche i rischi connessi di disamoramento.

I tempi lunghi della libreria – un volume all’anno – consentono di mantenere fisso il team creativo della scrittura, come aveva fatto, nelle sue due opere da edicola, per primo forse Luca Enoch, addirittura autore completo, dal 2000 al 2013 con i lunghi cicli semestrali di Gea e poi di Lilith. In quei casi l’azzardo era maggiore, forse, per l’impossibilità di utilizzare le forme di promozione via social per mantenere vivo l’interesse dei lettori o perlomeno segnalare la nuova uscita a distanza di tempo (unitamente ai tempi delle edicole che portavano alla sparizione, in tempi relativamente brevi, di poco superiori al canonico mese, della testata, a differenza dei tempi più lunghi del mercato librario).

I disegni di Petillo e Pace svolgono bene il loro lavoro, in buona continuità col segno degli albi precedenti ma con una loro personalità autonoma. In particolare il segno di Pace riesce a restare coerente con quello dei suoi lavori più autoriali, adattandosi però bene alla narrazione di specifiche sequenze. Il colore di Valeria De Sanctis svolge un buon lavoro soprattutto, forse, a mantenere la coerenza visiva globale, e al contempo a dare all’albo il suo tono specifico, come si è detto più dark della avventura precedente dei primi due volumi.

Di nuovo, nel loro commento al primo volume (nel secondo di Ariosto, e nel quarto complessivo, mancano queste note finali, e un po’ è un peccato perché erano interessanti; ma forse resteranno sulla singola storia, intesa come gruppo di due volumi) si rimarca la scelta per l’horror: “Le atmosfere delle storie della Congrega, lo si voglia o meno, sono legate al genere horror ancor prima che al fantasy. (…) Abbiamo calato un classico del poema cavalleresco nell’impianto narrativo di un cult dell’horror, e speriamo che l’esperimento sia riuscito…”. Una scelta, forse, che guarda anche al fatto che una parte consistente di pubblico bonelliano è volto all’horror, non naturalmente la generazione texiana dai ‘50 in poi, ma quella dylaniata degli anni ‘90.

Si accentua ancora di più nel terzo volume tale scelta stilistica, che va qui a scavalcare, e ancor più nel quarto, l’impostazione più ironica dei primi due capitoli (pur ricchi di azione, mostri e inquietudine). L’interesse per la filologia dei personaggi è sacrificata al gusto ludico per il pastiche, e si accentuano, quasi a bilanciarsi, i due registri principali: quello eroicomico, e quello invece orrorifico. Situazioni terrificanti, mostrate con una certa efficacia grafica, bilanciata però sempre da numerosi siparietti comici, un po’ in fondo come, con equilibrio diverso, più lunare, faceva appunto il Dylan Dog sclaviano. Qui però più che a Groucho Marx e all’aforismica si guarda alle dinamiche di gruppo del fumetto, del cinema e della serialità televisiva americane.

 

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In questo quarto canto, intitolato “Orlando innamorato” (con rimando, solo a livello di titolo, all’opera del Boiardo che precede il Furioso) ritroviamo a soggetto e sceneggiatura Marco Nucci e Giulio Antonio Gualtieri e i disegni di Antonello Cosentino, Simone Pace, mentre Matteo Spirito firma come di consueto la copertina. I colori sono sempre di Valeria De Sanctis.

 

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Rispetto ai tre numeri precedenti, si nota in questo secondo volume su Ariosto una declinazione ancor più cupa, in contrasto, in parte, con lo stile leggero precedente, accentuando gli elementi oscuri già presenti nel capitolo terzo. Infatti i vari misteri aperti nel precedente numero si chiariscono, ma la vicenda appare declinata in chiave estremamente negativa. Senza eccessivi spoiler, il rapporto tra Orlando e Angelica viene presentato in chiave profondamente critica, dove il paladino diviene un cupo persecutore. In qualche modo, l’opera sembra recepire polemiche recenti contro il canone letterario e la sua sensibilità lontana da quella odierna, dove l’ossessione di Orlando per Angelica, motore narrativo della trama trattato da Ariosto con divertita leggerezza, è in realtà una storia di persecuzioni sfocianti in molestie pericolose.

Una scelta che, legittimamente, va nella direzione opposta della “leggerezza” cercata da Calvino in Ariosto, e sottolineare invece l’aspetto oscuro che si può leggere, a volerlo cercare, anche nel “Furioso” come prodotto della sua epoca.

 

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Anche se, è bene ricordarlo, Ludovico Ariosto, proprio in quest’opera, scriverà da buon umanista rinascimentale parole molto dure contro la violenza domestica e sulle donne, non così scontate. Si tratta di un passo molto noto, l’incipit del V Canto, ma merita leggerlo, quindi lo riporto per chi non lo conoscesse.

1 Tutti gli altri animai che sono in terra,
o che vivon quieti e stanno in pace,
o se vengono a rissa e si fan guerra,
alla femina il maschio non la face:
l’orsa con l’orso al bosco sicura erra,
la leonessa appresso il leon giace;
col lupo vive la lupa sicura,
né la iuvenca ha del torel paura.

2 Ch’abominevol peste, che Megera
è venuta a turbar gli umani petti?
che si sente il marito e la mogliera
sempre garrir d’ingiuriosi detti,
stracciar la faccia e far livida e nera,
bagnar di pianto i geniali letti;
e non di pianto sol, ma alcuna volta
di sangue gli ha bagnati l’ira stolta.

3 Parmi non sol gran mal, ma che l’uom faccia
contra natura e sia di Dio ribello,
che s’induce a percuotere la faccia
di bella donna, o romperle un capello:
ma chi le dà veneno, o chi le caccia
l’alma del corpo con laccio o coltello,
ch’uomo sia quel non crederò in eterno,
ma in vista umana uno spirto de l’inferno.

Ad ogni modo, naturalmente la “Divina Congrega” opera questo “rovesciamento” del paladino, portandolo a una follia ben più turpe, principalmente per fini narrativi, offrendo al lettore una cupa variazione sul tema molto ben condotta ed efficace.

 

 

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La serie, giunta a quattro volumi, si conferma quindi globalmente un buon prodotto, sicuramente godibile per il lettore bonelliano ma in grado anche di parlare a un pubblico lievemente più amplio di quello tradizionale dell’edicola (del resto ormai in calo: questo approdo alla libreria della Bonelli segna probabilmente, nel corso della prossima decade, una transizione sostanziale del proprio baricentro di interessi).

Passando alle consuete note didattiche con cui chiudo, da buon professore di italiano, questi miei articoli, direi che per la durezza del tema affrontato, questa seconda coppia dei volumi 3-4 la vedrei più idonea a una scuola superiore che alla scuola media, per il tema della violenza di coppia trattato in modo corretto e sensibile, ma anche crudo e senza infingimenti. Per contro, l’approccio globale della serie è ottimo per fornire uno stimolo agli allievi nel cogliere la grande vitalità dei tropi che provengono dalla nostra tradizione letteraria, e potrebbero essere l’oggetto per una comparazione con testi che si fanno, e ampiamente, all’interno del programma scolastico. Quindi direi che i quattro volumi sono in ogni caso una scelta consigliata per la biblioteca scolastica d’istituto, oltre che per il lettore appassionato.

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