Il 15 ottobre 2023 sarà l’esatta ricorrenza del centenario calviniano.
Un anniversario che è stato ampiamente celebrato dal mondo del fumetto, con numeri dedicati di Linus e di Scuola del Fumetto, dove si è parlato dell’importanza del suo ruolo. Su Linus c’è un notevole articolo di Adriano Ercolani, su Scuola del Fumetto ho avuto modo di parlarne facendo riferimento a questo mio articolo, debitamente ampliato:
Fumetto: la lezione di Italo Calvino. – Come un romanzo (lospaziobianco.it)
Ma sicuramente una delle celebrazioni più importanti è quella di Mondadori, che per l’occasione ha proposto l’adattamento della trilogia de “I nostri antenati”, nella collana “Contemporanea”. Per primo è uscito l’adattamento di Sara Colaone, autrice completa, che ha affrontato il Barone Rampante, di cui avevo scritto qui:
Il Barone Rampante di Sara Colaone – Come un romanzo (lospaziobianco.it)
Ora, nell’imminenza della ricorrenza vera e propria, è uscito “Il visconte dimezzato”, in realtà il primo della trilogia, con adattamento e disegni di Lorenza Natarella, sempre per la collana “Contemporeanea”, per cui uscirà poi anche “Il cavaliere inesistente”, l’ultimo volume della trilogia.
Natarella è qui autrice completa di testi e disegni; art director è Fernando Ambrosi, graphic designer Giulia Braga mentre per il lavoro di redazione si indica Marta Dosi.
Lorenza Natarella, di cui si può visitare il sito qui (LORENZA NATARELLA) è un’autrice molto interessante, di cui si può in particolare apprezzare, nell’ambito della graphic novel, la biografia di Maria Callas del 2017, di cui “Lo Spazio Bianco” aveva parlato qui:
Sempre libera (Natarella) – Lo Spazio Bianco
Ma veniamo a questo “Visconte dimezzato”. Il romanzo di Calvino è composto nel 1951, è il primo della trilogia e anticipa di molto gli altri due, del 1957 e 1959 (il Barone e il Cavaliere, rispettivamente). Siamo ancora nel pieno della temperie neorealista dell’immediato dopoguerra (in letteratura e cinema), cui anche Calvino ha partecipato, sotto il profilo letterario, con “Il sentiero dei nidi di ragno” (1947) e “Ultimo venne il corvo” (1949), sia pure già in una posizione personale, laterale per certi versi.
Con quest’opera inizia il distacco dal modello neorealistico (che in modo critico viene ancora ripreso nei tre romanzi degli anni ’50 sull’Italia postbellica). Si tratta di un fantastico diverso da quello del Barone e ancora del Cavaliere: infatti nel Visconte Dimezzato Calvino adotta un registro fortemente metaforico, mentre nel Barone prevarrà il piacere dell’affabulazione e di una leggerezza narrativa rispetto a una metafora ben definita.
La cosa emerge bene dal contrasto dei due stili usati nei due diversi adattamenti: tanto Sara Colaone aveva scelto uno stile arioso, morbido, aereo, tanto Lorenza Natarella, in coerenza col suo segno, ha uno stile elegantissima ma aguzzo, acuminato come il taglio netto che le due figure subiscono (e che il Gramo fa subire agli altri).
Come ambientazione siamo in una Liguria immaginaria di fine ‘700 (il conflitto austro-turco darebbe con precisione gli anni 1788-1791, quelli della Rivoluzione Francese che mai appare, nemmeno sullo sfondo) ma il mondo è un medioevo fiabesco, sospeso nel tempo, e che nella percezione del lettore appare molto più arretrato sulla linea del tempo.
I disegni quindi coerentemente rimandano, nello stile sintetico ed efficace dell’autrice, a un periodo medioevale generico, a partire dalla scena della battaglia con cui si apre l’opera (e il Visconte). I colori, antinaturalistici, acidi, rievocano bene, come le linee veloci e nervose, il clamore della battaglia (resa con un rosso sanguigno) e la desolazione antieroica del campo da guerra.
Il segno è adeguato a quell’amara ironia calviniana che pervade tutta una certa decostruzione dell’immaginario eroico, con segno sarcastico che è perfetto, in particolare, nella resa del terribile Gramo, che per primo torna a impestare le sue terre.
La necessità di un adattamento che sia anche piuttosto fedele porta a testi piuttosto abbondanti, specie in didascalia, ma gestiti con grande equilibrio, senza pesare eccessivamente sulla leggibilità e sull’equilibrio grafico (anche se forse potrebbe essere differente per un lettore ragazzo di oggi, abituato usualmente a una maggiore velocità narrativa del fumetto).
Aiuta, in quest’equilibrio, una tavola molto mossa, che ricorre costantemente a soluzioni differenti. La griglia sostanzialmente nasce dall’incastro equilibrato tra le vignette e il ricco testo, inserito talvolta nei classici riquadri delle didascalie, talaltra nello “spazio bianco” della closure tra vignette. Lo spazio relativamente minore concesso all’immagine è però usato bene dal segno essenziale di Natarella, laddove un disegno più ricco si troverebbe forse sacrificato.
La palette resta quella acida, essenziale di verdi, grigi, rossi, impostata nella scena della battaglia, con variazioni negli equilibri a dare il differente tono emotivo (“colori vividi e ipnotici”, precisa la quarta di copertina). Si ricorre anche qui, come già era avvenuto nel Barone, a un lettering in stampatello minuscolo, meno frequente nel fumetto italiano (anche se ormai ampiamente sdoganato nella graphic novel) ma particolarmente adatto al segno dell’autrice e della storia (il lettering, scelto dall’autrice per riprendere la sua grafia, è realizzato da Alessio Ravazzani).
Molto efficace e ben armonizzato nel testo anche il lettering degli effetti sonori inseriti direttamente nella vignetta, come la risata folle del Visconte (p. 38.vi, ad esempio). L’elegante sintesi stilistica aiuta, come detto, ad affrontare un fumetto narrativamente piuttosto compresso, per esigenze inevitabili del tipo di adattamento, ma è molto efficace anche quando può spaziare in vignette più ampie, come la quadrupla di p. 39.iv, dove la forca di mastro Pietrochiodo appare quasi una composizione da quadro astratto.
Un merito della fedeltà di questi adattamenti è di non tagliare, come potrebbe avvenire per esigenze di sintesi, figure apparentemente marginali ma importanti nell’equilibrio del testo come appunto Pietrochiodo, simbolo anch’egli dell'”uomo dimezzato” della tecnica (artigiano abilissimo e uomo di buon cuore, mette però la sua abilità al servizio del male per incapacità di comprensione critica di ciò che fa, rassegnandosi allo status quo) così come Trelawney rappresenta questo conflitto “dimezzato” per l’uomo di scienza.
Come già detto, la sintesi grafica di Natarella è particolarmente notevole nella resa dei personaggi. Il Visconte innanzitutto (soprattutto il Gramo, che è in sé già un cattivo volutamente “cartoonesco” per Calvino), ma anche i personaggi teoricamente minori sono resi con notevole cura nella sintesi comica. L’aguzzo Trelawney, il grasso Pietrochiodo, il ragazzino protagonista (come Pin del “Sentiero dei Nidi di Ragno”, e come sarà nel Barone Rampante) il cui sguardo infantile rappresenta il punto di vista da cui è narrata la vicenda.
La particolare raffinatezza stilistica mi pare stia nel modo in cui il segno stesso, pur rimanendo riconoscibile, si modifica modulandosi sui personaggi, con linee acuminate per il Gramo, aguzze ma come fragili per l’anziano Trelawney, morbide per il narratore ragazzino, tremolanti e molli per il lebbrosi, sarcastica metafora degli artisti decadenti (che, per il Calvino pre-1956, pre-invasione dell’Ungheria, evento con cui abbandonerà il partito, è in qualche modo comunque l’artista che rifiuta l’impegno sociale).
Nonostante la compattezza del testo, ogni tanto si ricorre anche alla splash page, come negli incendi di p. 53 o nella veduta di p. 99, ma anche queste tavole sono solitamente ricche di testo. Un espediente interessante è quello usato per le scene di meta-narrazione, quando ovvero il ragazzino narratore riporta una narrazione di secondo livello (vedi ad esempio p. 102, ma è un elemento ricorrente). Rispetto al segno della narrazione principale il segno si semplifica, espediente che si ritrova talvolta in altri fumetti (in alternativa a modi come un contorno diverso delle vignette, che viene qui anche usato – rosso invece di nero – o all’uso del bianco e nero o del seppia, e anche qui viene tolto il colore).
Però, partendo da un segno già essenziale, queste tavole “di secondo livello di narrazione” sono assolutamente minimaliste, composte davvero di pochi tratti. Cosa che, per molti versi, risulta particolarmente efficace, dando anche graficamente il senso di una narrazione accelerata (il narratore di primo livello riassume il narratore di secondo, infatti).
Molto ben tratteggiata anche la figura di Pamela, che nel racconto di Natarella sembra quasi più moderna di quanto già la fa Calvino. Gli opposti desideri asfissianti del Gramo (molto “moderna” p. 80…) e del Buono sono respinti con uno stile consapevole: Pamela è più marcatamente una donna libera di quanto già non sia nell’originale (con una resa che ne evita una caricaturalità meramente sensuale).
Il volume così procede spedito verso il finale, che è reso ancora una volta con una particolare eleganza stilistica. A p. 138, infatti, all’inizio del duello conclusivo, la griglia della vignetta si spezza e il duello (unica scena della storia) avviene direttamente “nello spazio bianco”, senza vignettatura esplicita. In questo modo, la celebrazione della necessaria ricomposizione dell’uomo spezzato diviene anche una celebrazione della forza narrativa del fumetto.
Sotto il profilo didattico che mi è caro, la fedeltà di questo adattamento al testo lo rende, come già per il “Barone” di Colaone, piuttosto adatto all’eventuale adozione didattica, anche se naturalmente questo Calvino è un autore che merita proporre senza soverchie “mediazioni”, per una lingua e una narrazione ancora meravigliosamente moderne.
Una proposta didattica di particolare interesse, come sempre nel caso dell’adattamento a fumetti, potrebbe essere quella di confrontare la resa di precise pagine nel testo in singole tavole del fumetto, cogliendone così la generale fedeltà ma anche le eventuali sintesi operate.
Si tratta di un lavoro che può essere particolarmente interessante laddove vi sia una maggiore distanza tra testo letterario e fumettistico (come nel caso delle parodie, magari disneyane) ma questo richiede una maggiore esperienza dell’allievo. Un caso di adattamento relativamente fedele è invece usualmente più agevole come punto di partenza.
In generale, quindi, questo di Lorenza Natarella è un adattamento sentito e riuscito, che costituisce davvero un omaggio riuscito alla potenza immaginifica calviniana.





