I maestri dell'avventura: adattamenti in chiave pop

I maestri dell’avventura: adattamenti in chiave pop

“Roberto Recchioni presenta” è una bella serie di adattamenti letterari di Star Comics. Con l’occasione del COVID-19, la case editrice ha messo a disposizione gratuitamente tre fumetti tratti dalla serie, uno per ognuna delle sue tre stagioni. Con l’occasione ho così recensito in un mio precedente post l’adattamento di Dracula, mentre su Lo Spazio Bianco si trovavano già le recensioni degli altri tre volumi, quello di LovecraftJekyll Frankenstein. In questo modo la prima stagione, dedicata ai “Maestri dell’orrore”, è stata presentata compiutamente su Lo Spazio Bianco; della seconda stagione, “I maestri dell’avventura” era stato offerto gratuitamente Uno Studio in Rosso, di cui avevo appunto parlato qui.

Dato che mi erano stati passati i volumi della seconda stagione, sia pure con un innegabile ritardo, mi pare interessante parlarne qui. I volumi sono del resto ancora disponibili, e si tratta di classici slegati da una occasione specifica.

Resta in sostanza valido quanto si può dire della prima stagione: Roberto Recchioni, che nel 2013 era divenuto curatore di Dylan Dog, acquisendo così una certa importanza nel mondo del fumetto italiano, e aveva senso, nel 2015, affidargli una selezione di maestri orrorifici, da titolare del rinnovamento della principale testata dell’horror (e, certo, molto di più) italiano. Recchioni disegna anche le copertine, e gli viene assegnato il “name above the title”; inoltre, anche grazie alle schede di raccordo e approfondimento elaborate alla fine dell’albo, dà indubbiamente una connotazione alla serie, in un senso decisamente pop.

Nel 2016, come Magister al Comicon di Napoli, Recchioni rilancia con una nuova serie di “maestri”: quelli dell’Avventura. Anche qui, un’esplorazione delle radici del fumetto popolare (italiano e non): la grande “Avventura” con la A maiuscola è l’elemento centrale del fumetto bonelliano. Un tema su cui più volte Recchioni è tornato (vedi ad esempio qui), facendosi in fondo l’interprete moderno di tale tradizione. “Uno studio in rosso”, di cui avevo appunto trattato qui,è il caso più particolare, in quanto opera seminale, più che dell’avventura “pura”, del giallo per come va geminandosi, a fine Ottocento, dal filone “gotico” meno legato all’orrore sovrannaturale. E infatti nello “Studio” holmesiano c’è ancora forte questa componente oscura, lontana dagli algidi e perfetti giallismi inglesi della Christie, con tutto l’ampio “romanzo nel romanzo” dedicato alla setta para-massonica e ai suoi terribili riti di affiliazione. Le altre tre opere, che vedremo in questo articolo, sono invece tre gemme dell’Avventura Marinaresca, tre sfaccettature di questo grande archetipo narrativo declinati in tre sviluppi interessanti e personali.

1.1 L’avventura  “d’autore”: Conrad e Cuore di Tenebra.

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A parte “Uno studio in rosso”, i maestri dell’avventura affrontano “20.000 leghe sotto i mari” di Verne, “L’isola del tesoro” di Stevenson e “Cuore di tenebra” di Conrad. Quest’ultimo caso è particolarmente interessante, poiché si tratta del caso in cui l’avventura si declina nel modo ritenuto teoricamente più “alto”, in un’opera che viene a essere parte del canone fondamentale del Novecento, ma che qui viene – in modo sacrosanto – rivendicata da Recchioni e i “suoi” come facente pienamente parte della piena tradizione dell’avventura. Un rimando non occasionale per Recchioni, che qui indaga nella sua analisi come il romanzo sia citato da Andrea Pazienza in “Giorno”, una delle sue opere più paradigmatiche. In “Giorno”, l’inetto Enrico Fiabeschi viene massacrato a un esame del DAMS da un’arcigna docente universitaria di Storia del cinema, che giustamente lo distrugge nella sua impreparazione su “Apocalipsi Nau” (come lo pronuncia lo sventurato). Al centro, la figura del fiume come serpente, centrale in Conrad e poi ripresa da Coppola nel suo capolavoro sulla guerra in Vietnam.

Di recente, Recchioni ha dato un ruolo centrale a Cuore di Tenebra nel Dylan Dog 400, spartiacque verso la sua radicale reinvenzione del fumetto dylaniato. Insomma una scelta non casuale, ma piuttosto strategica nel suo canone personale qui elaborato.

cuore di tenebra

La predilezione di Recchioni non è del resto unica nel fumetto popolare: anche il Nathan Never di Medda, Serra e Vigna ha una storia fondamentale che riprende Conrad e lo proietta nel futuro, e di cui dovremo magari in prossime puntate parlare.

L’opera è quindi adattata da una solida sceneggiatura di Giovanni Masi, che nella sua postfazione ha anche modo di rendere ragione delle sue scelte. Concorda anch’egli sulla scelta di un “ritorno all’avventura” conradiana, ottenuto eliminando la seconda voce narrante e concentrandosi solo sul “narratore infedele” quasi paradigmatico, Marlow, che narra le proprie incredibili avventure. L’ampio uso di didascalie è quindi qui appropriato, perché rende ragione di questa ambiguità del narrante (noi conosciamo le cose solo per tramite del racconto inaffidabile di Marlow, che ha tutto l’interesse di rimuoverne una parte) e mette al centro, ovviamente nella traduzione italiana, la notevole prosa di Conrad, potente ed evocativa.

Masi sottolinea anche nella conclusione l’importanza di questo capolavoro come testimonianza storica dei genocidi del colonialismo, in particolare quello di Leopoldo II del Belgio. Nella scala dei peggiori tiranni, dopo figure tristemente famigerate come Mao (oltre 50 milioni di morti), Stalin (23 milioni), Hitler (17 milioni), viene appunto Leopoldo II con la sua decina di milioni di morti, prima del Giappone di Hirohito (5 milioni), il genocidio armeno ad opera della Turchia (2.5 milioni), Pol Pot (oltre 1 milione, il più atroce però in rapporto alla limitata popolazione) e Kim Il Sung, certamente più noti. “Cuore di tenebra” non può essere certo ridotta a una lettura “didattica” per capire il colonialismo: ma merita certamente di essere presentata in parallelo al fenomeno.

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Ottimo è il lavoro della disegnatrice Francesca Ciregia. La gabbia è quella consueta di questa serie, 2X3, sul modello bonelliano (che in effetti si lega strettamente, in Italia, al fumetto “d’avventura”). In certi punti, Ciregia adotta un contrasto chiaroscurale nettissimo, che può ricordare per effetto quello di Frank Miller in Sin City, nella misura in cui diviene efficace metafora dell’opposizione tra bene e male, bianco e nero, luce e tenebra).

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In altri punti, il rimando che viene è quello a Hugo Pratt, del resto seminale anche per il segno di Miller. Un modello ovviamente altissimo, che però diviene una suggestione quasi inevitabile in un Marlow che, partito con una certa possibile corrispondenza a un giovane Corto Maltese, per le sue vesti di capitano di marina, sembra tramutarsi nel corso dell’opera in un irsuto e disperato Rasputin.

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L’efficacia del gioco chiaroscurale è massima nella resa ambientale, ancor più che nella comunque efficacia caratterizzazione dei personaggi. Del resto, l’avanzamento nel “cuore di tenebra” dell’Africa nera è il fulcro dell’avventura conradiana.

cuore1 - Copia Interessante anche rimarcare, specie qui, su “Lo Spazio Bianco”, come Conrad riprenda in modo centrale la metafora usata per definire l’importanza del “vuoto” in poesia, applicandolo in questo caso alla seduzione degli “spazi bianchi” sulla mappa geografica, che offrono al lettore di cartografie il fascino dell’imponderabile, dell’esotico, del non ancora scoperto. Hic sunt leones, insomma. Come nelle closure fumettistiche, spazi bianchi dove tutto diviene possibile.

1.2. L’isola del tesoro: avventura allo stato puro.

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Se quella di Conrad è un’avventura passata fin da subito nell’Olimpo dell’alta letteratura (pur restando in pieno “letteratura avventurosa”: come un’altra opera seminale, “Moby Dick”), “L’isola del tesoro” di Stevenson è l’Avventura con l’A maiuscola, in senso proprio, affrontato nel fumetto italiano da due maestri del calibro di Pratt e Boscarato (vedi qui). Numerosi anche gli adattamenti americani, a partire dal Classic Illustrated del 1949 fino al Pianeta del tesoro, lungometraggio animato di fantascienza disneyana.

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La sceneggiatura di Michele Monteleone è al solito efficace; nella sua scheda conclusiva – come pure in quella del curatore Recchioni – l’autore evidenzia come nel corso del lavoro ha deciso di concentrare il focus su Jim, non su Silver, mettendo così al centro il “romanzo di formazione piratesco” che l’opera in effetti è. L’elemento estremamente moderno è infatti la costante tensione tra il modello dei gentiluomini – dal cui mondo, pur ai bassi livelli della scala sociale della piccolissima borghesia, viene Jim – e il modello dei pirati, seducente e affascinante in mille romanzi d’avventura già prima di Stevenson (che ne scriverà forse il più grande). Jim però non sceglie nessuno dei due mondi, mantiene una sua autonomia, commette errori e conduce un percorso di maturazione individuale, non sottomesso a nessuno dei due modelli e dei due potenziali mentori, il capitano Smollett e il filibustiere Long John Silver.

Il segno di Oscar si presta bene all’evocazione del mondo della pirateria, con un segno nervoso, ondulato, molto moderno e di sintesi, vicino a certi esiti del neopop. In una serie che ha fatto il proprio punto di forza dell’uso del bianco e nero (specie nella prima stagione, dichiaratamente “gothica”), questo è un caso che sarebbe davvero interessante vedere a colori, naturalmente con un coerente gusto pop adattato alla narrazione.

 

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1.3. 20.000 Leghe sotto i mari.

 

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“20000 leghe sotto i mari”, infine, chiude il percorso con un testo in cui dall’avventura marinaresca si gemina un filone della fantascienza “avventurosa”. Avevamo prima parlato di Conrad e Nathan Never: ben più centrale, nel fumetto italiano, è il debito di Never con Nemo, tanto che questo doveva essere il primo nome (poi a suo modo anglizzato, da “Nessuno” a “Mai”), anche per dare l’idea di un prodotto più “giovane” in una Bonelli nei primi anni ’90 che rintuzzava la fantascienza “orientale” dei manga che in quei tempi invadevano le edicole (sulla scorta del trionfo dell’animazione nipponica negli ’80).

Ai testi troviamo Mauro Uzzeo, affiancato dai disegni di Francesco Francini, Valerio Befani e Fernando Proietti. Recchioni, nella sua scheda, in cui chiarisce di non amare molto Verne, sottolinea come con Nemo inizi il Verne più cupo, che troverà piena manifestazione in Robur le Conquerant (in Bonelli, ampiamente indagato da Serra: vedi qui). Uzzeo ricorda il ruolo seminale della fantascienza verniana, citando Ray Bradbury: “senza Verne non saremmo mai andati sulla Luna”. Il sogno della narrativa precede e sprona all’azione fantastica.

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Uzzeo imbastisce poi un adattamento molto fedele, secondo i principi della serie, in cui da un lato adotta una griglia più libera, più distante dalla gabbia italiana, per certi versi, per capirci, “americana”. Dall’altro, però, resta sommamente fedele a tutto quanto c’è di ottocentesco nel Nautilus, anche grazie all’utilizzo di tavole notevoli, in cui il disegno richiama l’incisione ottocentesca di molte edizioni storiche dell’opera, qui usate per le narrazioni di secondo livello.
20000 4 - CopiaAnche Nemo è colto nella sua matrice di “vengeur” ottocentesco, come denota anche la galleria di ritratti di grandi eroi dell’epoca (già presente in Verne, è chiaro), tra cui anche l’eroe risorgimentale veneziano Daniele Manin. Uomo di scienza, Nemo: ma anche Uomo dell’Ideale.

In contrasto con le vignette in stile incisorio, il segno è poi, come si può notare, molto cupo, con ricche campiture nere che scavano nei fondali marini e nell’animo del tormentato capitano.

1.4. Conclusioni.

Insomma, una seconda stagione interessante, che estende all’Avventura il discorso già avviato sull’orrore (o, ancor meglio a mio avviso, sul Gotico): esplorarne i grandi capolavori seminali, con un approccio “autoriale” (non, cioè, ovviamente, il programmatico anonimato dei vecchi “Classic illustrated”, per fortuna) ma anche strettamente connesso al lato popolare del fumetto, in cui operano professionalmente gli autori coinvolti.