Come disegnare un Empyre: intervista a Valerio Schiti

Come disegnare un Empyre: intervista a Valerio Schiti
In occasione della pubblicazione italiana del maxievento della Marvel “Empyre” abbiamo intervistato Valerio Schiti, disegnatore della mini principale.

Seppur funestata dall’emergenza Covid 19, la deflagrante maxiserie cosmica Empyre si è conclusa negli USA a fine estate per poi fare il suo esordio a ottobre 2020 anche in Italia. E l’Italia ha una parte enorme in questa storia: ad affiancare i due sceneggiatori e c’è infatti , che serie dopo serie è diventato una delle punte di diamante della , arrivando con questa saga a un punto chiave della sua crescita e della carriera artistica. Lo abbiamo intervistato sulla esperienza nel realizzare questa miniserie, sull’evoluzione del suo stile e sui suoi progetti futuri.

Empyre_2Ciao Valerio e grazie per il tuo tempo.
Vorremmo focalizzare questa intervista sul tuo lavoro su Empyre, il recente evento che ha coinvolto il cosmo Marvel, gli Avengers e i Fantastici Quattro. Partiamo con la domanda più semplice: come sei stato coinvolto nel progetto?
Ho iniziato a lavorare a Empyre grossomodo a settembre del 2019, quando ero ancora impegnato su Iron Man. Mi ha contattato l’editor Tom Brevoort per chiedermi se fossi interessato a disegnare il nuovo evento Marvel. Disegnare Iron Man era molto divertente, ancora oggi sono molto legato al personaggio, ma l’offerta era davvero esaltante, oltre a essere un traguardo importantissimo per la mia carriera, quindi è stato impossibile dire di no.

Nell’evento ritrovi Dan Slott, con cui hai lavorato proprio su Iron Man. Come è stato collaborare con lui su questi due progetti?
Dan ed io eravamo una squadra collaudata, non abbiamo avuto nessun problema a coordinarci, soprattutto nella fase preliminare, quando si trattava di studiare i personaggi e stabilire il mood di Empyre. Siamo stati in sintonia sin dal primo momento e, come era successo durante la lavorazione di Iron Man, ci mandavamo quotidianamente mail con schizzi, suggerimenti, nuovi spunti e idee. Abbiamo smontato e rimontato personaggi, veicoli, armi e ogni messaggio era un tassello in più che andava a costruire il mosaico della storia che avevamo in mente.

Come è stato invece lavorare con Al Ewing?
Avevo già lavorato con Al tempo fa, quando insieme abbiamo realizzato qualche numero di Mighty Avengers, e mi ha fatto piacere incontrarlo di nuovo, soprattutto perché negli anni è diventato uno dei miei sceneggiatori preferiti. Ammiro molto il suo lavoro perché è uno dei pochi autori in grado di bilanciare perfettamente la tradizione con l’innovazione: è un perfetto conoscitore della continuity Marvel e gli piace prendere spunto da elementi del passato, ma è sorprendente come riesca a non farsi intrappolare da questa eredità, anzi sia bravissimo a sfruttarla per creare sempre storie nuove e sorprendenti.

Cosa distingue secondo te questi due autori nello stile e nell’approccio alla sceneggiatura?
Dan generalmente è più dettagliato, scrive sceneggiature complete e ricche di dialoghi brillanti. Questo mi aiuta davvero molto quando devo lavorare sulla recitazione dei personaggi nelle sequenze più introspettive. Con Al invece abbiamo imparato che lavoriamo meglio quando alterniamo pagine con sceneggiatura completa a pagine scritte con il cosiddetto “Marvel style”, una sceneggiatura sintetica, senza indicazioni su quante vignette compongano una tavola o cosa dicano di preciso i personaggi. Questo metodo è ottimo, soprattutto quando si tratta di disegnare scene d’azione, mi lascia libero di comporre la tavola come voglio, rendendo tutto molto più fresco e dinamico. Ovviamente tutto questo presuppone un certo livello di conoscenza e fiducia reciproche!

Considerando lo sviluppo del tuo lavoro in Marvel, si resta particolarmente colpiti dall’evoluzione del tuo stile. In Empyre metti in luce un dinamismo tutto nuovo sia nella costruzione delle singole vignette che in quello della narrazione globale, oltre a dare ai personaggi il giusto equilibrio di eleganza e potenza. Quali elementi o nuove ispirazioni hanno portato a questa evoluzione?
Quando ho iniziato a lavorare a Empyre ho pensato fosse necessario “studiare” i grandi eventi Marvel del passato. Sfogliando le pagine disegnate da Stuart Immonen, Olivier Coipel, Steve McNiven e altri, ho cercato di capire quali fossero gli elementi fondamentali da inserire nelle tavole e come gestire un numero enorme di personaggi contemporaneamente. Il secondo passo è stato tradurre quello che avevo imparato e renderlo più “mio”. Sorprendentemente questo è stato il passaggio più semplice, perché è bastato seguire i miei gusti, dando peso a quello che a me sarebbe piaciuto vedere come lettore. Questo processo, soprattutto nei primi numeri, ha generato un’alternanza fra grandi inquadrature d’insieme, dove mi sono divertito a disegnare enormi astronavi o paesaggi molto vasti, e inquadrature molto ravvicinate, dove potevo mostrare bene il mio modo di disegnare i personaggi o i nuovi costumi che avevo inventato per l’evento.

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Oltre alle ispirazioni, hai anche cambiato qualcosa a livello di tecnica di realizzazione?
Rispetto ad Iron Man, che era un albo molto “pop”, con uno stile molto sintetico, per Empyre ho pensato che fosse necessario aumentare i dettagli e modificare un po’ l’inchiostrazione, per rendere le tavole più ricche e interessanti. Ho mescolato molti riferimenti cercando di coordinare tutte le diverse fonti di ispirazione in maniera coerente. I più attenti potrebbero trovare qualcosa di Toppi, o di Paquette, ma anche di illustratori più classici come J. C. Leyendecker. All’inizio è stato faticoso ma adesso è diventato molto naturale disegnare e inchiostrare in quel modo, tanto che anche lo stile dei lavori che sto facendo adesso è un’evoluzione di quello che ho imparato con Empyre.

I colori di Marte Gracia esaltano il tuo lavoro, dando ancor più rotondità ai personaggi e illuminando le scene d’azione. Come si è svolta la vostra collaborazione?
Sono stato davvero contento di lavorare con Marte, anche perché ero molto curioso di vedere come avrebbe colorato le mie tavole e devo dire che non è stato affatto deludente! Ha un talento straordinario per evidenziare gli elementi importanti e renderli davvero esplosivi, in alcuni casi aggiungendo dettagli e tridimensionalità alle parti che sono fondamentali per la narrazione. La collaborazione è stata molto naturale, con scambi di mail con idee e proposte e poi commentando insieme le tavole, man mano che il lavoro proseguiva. Mi sono trovato benissimo e sono molto contento di averlo ancora al mio fianco anche nel lavoro che sto facendo adesso dopo Empyre.

Empyre_3Quale è stato il momento della saga che ti ha più galvanizzato?
Ci sono dei piccoli momenti molto teneri all’interno di Empyre, che non voglio rivelare, e che sorprendentemente, nonostante le decine di tavole esplosive, sono proprio quelli che mi sono piaciuti di più. Spesso preferisco disegnare delle piccole scene di vita quotidiana piuttosto che delle grandi pagine d’azione, mi piace tantissimo cercare di ricordare ai lettori che in fin dei conti anche i loro eroi sono semplicemente delle persone.

E quale invece ti ha creato problemi nella realizzazione?
Di sicuro le scene di massa! Andando avanti ce ne sono state sempre di più e la miniserie, di numero in numero, è diventata sempre più complessa.

Ti andrebbe di raccontarci come nasce una tavola di questo evento, scegliendo quella che ti ha dato più soddisfazione?
Non vorrei anticipare troppo gli sviluppi di Empyre, quindi eviterei di scegliere una tavola in particolare. Diciamo che in generale lavoro molto d’istinto: sono anni ormai che leggo fumetti Marvel, credo di avere un archivio mentale enorme di soluzioni e di riferimenti, quindi dopo la lettura della sceneggiatura, risolvo sempre la tavola disegnando un layout molto abbozzato in maniera veloce, pescando da quell’archivio mentale, seguendo il mio istinto ma cercando di focalizzare l’attenzione dei lettori su uno, massimo due elementi che ritengo molto importanti. Questa è la parte più impegnativa perché è in questa fase di impostazione che si gettano le fondamenta dello storytelling. Successivamente cerco i riferimenti di cui ho bisogno, le foto delle location, le pose e gli elementi che devo disegnare come armi, vestiti e dettagli di vario genere. Sempre più spesso mi faccio anche delle foto per studiare i gesti e le espressioni dei personaggi e renderli più naturali possibile. Le matite sono relativamente abbozzate, soprattutto perché in Empyre ho lavorato molto di più sulla china, quindi è proprio quest’ultima fase quella su cui mi sono soffermato di più e che si è rivelata la più lunga.

In chiusura di ogni albo vengono presentati i disegni preparatori e gli esperimenti per il design dei personaggi. In particolare colpisce molto il lavoro fatto sullo Spadaccino e su Quoi. Quali sono stati gli elementi che hanno ispirato il design di questi due personaggi?
Entrambi sono una conseguenza della scelta di rappresentare i Cotati non come una razza di generiche piante umanoidi ma come una vera e propria civiltà. Su suggerimento di mia moglie sono partito dalle civiltà precolombiane, popolazioni poco sfruttate nei fumetti, ma riconoscibili e con un’estetica molto accattivante. Quoi rappresenta l’apice di questa cultura e il suo look appariscente e colorato serve per evidenziarlo immediatamente come il leader militare e spirituale del suo popolo. Volevo che lo Spadaccino si amalgamasse con l’estetica dei Cotati, come se l’antico Cotato che ne occupa il corpo negli anni avesse pian piano modificato il costume originale aggiungendo elementi tipici della propria cultura. Allo stesso tempo era importante che apparisse “diverso” (anche qui, non voglio fare spoiler), leggermente stonato rispetto al resto del popolo, e da qui derivano gli elementi del suo look che ricordano i conquistadores spagnoli e portoghesi.

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Sempre riguardo al design dei personaggi, sono rimasto incuriosito da Sue Storm, che ha dei tratti del voto molto particolari. C’è un qualche riferimento preciso nella realtà a cui ti sei rifatto?
Sono partito dalla Sue che ha disegnato Sara Pichelli nel suo ciclo dei Fantastici Quattro. Anzi, le ho proprio chiesto le schede dei personaggi, per utilizzare esattamente i costumi e i dettagli che aveva pensato lei. Purtroppo Sue raramente è stata disegnata con delle caratteristiche che la rendessero davvero particolare, mentre invece io volevo che lo fosse il più possibile, perché in Empyre ha un ruolo molto importante. Per fare questo ho cercato di soffermarmi sul fisico e sull’acconciatura un po’ retrò e ho ripescato un dettaglio che disegnava Sara: un piccolo neo sul labbro.

Oltre all’evento principale, hai anche disegnato uno degli one-shot conclusivi della saga, Empyre: Aftermath Avengers. Questa storia, oltre a rappresentare il vero finale di Empyre, getta uno sguardo sul futuro prossimo venturo. Sarai coinvolto in qualche modo in un progetto legato a quell’ultima, esaltante vignetta?
Abbiamo spesso ripetuto che Empyre non è un “finale”, pur portando a compimento le trame di tantissime storie Marvel del passato, ma è un trampolino verso il futuro. Empyre: Aftermath Avengers è il perfetto esempio di questa doppia natura, un albo davvero fondamentale in cui si cominciano ad intravedere le conseguenze che gli eventi di Empyre avranno sull’universo Marvel. Per adesso non mi posso sbottonare molto ma posso dire che ci saranno sviluppi colossali che porteranno a storie davvero entusiasmanti. E sì, quell’ultima vignetta è quello a cui stiamo lavorano in questi giorni con Al Ewing. Chi segue le news dagli USA ne saprà già qualcosa di più, con gli altri ne riparleremo tra qualche mese, se volete. (Schiti si riferisce a Sword, la nuova serie mutante che debutterà a dicembre 2020, n.d.r.).

Intervista realizzata via mail tra settembre e ottobre 2020

Valerio-SchitiValerio Schiti

 Dopo aver conseguito una laurea in architettura, Valerio Schiti inizia la sua carriera da fumettista in Italia lavorando per Tunuè (Mono 09) ed Editoriale Aurea (John Doe #7). Nel 2010 comincia la sua esperienza nell’industria USA per la IDW su titoli come Dungeons & Dragons: Eberron con Paul Crilley, Teenage Mutant Ninja Turtles micro series: Donatello con Brian Lynch e Tom Waltz e Battle Beasts con Bobby Curnow. Nel 2012 inizia la sua collaborazione con la Marvel su Journey into Mystery su testi di Kathryn Immonen. In seguito ha lavorato con Sam Humphries su Avengers A.I., Al Ewing su Mighty Avengers, Jonathan Hickman su New Avengers, Brian Michael Bendis su Guardians of the Galaxy, oltre a realizzare copertine per moltissime altre serie. La sua ultima fatica prima di Empyre è Tony Stark: Iron Man con Dan Slott.
Fa parte del Gentleman Kaiju Club insieme a Paolo Vilanelli, Simone Di Meo e David Messina.

 [Informazioni parzialmente adattate da: kaijuclub.tumblr.com/valerioschiti]

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