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Non chiamatelo giornalismo: Kobane calling di Zerocalcare

"Kobane calling", il nuovo libro di Zerocalcare è una testimonianza sulla situazione del popolo curdo, riuscita ma viziata dai troppi personalismi dell’autore.
Articolo aggiornato il 23/09/2017

e il mal de vivre

Non chiamatelo giornalismo: Kobane calling di ZerocalcareZerocalcare in questi anni ha saputo divertire tantissime persone grazie al suo stile narrativo fresco ed immediato, incentrato sui piccoli problemi che la vita quotidiana ci pone spesso davanti, “grandi dolori da niente” per dirla con le parole di Stefano Benni in Achille piè veloce.

L’umorismo con cui affrontava i tanti fastidi del viver comune nascondeva comunque, a volte, una vena critica che veniva direttamente dall’esperienza nei centri sociali in cui Michele Rech è cresciuto, quella volontà di ribellarsi ad uno status quo che si percepisce ingiusto, magari solo in alcuni aspetti, attraverso azioni forti e significative.

Il mal de vivre assume così contorni molto più vasti: non è solo il cinismo simpatico verso gli impicci quotidiani, ma è anche la sensazione che alcune situazioni sociali siano sbagliate e lesive dell’umanità e dei diritti umani, a cui rispondere ribadendo fermamente le proprie ragioni.

Guardare per capire

Si può vedere in quest’ottica il motivo dei due viaggi che il fumettista romano ha intrapreso, tra fine 2014 ed estate 2015, all’interno del progetto “Rojava calling”, una staffetta di solidarietà nei territori siriani per portare generi alimentari e aiuti vari al popolo curdo, che proprio in Rojava stanno promuovendo un modello di autogoverno basato sull’uguaglianza.

Zerocalcare percepisce che quanto sta succedendo in quelle zone è un evento storico e sociopolitico di grande rilievo, e allo stesso tempo non vede nei media nazionali e tradizionali la copertura adeguata di tale evento, concentrati piuttosto nel rappresentare il conflitto armato, le bombe e i blitz senza riuscire ad approfondire, discernere e far capire all’uomo comune chi sono i soggetti coinvolti e perché sono in guerra, in un calderone confuso dove non si hanno gli strumenti per poter comprendere veramente quanto sta accadendo in quella parte del mondo.

L’autore ha quindi concluso che l’unico modo per capire veramente la situazione e per poter veramente far propria la rivoluzione che sosteneva era recarsi direttamente in quei luoghi.

Non chiamatelo giornalismo: Kobane calling di Zerocalcare

Da lì a decidere di approfittarne per raccontare in due storie brevi pubblicate su Internazionale (Kobane calling e Ferro & piume) quello che ha visto il passo dev’essere stato breve, visto che la documentazione dei fatti è un altro degli obiettivi di “Rojava calling”.
Il risultato sono stati due reportage interessanti e capace di riscuotere l’attenzione di tanti lettori, ma che trovano vero e proprio compimento nel volume edito da BAO Publishing, dall’omonimo titolo Kobane calling.

In questo tomo infatti non sono solo presenti le due avventure già viste su Internazionale, ma anche una vasta cornice che inquadra meglio quei racconti e le circostanze dei due viaggi, ampliando di molto anche le esperienze vissute dal protagonista.
Il lavoro nel suo complesso assume quindi un aspetto più unitario, a dispetto comunque della classica suddivisione episodica della narrazione.

Non chiamatelo giornalismo: Kobane calling di ZerocalcareSi tratta di un resoconto piuttosto lucido e approfondito della situazione tra Turchia, Siria e Iraq, dove Zerocalcare esplica in poche vignette il contesto per poi dedicarsi soprattutto a riportare quanto visto e sentito durante la sua permanenza in quelle zone.

Una testimonianza, e in quanto tale molto personale. Risulta infatti difficile etichettare quest’opera come giornalismo in senso stretto, e in tal guisa il termine graphic journalism sembra fuori luogo.

L’autore stesso rifugge tale categoria, infatti, riconoscendo la parzialità di quanto sta raccontando, ma poi cade in alcuni escamotage come le “interviste”, pagine dallo sfondo nero per differenziarle dal resto nelle quali alcune persone parlano guardando fisso il lettore, come se fossero intervistati durante un servizio al telegiornale. Tali scene sono utili, nella loro drammaticità, a comunicare al lettore gli orrori della guerra e di quanto sta accadendo in quei territori, senza inquinarle con lo stile umoristico tipico del fumettista romano: in quest’ottica si rivelano scene potenti che colpiscono il lettore per il loro essere senza filtri, ma così facendo creano delle discrepanze con il resto del libro, creando un’ambivalenza difficile da inquadrare.

L’approccio di Zerocalcare è simile a quello di Guy Delisle, che racconta con piglio ironico quanto vede nei suoi viaggi in luoghi “difficili” del pianeta facendone una cronaca molto partecipata: ma al contrario di Delisle l’autore romano ha sempre scritto di sé e del suo mondo prima di quest’opera, e ritrovare anche qui – dove gli intenti narrativi sono ben altri – certi personalismi suona un po’ stonato.

Non chiamatelo giornalismo: Kobane calling di Zerocalcare

Maturità e trappole di stile

Kobane calling rappresenta l’apice – finora – della maturità artistica di Zerocalcare, tanto sotto il profilo narrativo quanto sotto quello grafico.

Partendo da quest’ultimo aspetto, è infatti evidente come i suoi disegni siano in costante miglioramento stilistico, con un tratto morbido e più consapevole delle proprie potenzialità, per quanto riguarda il suo tipico segno cartoonesco.
A questo si affianca uno stile più realistico, utilizzato per le fattezze di alcuni personaggi incontrati dall’autore e ai quali vuole dare una dimensione più “umana”.

Narrativamente parlando, è chiaro che Kobane calling vuol essere la dimostrazione di come il maggior fenomeno del fumetto italiano possa trattare anche tematiche di grande serietà, oltre a quelle più leggere per cui ha conosciuto la fama. L’autore si dimostra in grado di maneggiare e dare al lettore un racconto complesso in modo fruibile.

Non chiamatelo giornalismo: Kobane calling di ZerocalcareLa bravura di Michele Rech è infatti quella di aver adattato il suo registro quel tanto che basta a differenziare quest’opera dalle precedenti, non rinunciando alla sua verve comica ma attenuandola, o comunque gestendola in maniera piuttosto intelligente.
Ci sono diversi punti in cui si ride, ma è sempre una risata mediata dalla situazione, un po’ come se Zerocalcare impersonasse il nostro lato inadeguato a comprendere eventi più grandi di noi, e li affrontasse quindi con un atteggiamento goffo e fuori luogo.
A questi episodi fa però seguire una cronaca più seria dei fatti, adempiendo così all’obiettivo del libro: far conoscere a quante più persone possibili questa realtà.

Il bilanciamento tra queste due “anime” non riesce però sempre al meglio. Zerocalcare sembra infatti incapace di raccontare solamente la situazione del Rojava, la resistenza di Kobane contro l’Isis e la condizione della donna nella realtà delle Regioni Autonome, e quindi una buona parte del testo è dedicata al legame dell’autore con la sua Rebibbia, il quartiere di Roma dove vive, tema ripresentato più volte grazie alla presenza del mammut che rappresenta in qualche modo l’essenza di quel luogo secondo Zerocalcare.
Per quanto l’elemento caratterizzi fortemente il protagonista, e un confronto con la propria casa e una realtà completamente diversa come quella che ha visto possa anche avere senso, stona nel modo in cui viene proposta e soprattutto per l’insistenza.

È da notare come questi eccessi siano presenti nelle parti realizzate appositamente per il libro, mentre nei due racconti già apparsi su Internazionale il tutto era più incentrato sulla cronaca di quanto visto in quei luoghi, come se la costruzione di un affresco più complesso richiedesse il riutilizzo di certe tematiche cara all’autore.

Non chiamatelo giornalismo: Kobane calling di Zerocalcare

In generale c’è molto Zerocalcare in Kobane calling, forse troppo: dall’umorismo alle metafora prese dalla cultura pop, dall’attivismo sociale alle canzoni di gruppi come Atarassia Grop e Erode, che esprimono in musica quello stesso impegno politico.
Si avverte nel fatto che l’autore vuole comunicare quanto ha visto, quanto ha interpretato e quanto sente alle persone che lo leggeranno, perché si tratta di un argomento in cui crede molto e che vorrebbe conoscesse una certa diffusione.

Una sorta di contro-informazione rispetto a quello che solitamente giornali e televisioni ci offrono su questi fatti, e in questo senso il libro possiede un grande peso e un rilievo sociale non indifferente.

A minare però questi aspetti c’è una realizzazione fin troppo personale, filtrata quindi dalle impressioni dell’autore e dal sottomondo che gli appassionati del suo lavoro hanno imparato a conoscere, e uno squilibrio stilistico tra alcune parti che gli tolgono l’autorevolezza di un reportage e lo rendono invece una testimonianza onesta e convinta di quanto osservato, importante e di grande interesse ma giocoforza parziale.

Abbiamo parlato di:
Kobane calling
Zerocalcare
BAO Publishing, aprile 2016
261 pagine, cartonato, bianco e nero – 20,00 €
ISBN: 9 788865 436189

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