Black Adam, tutto fulmini e niente arrosto

Black Adam, tutto fulmini e niente arrosto
Il nuovo film con Dwayne “The Rock” Johnson sull'antieroe DC Comics riesce a divertire ma è segnato da lacune che gli impediscono di emergere dalla mediocrità.

black_adam_posterSono passati quindici anni da quando venne annunciato che avrebbe interpretato Black Adam sul grande schermo. Tre lustri durante i quali molto è cambiato nel panorama cinematografico legato ai personaggi e molta acqua è passata sotto i ponti. Cristopher Nolan ha terminato la sua trilogia sul Cavaliere Oscuro, L’Uomo d’Acciaio ha visto il debutto di Henry Cavill nei panni di e ha segnato quello che doveva essere l’inizio di un universo condiviso in grado di rivaleggiare con il Marvel Cinematic Universe, ci sono stati cambi di rotta, ci sono stati rimaneggiamenti, ci sono state controversie, c’è stata la Snyder Cut di Justice League.

In mezzo a tutti questi mutamenti una cosa è però rimasta immutabile: la granitica convinzione di The Rock nell’interpretare questo personaggio. La sua dedizione al ruolo era così salda da averlo portato anche a rifiutare altri ruoli offertigli dalla dirigenza Warner nel corso degli anni, come dichiarato da lui stesso, e ora, nel 2022, è stata finalmente ripagata con l’uscita nelle sale di Black Adam. Dunque, adesso che il film è disponibile e gli appassionati hanno potuto finalmente prenderne visione, la domanda che sorge spontanea è se gli sforzi dell’ex wrestler e del regista siano valsi la lunga attesa. Bè, la risposta non è esattamente affermativa.

Essenzialmente, pur non potendo essere definito brutto, Black Adam è un film incredibilmente mediocre. Anzi, perfettamente mediocre, si potrebbe dire. Nel senso che sembra quasi che regista e sceneggiatori abbiano appositamente seguito una ricetta per creare l’esempio da manuale di cinefumetto destinato a scomparire in mezzo alla moltitudine di prodotti simili che oggigiorno vengono prodotti a ciclo continuo.

Più che un film, un costosissimo compendio di cliché. Introduzione prolissa e logorroica che condensa la backstory? C’è. Narrazione che ruota attorno all’inseguimento di un MacGuffin dai poteri ultraterreni? C’è. Comprimari senza altri tratti distintivi se non quelli dati loro dai rigidi archetipi nei quali sono incasellati? Ci sono. Antagonista la cui caratterizzazione ridefinisce il significato del termine “piatto”? C’è. Scontro finale contro un mostro di CGI al comando di un’orda di minion senza volto? C’è. Per un breve momento è presente perfino il tradizionale raggio d’energia verso il cielo che preannuncia sventure, un grande classico.

Come i vari trailer lasciavano intendere, il film è costruito prevalentemente attorno a un team up tra il protagonista e la Justice Society of America, il gruppo di eroi qui alle dipendenze di Amanda Waller. L’incontro, di per sé, viene gestito con estrema prevedibilità, laddove la classica e ormai un po’ ridondante struttura dei team up fumettistici (scontro senza esclusione di colpi all’inizio, per poi appianare le proprie divergenze e allearsi contro un nemico comune) viene riproposta pedissequamente, senza alcun tentativo di vivacizzarla con qualche twist inaspettato. Al di là di questo, però, è nei personaggi coinvolti in tale team up che risiede forse la maggior debolezza del film.
Non tanto in Black Adam, in realtà, che anzi risulta nel complesso un protagonista convincente. Merito soprattutto di The Rock, perfettamente a suo agio nella parte, e del carisma che riesce a infondergli ma anche di una backstory assolutamente funzionale nel delineare le sue motivazioni e nel porre le basi per il suo sviluppo come personaggio. Ovvio, niente di troppo complesso (stiamo pur sempre parlando di un blockbuster supereroistico per le masse) ma nondimeno apprezzabile.

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Sono invece i quattro membri della JSA il vero punto dolente, nonostante qualche interpretazione apprezzabile. come Hawkman è piuttosto convincente nella parte del leader tutto d’un pezzo e soprattutto riesce a trasporre perfettamente sullo schermo tutto il carisma e la saggezza del Dr. Fate, finendo per rubare costantemente la scena ai compagni. Molto più anonimi e macchiettistici Atom Smasher e Cyclone, interpretati rispettivamente da e .
Il problema fondamentale, però, sta nella loro scrittura, che definire monodimensionale è un eufemismo. Sono personaggi che letteralmente non sono definiti da nient’altro che non sia l’essere dei supereroi. Non viene mostrato alcuno stralcio della loro vita al di fuori della squadra, non viene minimamente approfondito il loro passato o le loro motivazioni e anche quei fugaci accenni vengono immediatamente accantonati in tutta fretta. Una mancanza di tridimensionalità tale che rende addirittura difficile percepirli come persone ma tuttalpiù come burattini al mero servizio del plot.

L’ovvia ma infelice conseguenza di una tale piattezza nella caratterizzazione è che il coinvolgimento emotivo che il film vorrebbe suscitare in determinate situazioni che vedono coinvolti questi personaggi viene completamente meno.
Per esempio, tutto il primo atto è incentrato sul conflitto tra Black Adam e la JSA, dove in particolare viene imbastita una vera e propria rivalità fra l’antieroe interpretato da Dwayne Johnson e Hawkman. Tuttavia non viene fornita alcuna spiegazione sulle ragioni personali che spingono gli eroi ad agire o sul perché Hawkman sia tanto zelante nell’obbedire agli ordini del governo americano, e quindi il conflitto stesso perde di credibilità. Lo spettatore deve limitarsi a prenderlo come un dato di fatto ma non ne è minimamente coinvolto.
Ciò è ancor più lampante in occasione di un tragico sviluppo che avviene nella parte finale del film, ma entrare più nel dettaglio vorrebbe dire fare spoiler. Basti sapere che dovrebbe teoricamente essere un momento di forte trasporto emozionale ma, a causa del mancato approfondimento umano dei personaggi, risulta in realtà di scarso impatto.

Come accennato in apertura, Black Adam si conforma al non rimarchevole standard dei cinefumetti contemporanei anche per quel che riguarda la completa trascurabilità del villain, tale Ishmael Gregor, interpretato da Marwan Kenzari. Non solo si tratta del classico antagonista cattivo per essere cattivo, dalla personalità inesistente e dall’analoga presenza scenica, che scompare dalla memoria dello spettatore non appena questi mette piede fuori dal cinema. Ma è un villain che non funziona anche perché la motivazione che dovrebbe giustificare il suo agire viene fornita troppo tardi e senza alcun tipo di set up pregresso, il che la fa apparire posticcia e poco verosimile.
Concretamente, la causa che lo muove è riconducibile al fatto che è un discendente dell’antico re del Kahndaq ucciso da Black Adam, desideroso di ottenere il potere che crede gli spetti per diritto di nascita. Peccato che non sia presente neanche una singola scena in tutto il film che accenni alla discendenza del re del Kahndaq come a un elemento che abbia una qualche rilevanza ai fini della trama e da tenere in considerazione.

E alla fine il conflitto con il cattivo di turno si tramuta in quello che è un altro grande classico dei blockbuster supereroistici degli ultimi anni: la scazzottata finale contro il mostro di CGI nel terzo atto. Ora, il problema, in questo caso, è lo stesso che accomuna quasi tutti i “boss finali” da cinecomic di questo tipo: viene introdotto di punto in bianco alla fine del film, senza che al pubblico sia stato fornito alcun punto di riferimento per determinarne la pericolosità (che poteri abbia, quale sia il suo livello di forza) e senza che ci sia alcun legame tra lui e i buoni contro cui combatte. Pertanto lo scontro che ne risulta appare del tutto impersonale, privo di tensione e manchevole di qualunque incentivo per il quale chi guarda dovrebbe sentirsi coinvolto nell’azione. In breve, cacofonia visiva e nulla più.

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Altro triviale errore che commettono spesso le produzioni hollywoodiane dalla scrittura approssimativa e dal quale Black Adam non è esente è quello di contravvenire a una delle più basilari regole dello storytelling, “show, don’t tell. In breve, un’informazione viene recepita da chi fruisce di un’opera in maniera molto più marcata e appare molto più credibile se supportata da un riferimento visivo, anziché essere semplicemente comunicata a parole.

Nel caso specifico questa leggerezza la si ritrova nel modo in cui viene raccontato il contesto sociale che fa da sfondo alle vicende. Praticamente per tutto il film viene detto, con una certa insistenza, che il Kahndaq è un paese che vive sotto il giogo dell’oppressione, martoriato dal regime totalitario instaurato dall’Intergang. Non viene però mai mostrato in cosa consista concretamente tale regime, non vengono mai mostrate le conseguenze che esso ha nella vita quotidiana dei cittadini o le ingiustizie che questi devono subire. In sostanza, viene detto allo spettatore che dovrebbe empatizzare per il popolo del Kahndaq ma non gli vengono fornite le basi da cui far germogliare questa empatia. Di nuovo, ci si aspetta che la questione venga accettata come un dato di fatto. Il che diventa poi particolarmente palese in una scena, verso la fine, in cui le persone comuni, stanche di essere soggiogate, decidono di unire le forze e ribellarsi contro l’ennesimo tiranno che vorrebbe rendere schiavo il loro paese. Dovrebbe essere un momento emozionante, d’ispirazione, ma che invece appare vuoto perché il pubblico non ha neanche idea di chi siano queste persone, non ha sviluppato alcun legame con esse e, in definitiva, non ha ragione di provare interesse per le loro sorti.

Ma non tutto si merita una bocciatura. Dove Black Adam riesce a compiere egregiamente il proprio dovere è sotto il profilo del puro intrattenimento. Il ritmo è incalzante e non si ha mai il tempo di annoiarsi. Certo, i momenti per tirare il fiato ci sono ma danno sempre la sensazione che il regista sia ansioso di concluderli quanto prima per poter passare alla scena d’azione successiva.

Anche la regia, dal canto suo, è piuttosto efficace. Nulla che si discosti troppo dallo standard per questo genere di film, però è apprezzabile l’impegno messo dal regista nel cercare di vivacizzare i combattimenti con qualche trovata d’effetto (vedasi il gioco di riflessi nell’elmo del Dr. Fate durante lo scontro finale).
Riuscito anche l’accompagnamento musicale, opera di Lorne Balfe, che offre diverse tracce davvero evocative.

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C’erano delle discrete aspettative attorno a Black Adam. In mezzo ai recenti stravolgimenti che hanno interessato la ., tra ristrutturazioni interne e avvicendamenti ai vertici dell’azienda, il film con Dwayne “The Rock” Johnson viene da molti visto come un punto di svolta, uno spartiacque tra il vecchio modo di gestire la divisione cinematografica della DC e la nuova, radiosa era plasmata dalle sapienti mani di , da poco nominato capo dei neonati DC Studios insieme a Peter Safran. Se la scommessa della Warner si rivelerà vincente solo il tempo potrà dirlo. Per il momento bisogna riconoscere che l’entusiasmo attorno all’ultimo progetto DC per il grande schermo non è del tutto giustificato. Ciò che il film offre è un intrattenimento grossolano, da cartone animato, dove nulla di ciò che appare sullo schermo ha altra possibile interpretazione se non quella letterale e ogni pretesa di ricercatezza è bandita. Se lo si approccia consapevoli di ciò e lo si prende come divertissement fine a sé stesso, allora è anche capace di dare soddisfazioni. Per il resto, però, è difficile non considerarlo come un’occasione sprecata.

Abbiamo parlato di:
Black Adam
Regia di: Jaume Collet-Serra
Storia di: Adam Sztykiel, Rory Haines e Sohrab Noshirvani
Con Dwayne Johnson, Pierce Brosnan, Aldis Hodge, Marwan Kenzari
Warner Bros., 2022
Live action, 124 minuti

6 Commenti

6 Comments

  1. Dave

    6 Novembre 2022 a 19:51

    Invece è tanto arrosto. Disaccordo. Per me è davvero di alto livello.

    • la redazione

      7 Novembre 2022 a 08:34

      La critica espressa è motivata. Detto questo, ben venga se a te è piaciuto! :-)

  2. Claudio Desole

    9 Novembre 2022 a 12:14

    Ma fattevi da parte con queste critiche, il film è bellissimo e da appassionato della DC comics vi dico che il film e pure più bello di molti della Marvel. State sempre a Buttare sentenze e cercare di fare critiche su film che piacciono a tutti grandi e piccoli. Disaccordo e bocciò pienamente questo Articolo.

    • la redazione

      9 Novembre 2022 a 15:20

      Sinceramente, la polarizzazione dei giudizi in “tutto bellissimo” o “tutto una merda” la lasciamo agli altri. Il pezzo parla dei limiti del film e anche delle cose positive, e non è una bocciatura tout court, oltre a essere ampiamente motivata, e senza voler essere la verità assoluta ma il punto di vista del recensore, sottoposto a confronto redazionale.
      Non crediamo che l’amor proprio di nessuno dovrebbe risentirne se un’opera che ha apprezzato non piace ad altri o se evidenzia delle criticità. Anzi, trovare i punti meno convincenti anche nei film, nei libri o nei fumetti che ci piacciono aiuta a conoscerci meglio e a capire meglio le opere stesse. È un esercizio che consigliamo vivamente.

      • Docio

        11 Novembre 2022 a 08:00

        Io credo che quando si vede un film del genero sia solo masochistico avere un approccio intellettuale.
        È un film da ragazzi.

      • la redazione

        11 Novembre 2022 a 10:00

        L’approccio è quello di uno spettatore consapevole, definirlo “intellettuale” ci sembra un po’ eccessivo (anche se non vediamo come sarebbe deleterio in ogni caso farlo). Una recensione sottolinea pregi e difetti, poi uno decide quanto questi abbiano un peso per i propri gusti. Una recensione non è un post su Facebook o un Reel, è un tentativo di analisi. Se uno non la vuole leggere, non la legga.

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