Arte, perchè?: la risposta di Eleanor Davis

Arte, perchè?: la risposta di Eleanor Davis
Eleanor Davis ci accompagna in un viaggio metafisico sul concetto di arte e soprattutto sul suo ruolo.

DavisArte_CoverIn quanti nel tempo hanno tentato di definire il concetto di arte? Alcuni sono partiti dall’esperienza dei creatori, altri da quella dei fruitori. In molti hanno tentato di categorizzarne i vari tipi a partire da quella figurativa, e poi via via attraverso le arti letterarie, le arti performative, e così dicendo. A loro volta queste sono state ulteriormente incasellate, come per la necessità di definire le zone di luce entro le quali ciò che sta dentro è arte, il resto no.

Qualcuno che forse si era stancato di tutti questi dibattiti ha cercato di allargare le maglie della rete per far entrare molta più “arte” in una definizione:

“L’arte è tutto ciò che gli uomini chiamano arte. Questa non è, come qualcuno potrebbe credere, una semplice battuta d’entrata, ma, piuttosto, forse, l’unica definizione accettabile e verificabile del concetto di arte.”



Se  e Dino Formaggio, autore di questa frase, si siano mai conosciuti, incontrati e parlati non è dato sapere, ma sicuramente c’è una certa attinenza tra le riflessioni del filosofo e critico d’arte e l’ultimo lavoro della fumettista statunitense. Con Arte, perché?, infatti, Davis si propone un compito non facile: non solo creare un percorso esplorativo sull’arte che risponda a cosa essa sia, attraverso domande tecniche quali come si fa arte, dove e quando la si fa e chi la fa, ma inserire questo processo in una riflessione esistenziale che risponda alla domanda più difficile, più filosoficamente complessa, poiché legata indissolubilmente alla vita stessa: perché si fa arte?

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Il libro, edito in Italia da , non è identificabile come una propriamente detta: troviamo illustrazioni, didascalie, testo in poesia, fumetti. Per rispondere alla domanda del titolo, ma anche a tutte le domande che l’arte pone, Davis sceglie di dividere l’opera in due parti nette, apparentemente non connesse tra loro. Nella prima l’autrice sceglie un registro a metà tra testo accademico e il libro per bambini per spiegare alcuni elementi basilari dell’arte figurativa.

Il modo di procedere è caratterizzato da paradossi, in cui spesso le figure disegnate, definite da linee nere sottili che lasciano bianchi a tutta pagina, e le parole atte a spiegarne l’essenza assumono significati diversi, guidando chi legge verso risposte inaspettate. In molti casi questi passaggi risultano anche piuttosto divertenti proprio perché si ha ogni volta come l’impressione di essere turlupinati dall’autrice, che sfrutta l’ironia per costruire un discorso anticlimatico e paradossale. In questa prima parte la risposta al perché si fa arte sembra essere contenuta in una questione più tecnica, nell’atto stesso della creazione intesa come espressione della manualità umana per produrre qualcosa fuori di sé, camminando sul confine tra arte e artigianato.

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Partendo da queste piccole definizioni in pillole e aggiungendo via via nuovi elementi, Davis arriva a parlare di dove e quando si fa arte (ovvero le mostre), ma anche di come si fa arte, passando dall’arte figurativa a quella concettuale e performance art, per arrivare poi a parlare degli artisti e del loro mondo. L’autrice sembra quindi voler in qualche modo destrutturare il concetto di arte dalla sua accezione più fisica, per superarlo e renderlo in qualche modo accessibile anche a chi forse con l’arte ha poco a che fare, spiegandone anche i meccanismi interni.

Arrivati a questo punto, però, il volume assume improvvisamente una struttura narrativa che abbandona il tono saggistico: il racconto di come un collettivo di artisti si trovi a dover organizzare una mostra e di come questa venga distrutta da una catastrofe è lo spunto per raccontare come l’arte sia legata a doppio filo alla vita delle persone, siano essi creatori o fruitori. Le tematiche iniziano quindi a farsi più complesse, mentre il ritmo narrativo accelera e l’espressività dei disegni diventa sempre più intensa: l’entrata in scena del creatore pone al centro la riflessione millenaria sul rapporto (e la distanza) tra arte e artista, sul tentativo di quest’ultimo tentativo di farsi demiurgo e creare la vita all’interno della sua opera.

Opera che diventa quindi un micro universo – perfettamente rappresentato dall’arte minore dei Portaombre, piccole costruzioni di carta che ricreano interni di abitazioni ma anche veri e propri mondi in miniatura- su cui avere totale controllo e in cui riprodurre una realtà che è tanto fisica, quanto interiore (una riflessione che per impostazione ricorda molto il film Synedoche, New York di Charles Kaufman). In un crescendo di drammaticità, quello che era partito come ironico pamphlet diventa riflessione sull’impatto emotivo dell’arte, sulla sua capacità di raccontare tanto il bello quanto il brutto della vita, e anzi di avere un’influenza attiva su di essa. E non su una singola vita, ma su molte altre: ciò che viene esperito dalle persone può essere in qualche modo interpretato dall’arte, quando quest’ultima se ne fa carico, lo rappresenta in maniera astratta consentendo quindi allo stesso oggetto/performance di racchiudere un’infinità di interpretazioni e di rappresentare molteplici vite.

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La congiunzione di questi elementi e queste riflessioni porta nel finale a un crescendo narrativo e drammatico, che sembra finalmente dare una risposta al quesito principale, rimasto finora irrisolto: nelle ultime, travolgenti doppie splash page, una gigantesca Dolores, performer artist e , di fatto, di Davis stessa, irrompe nel mondo del Portaombre ricreato da una Dolores più piccola e dai suoi colleghi. Mentre tutto intorno a loro crolla e viene distrutto, l’autrice chiede, con voce stentorea e implorante al tempo stesso, di mostrare a tutti come salvarsi dalla catastrofe, come trovare il coraggio per salvarsi. È forse questa la risposta al perché si fa arte? Uno strumento che non faccia rifuggire dalla realtà per trasferirsi in un’altra, ma in questa trovare il coraggio di affrontare e salvare quella esterna?

Chiudendo l’ultima pagina di questo libro, di dimensioni tascabili grande come un palmo, il lettore ritrova tutto il mondo creato da Davis nella propria mano e può decidere cosa farne, proprio come Dolores con l’universo del Portaombre già nella copertina dell’opera. Il volume diventa quindi oggetto simbolico che è esso stesso parte della riflessione di Davis, da cui possono essere estrapolati molteplici significati. Un libro che sfida il lettore, che lo trascina in un viaggio metafisico che non offre risposte, ma che offre spunti stimolanti facendo le domande giuste.

Abbiamo parlato di:
Arte, perché?


Traduzione di Elisabetta Mongardi
, 2021
200 pagine, brossurato, bianco e nero – 19,50 €
ISBN: 9788867833399

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