{"id":1621,"date":"2019-01-19T16:50:41","date_gmt":"2019-01-19T15:50:41","guid":{"rendered":"https:\/\/www.lospaziobianco.it\/alcaffedelcappellaiomatto\/?p=1621"},"modified":"2019-01-19T16:16:43","modified_gmt":"2019-01-19T15:16:43","slug":"topolino-3295-lo-scatto-di-soppiatto","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.lospaziobianco.it\/alcaffedelcappellaiomatto\/topolino-3295-lo-scatto-di-soppiatto\/","title":{"rendered":"Topolino #3295: Lo scatto di soppiatto"},"content":{"rendered":"

Fotografare \u00e8 porre sulla stessa linea di mira la mente, gli occhi e il cuore. \u00c8 un modo di vivere. ((Il mondo di Robert Doisneau<\/em><\/a>.))
\n– Henri Cartier-Bresson<\/p><\/blockquote>\n

Giusto settimana scorsa<\/a> temevo che il #3295 sarebbe stato un numero mediocre al pari del #3294 salvato solo dalla conclusione di Orgoglio e pregiudizio<\/em>, e invece la redazione riesce a proporre storie di buona qualit\u00e0 e forse non \u00e8 un caso che il sommario sia costituito da appena 5 fumetti rispetto ai 6 canonici dell’ultimo periodo. In questa ricchezza spicca il nuovo racconto della serie La storia dell’arte di Topolino<\/em>.<\/p>\n

Su e gi\u00f9 per Parigi<\/h2>\n

\"\"L’azione si svolge a Parigi nel 1931: il fotografo Mickey Mouseau e il suo amico Pippus La Cloche, appassionato automobilista (pi\u00f9 o meno) sportivo iniziano la storia alla ricerca di un buon modo per realizzare una foto pubblicitaria proprio su un’auto sportiva. I guai, con l’epigono di Pippo, arrivano ben presto, insieme con il licenziamento, cos\u00ec Mickey decide di arricchire il suo portfolio di scatti presi un po’ di soppiatto in giro per la citt\u00e0, foto che ne raccontano la vita attraverso gli attimi. La vicenda viene complicata da un ladro imprevisto che ruba il portfolio di Mickey che sarebbe dovuto servire al fotografo per provare a ottenere un lavoro presso il pi\u00f9 prestigioso studio fotografico di Parigi.
\nE’ evidente come nella storia a farla da padrone sia la passione di Roberto Gagnor<\/strong> per la fotografia e per un certo modo di cercare e costruire gli scatti, basato pi\u00f9 sull’ispirazione del momento che non su una particolare ricercatezza e composizione. In questo senso la materia si presta ottimamente per essere rappresentata al meglio con una storia dal ritmo serrato che si prende i momenti di stasi esattamente negli istanti degli scatti di Mickey, rappresentati con una colorazione in bianco e nero per riprendere le fotografie dell’epoca. Detto ci\u00f2, avere un articolo di approfondimento, come avvenuto per le storie precedenti, sarebbe stato dunque molto utile, in particolare per il lettore pi\u00f9 giovane.
\nDa rilevare, poi, l’ottima prova di Luca Usai<\/strong>, il cui stile risulta particolarmente dinamico ed efficace nella gestione delle espressioni probabilmente grazie all’esperienza acquisita per la sua collaborazione a Duck Tales<\/em>.<\/p>\n

Carpe diem<\/em><\/h2>\n
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A sinistra Mickey Mouseau, a destra Robert Doisneau<\/figcaption><\/figure>\n

Henri-Cartier Bresson<\/strong><\/a> \u00e8 stato uno dei pi\u00f9 grandi fotografi francesi, se non del mondo, del XX secolo. Definito l’occhio del secolo<\/em>, \u00e8 considerato pioniere del fotogiornalismo e teorico dell’istante decisivo. Fu una foto di Martin Munkacsi<\/strong> vista nel 1931 a far scattare in Bresson la passione per la fotografia: e cos\u00ec inizia a girare per la citt\u00e0 per catturare gli istanti della vita dei parigini.
\nNon \u00e8 l’unico che inizia quest’opera creativa. A seguirlo in questo percorso arriva Robert Doisneau<\/strong>, fotografo parigino omaggiato da Gagnor ne Lo scatto di soppiatto<\/em>.
\nDoisneau aveva lavorato per anni come fotografo ufficiale della Renault: scatti sostanzialmente statici e perfetti, con poche divagazioni, come ad esempio la fotografia di un’operaia al lavoro. La collaborazione con la nota azienda automobilistica termin\u00f2 nel 1939, dopo l’ennesimo di numerosi ritardi. Trov\u00f2 ben presto lavoro presso la Rapho<\/em>, agenzia fotografica per la quale lavor\u00f2 per tutto il resto della sua carriera.<\/p>\n

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L’interpretazione di Luca Usai (a sinistra) dello scatto di Robert Doisneau (a destra)<\/figcaption><\/figure>\n

E questo cambio di lavoro da anche una svolta decisiva alla sua carriera e alla sua ricerca artistica. Doisneau, per\u00f2, non cerca a tutti costi l’arte n\u00e9 la perfezione tecnica, ma qualcosa di pi\u00f9 semplice e diretto, come racconta egli stesso in questo passo:<\/p>\n

Quello che io cercavo di mostrare era un mondo dove mi sarei sentito bene, dove le persone sarebbero state gentili, dove avrei trovato la tenerezza che speravo di ricevere. Le mie foto erano come una prova che questo mondo pu\u00f2 esistere. ((Robert Doisneau: la meraviglia del quotidiano<\/em><\/a>.))<\/p><\/blockquote>\n

Diventa, allora, curioso come la sua foto pi\u00f9 famosa, il Bacio davanti all’Hotel De Ville<\/em>, la cui versione disneyana<\/em> chiude Lo scatto di soppiatto<\/em>, non ha nulla di spontaneo, ma, come \u00e8 costretto a dire lo stesso fotografo a causa di una coppia che decenni dopo diceva di essersi riconosciuta ma di non aver concesso il permesso per la foto, in realt\u00e0 i due amanti sono Fran\u00e7oise Bornet<\/strong> e Jaques Carteaud<\/strong> che si erano messi in posa per Doisneau ((Il mondo di Robert Doisneau<\/em><\/a>.)).<\/p>\n

Come funziona una macchina fotografica<\/h2>\n

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Camera oscura – via commons<\/a><\/figcaption><\/figure>La tecnologia ha fatto passi da gigante, riuscendo a compattare sempre pi\u00f9 le fotocamere<\/a>, ma sempre con una linea guida fondamentale: il principio della camera oscura<\/a><\/em>. Descritta da Aristotele<\/strong> nel IV secolo a.C., venne successivamente studiata dall’arabo Alhazen<\/strong><\/a>, i cui trattati, giunti in Europa grazie alle traduzioni di Erazmus Ciolek Witelo<\/strong>, conosciuto come Vitellione<\/em>.
\nFondamentalmente una camera oscura \u00e8 una scatola chiusa con un piccolo foro su una delle facce. Da questo foro entra la luce che va a colpire la parete opposta dove vengono proiettate le immagini che si trovano all’esterno della scatola, ma capovolte. La nitidezza delle immagini \u00e8 inversamente proporzionale alle dimensioni del foro. Inoltre tutte le immagini risultano a fuoco, anche se ci\u00f2 comporta che non si possano fotografare oggetti in movimento.
\nOvviamente nelle macchine fotografiche il foro \u00e8 stato sostituito da un obiettivo e da una serie di sistemi di controllo che permettono la messa a fuoco dell’immagine, l’apertura dell’ottica e il tempo di esposizione.
\nQuella che in qualche modo potremmo considerare come una sorta di prima macchina fotografica (o pi\u00f9 correttamente sua antesignana) \u00e8 la camera nota come daguerreotype<\/em> costruita nel 1839 da Susse Fr\u00e8res<\/strong>, che per\u00f2 era un dispositivo abbastanza fastidioso da portarsi dietro. La prima miniaturizzazione arriv\u00f2, per\u00f2, abbastanza presto quando nel 1913 Oskar Barnack<\/strong> costru\u00ec la prima Leica che utilizzava una pellicola da 35 mm per fissare le immagini. La commercializzazione di queste nuove macchine fotografiche arriv\u00f2, per\u00f2, solo dopo la prima guerra mondiale: dopo una serie di test condotti tra il 1923 e il 1924, le prime Leica vennero vendute nel 1925.
\nNel frattempo, nel 1860 Thomas Sutton<\/strong> aveva inventato un sistema di specchi mobili che permetteva di vedere qual’era l’inquadratura di un obiettivo. La scatola costruita da Sutton, in pratica una reflex<\/em>, era particolarmente ingombrante, quindi anche il sistema si rivelava particolarmente utile per fotografare immagini in movimento, non ottenne mai il successo fino a che la ditta tedesca Ihagee<\/em> non progett\u00f2 nel 1932 il primo modello compatto di reflex<\/em>, che venne successivamente commercializzato nel 1936. Praticamente coeva alla reflex<\/em> della Ihagee c’\u00e8 anche quella sviluppata tra il 1934 e il 1935 in Russia dalla Gosudarstvennyi Optiko-Mekhanicheskii Zavod<\/em>.
\nDa allora a oggi la fotografia ha attraversato due nuove rivoluzioni: la miniaturizzazione estrema, che ha permesso di avere delle camere, anche di buon livello, come dotazione standard<\/em> degli smartphone<\/em>, e tutta una serie di software<\/em> di post-produzione che permettono di ridurre i tempi del
fotoritocco<\/a>, una serie di tecniche di manipolazione digitale delle immagini sviluppate negli anni Sessanta del XX secolo da istituti e laboratori come il JET della NASA, il MIT, i laboratori Bell, l’universit\u00e0 del Maryland e altri.
\nL’attenzione, dunque, \u00e8 tornata come mai prima proprio alle idee di Bresson e Doisneau: la cattura dell’attimo e il racconto di una storia. Ricorda qualcosa?<\/p>\n

La recensione completa del numero verr\u00e0 pubblicata domenica su DropSea<\/a><\/em><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"

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