Topolino #3339: Foglie rosse

Topolino #3339: Foglie rosse

Con un finale emozionante, ma anche in qualche modo aperto si conclude Foglie rosse, saga in quattro puntate che ha segnato l’esordio di Claudio Sciarrone anche ai testi di una storia disneyana. L’ultima pagina del quarto episodio promette almeno una seconda saga delle avventure di Tip e Tap, della loro banda e dei loro nuovi amici extraterrestri. Vediamo, però, come è andata in questo primo gruppo di storie.

Nipoti con la valigia

Vignetta d’esordio di Tip e Tap

Ambientata nella stagione autunnale, Foglie rosse può essere considerata in prima battuta l’equivalente delle ultime due saghe di Bruno Enna, Il grande gioco geniale e soprattutto Tre paperi in gioco. Sciarrone, infatti, focalizza la sua attenzione su Tip e Tap, i due nipoti di Topolino, costruendo intorno a loro un gruppo di amici con i quali hanno messo in piedi una piccola rock band. Peraltro, in questa saga, viene anche citato X-Music, talent show dal titolo simile a quello che dovrebbe essere protagonista proprio della prossima saga di Enna, lasciando così nel lettore ben più di un sospetto che le due operazioni siano in qualche modo collegate.
D’altra parte i due nipoti di Topolino sono stati molto più trascurati rispetto a Qui, Quo, Qua: mentre questi ultimi sono sempre presenti nella casa di Paperino, nel caso di Tip e Tap la loro presenza è molto più casuale, probabilmente per via degli esordi di questi due personaggi.
I due piccoli topi esordiscono nella tavola domenicale di Floyd Gottfredson del 18 settembre del 1932 in una serie poi nota come Il ritratto di Minni che si conclude il 6 novembre di quello stesso anno. All’inizio sono i figli della vicina di Topolino, la signora Fieldmouse. Successivamente questa diventa la sorella di Topolino, acquisendo il nome di Amalia nella traduzione olandese delle striscie di Gottfredson per poi diventare Amelia una volta “ritornata” a casa. Ad ogni buon conto il fatto di avere il genitore raggiungibile ha, in effetti, reso possibile la sparizione di Tip e Tap dalla casa di Topolino, anche se questa informazione nelle storie italiane è sostanzialmente scomparsa.

Tra Spielberg e King

Torniamo alla storia di Sciarrone: il disegnatore milanese, a differenza di Enna, realizza una storia fantascientifica a metà strada tra Steven Spielberg e Stephen King, con, però, quel pizzico di ironia tipicamente disneyana. Una razza di rettili intelligenti con tre occhi, gli Sgharooz, ha conquistato un pianeta popolato da pacifici scienziati, costringendoli a costruire un ponte quantistico che permetta loro di andare dal loro pianeta attuale, una fredda roccia ormai completamente consumata, a un pianeta più ricco di risorse: la Terra.
Uno degli scienziati, che sembrano una versione disneyana dei guardiani di Oa, riesce a fuggire con un pezzo del ponte quantistico, costituito da silicio dalla colorazione rosata, approdando sulla Terra. Qui entra in contatto con la banda di Tip e Tap: il gruppo inizia un percorso per capire come aiutare il popolo di Phil, questo il nome in codice dello scienziato dalle fattezze adolescenziali, e al tempo stesso salvare la Terra dall’imminente invasione.
Come ovvio, la storia si conclude con un lieto fine, ma indipendentemente da ciò, o dalla chiusura aperta che promette un ritorno di Phil e compagni, questa prima prova di Sciarrone come autore completo può considerarsi un piccolo successo: pur se il ritmo non è mai realmente serrato, la storia ha comunque tenuto desta l’attenzione del lettore grazie da un lato alla vicenda lontano dalla Terra, con gli Sgharooz, al tempo stesso minacciosi ma anche parodistici attori, e dall’altro con le avventure di Phil sul nostro pianeta, alla scoperta di una cultura diversa. Nel complesso il risultato finale ricorca molto Ray Bradbury, in particolare quello di storie del brivido come Il popolo dell’autunno o L’albero di Halloween.
E’ importante, comunque, far notare come Sciarrone, scegliendo un popolo di scienziati, si fa portavoce di una visione pacifica della scienza, senza dimenticare che all’autore è bastata una semplice battuta, nel terzo episodio, per caratterizzare perfettamente Phil:

Ricercare e sperimentare è nella mia natura!

Il silicio nell’universo

Come detto, il silico gioca un ruolo fondamentale nella storia di Sciarrone. Vediamone alcune proprietà.
Con numero atomico 14, il silico è l’elemento chimico subito sotto al carbonio e ne condivide una struttura molto simile, anche se leggermente più compatta. Non a caso in molti romanzi di fantascienza vengono considerate forme di vita basate sul silicio e non sul carbonio, come quelle che conosciamo sul nostro pianeta. In questo caso presenta alcuni inconvenienti che lo rendono meno efficace del carbonio, ma ad ogni modo, strettamente parlando con il soggetto di Foglie rosse, in cui la Terra è sotto la lente d’interesse degli Sgharooz, il silicio è presente nella crosta terrestre con una percentuale di circa il 27.7% e dopo l’ossigeno è il secondo elemento più abbondante. E’ molto probabile che pianeti rocciosi possano avere un’abbondanza di silicio simile a quella della Terra, considerando che l’ammasso della Vergine presenta un’abbondanza molto simile a quella del nostro Sistema Solare(2, 3).
Una delle caratteristiche che il pezzo di silicio che Phil porta sulla Terra è quello di attivarsi al suono della musica, in particolare del rock suonato dalla banda di Tip e Tap. E’ interessante, in questo caso, osservare come negli anni scorsi sono stati comunicati i risultati di alcune ricerche che legano il comportamento del silicio proprio con le vibrazioni: ad esempio nel 2009 un gruppo di ricerca del Caltech ha affermato di essere riuscito a costruire una microbarretta di silicio in grado di convertire la luce in vibrazioni e viceversa, mentre nel 2017 un gruppo di ricerca australiano dell’università del Queensland sembra sia riuscito a ottenere un chip al silicio in grado di ricavare energia dalle vibrazioni (oltre ad aver sviluppato un sistema per utilizzare gli algoritmi quantistici sui chip al silicio).
Indipendentemente dalle effettive verifiche sperimentali su queste ricerche (non mi sono messo a cercarle), vorrei anche osservare che i cristalli di silicio utilizzati per il ponte quantistico hanno una forma esagonale (anche se non regolare), come la struttura cristallina del carburo di silicio, un materiale ceramico composto da silicio e carbonio. Questo composto ha una durezza molto elevata, intermedia tra il corindone e il diamante, e per questo è uno dei materiali superduri a noi noti. Inoltre, pur essendo molto raro sulla Terra, è molto diffuso nello spazio, dove si trova all’interno della polvere stellare che si trova intorno alle stelle ricche di carbonio. Dunque non è così strano che lontano dalla Terra sia stato possibile costruire un ponte quantistico(4).

Zona abitabile

Visto che Foglie rosse si occupa di altre razze intelligenti nell’universo (ovviamente in questo caso si trascura il fatto che è impossibile riuscire a viaggiare istantaneamente tra punti molto distanti del cosmo), ha senso provare a capire cosa è la così detta zona abitabile di cui spesso si parla quando vengono comunicate scoperte di pianeti extrasolari.
Una sua possibile definizione è la seguente:

Per zona abitabile si intende quella zona intorno a una stella in cui esistono le condizioni di avere acqua liquida sulla superficie di un pianeta e quindi una vita di tipo terrestre.

A una definizione di questo genere si sono, ad esempio, attenuti James Kasting, Daniel Withmire, Ray Reynolds(1). Il modello per il calcolo/predizione della zona abitabile di ogni possibile tipologia di stella osservata fino a quel tempo (stiamo parlando di fine 1992, inizi 1993) è un semplice modello climatico monodimensionale (nel senso che le equazioni utilizzate sono modellizzate in uno spazio a una dimensione) dove a partire da considerazioni varie sui gas si propongono equazioni termodinamiche da cui andare a determinare la grandezza e l’evoluzione della zona abitabile.
La filosofia con cui si determina oggi la zona abitabile di una stella non è molto differente da quella di Kasting e colleghi ed è alla base spesso delle notizie roboanti di scoperte di nuovi pianeti potenzialmente abitabili intorno a stelle lontane. Il punto, però, è che possedere delle condizioni abitabili (ad esempio la possibilità di avere acqua liquida sulla sua superficie) non implica automaticamente né che il pianeta sia abitato, né che sia abitabile: le condizioni per poter sopravvivere su un pianeta sono, infatti, molte e non sono necessariamente tutte a noi note.


  1. Kasting, J. F., Whitmire, D. P., & Reynolds, R. T. (1993). Habitable zones around main sequence stars. Icarus, 101(1), 108-128. doi:10.1006/icar.1993.1010 
  2. Simionescu, A., Werner, N., Urban, O., Allen, S. W., Ichinohe, Y., & Zhuravleva, I. (2015). A uniform contribution of core-collapse and type Ia supernovae to the chemical enrichment pattern in the outskirts of the virgo cluster. The Astrophysical Journal Letters, 811(2), L25. doi:10.1088/2041-8205/811/2/L25 (arXiv
  3. da Altrimondi possibli 
  4. da La musica salverà la Terra