Tokyo Kaido: la malinconia dell'universo

Tokyo Kaido: la malinconia dell’universo

Sono molti gli elementi che incuriosiscono in Tokyo Kaido, opera in tre volumi di Minetaro Mochizuchi. Innanzitutto è lo stile chiaro e preciso dell’autore, non sporcato da inchiostri pesanti e inquietanti come in Dragon Heads. E poi è la trama stessa: il manga, ambientato in una clinica di malattie mentali, si concentra in particolare su quattro giovani pazienti: Hashi, 19 anni, a causa di un incidente ha un frammento di metallo nella testa che gli procura un particolare disturbo che gli impedisce di mentire, facendogli dire qualunque cosa pensi o provi; Hana, 21 anni, è affetta da un particolare disturbo che le procura orgasmi involontari casualmente in qualunque momento, persino in pubblico; Hideo, 10 anni, a causa di una malattia ha una soglia del dolore molto alta, tanto che il bambino crede di essere invulnerabile come un supereroe, e come tale si veste; Mari, 6 anni, il suo cervello rimuove le persone dall’ambiente circostante, a meno che non si trovino all’interno dello schermo del televisore, e questo la fa vivere in un mondo di cui è l’unica abitante. Intorno a questi quattro ruotano una serie di personaggi di diversa importanza, come medici e infermiere: in particolare Mochizuchi si concentra sul dottor Tamaki e sul sorvegliante Nihongi.

Corpi estranei

Mochizuchi, considerato come il più talentuoso mangaka della sua generazione, da alle stampe Tokyo Kaydo dal 2008 al 2010, sovrapponendosi all’opera più nota di Atsushi Kaneko, Soil, pubblicata in 11 tankobon tra il 2003 e il 2010. Il parallellismo tra le due opere e tra i due autori non si limita al semplice citazionismo: il frammento di metallo all’interno della testa di Hashi è, infatti, detto “corpo estraneo“, mentre il folle Soil si basa proprio sull’ingresso nel mondo usuale di “corpi estranei“.
Altra similitudine è nella follia dei protagonisti e per traslato delle vicende vissute dagli stessi, ma mentre in Soil la follia è metaforica, surreale, in Tokyo Kaido è reale, e anche in questo caso i protagonisti sperimentano una realtà alterata, soggettiva. La grande differenza, però, sta nella narrazione, tanto enfatica e cinetica quella di Kaneko, quanto intensa e intima quella di Mochizuchi. Questo non vuol dire che non mancano le gag o le scene d’azione, ma non è raccontare il mistero quel che interessa a Mochizuchi, quanto proporre al lettore una riflessione sulla malattia mentale e su come questa, oggi, non sia semplicemente un folle che crede di essere qualcun altro o cose simili, ma anche situazioni molto più sfumate.
L’ultima somiglianza tra i due mangaka è nello stile grafico, chiaro e pulito per entrambi, strutturato su una griglia abbastanza rigida e costituita da pagine con poche vignette, ricorrendo spesso a splash page ricche di dettagli e spettacolari.

La musica dell’universo

Altro elemento comune ai due mangaka è l’uso della cultura pop. Mentre Kaneko è spesso concentrato solo sul punk, Mochizuchi propone spunti più vasti, come nel caso de I pianeti del compositore britannico Gustav Theodeore Holst. In particolare il mangaka usa il primo dei sette movimenti, Mars, The Bringer Of War, eseguito da alcuni dei pazienti della Clinica Christiania sotto la direzione della piccola Mari. Nella scena gli strumenti, che sono visti dal punto di vista della bambina, quindi in movimento senza nessuno che li usa, si sovrappongono al sistema solare, mentre ovviamente il consiglio è quello di ascoltare in sottofondo questo primo movimento di Holst durante la lettura di questo primo volume.

Esiste un concetto filosofico detto musica delle sfere secondo il quale l’universo era un immenso sistema di sfere concentriche ognuna delle quali in proporzione una all’altra. Inoltre ciascuna sfera avrebbe dovuto produrre un suono caratteristico non udibile all’orecchio umano.
Il concetto, attraverso le ere, è alla fine giunto fino a noi e agli astronomi della NASA, che hanno sonificato una delle immagini più famose scattata da Hubble:

Each visible speck of a galaxy is home to countless stars. A few stars closer to home shine brightly in the foreground, while a massive galaxy cluster nestles at the very centre of the image; an immense collection of maybe thousands of galaxies, all held together by the relentless force of gravity.
Time flows left to right, and the frequency of sound changes from bottom to top, ranging from 30 to 1,000 hertz. Objects near the bottom of the image produce lower notes, while those near the top produce higher ones.
The higher density of galaxies near the centre of the image results in a swell of mid-range tones halfway through the video.

Vedi anche un altro piccolo progetto di sonificazione di dati astronomici.

Invasori spaziali

Altro tema collaterale è quello dell’invasione aliena. Hideo, infatti, nella sua fantasia supereoistica, è anche il difensore della Terra contro l’arrivo degli inasori spaziali. D’altra parte il famoso videogioco Space Invaders è citato esplicitamente grazie a una cover band giapponese che porta proprio questo nome.
La commistione tra il mitico gioco arcade e la musica non è neanche campata in aria: nel 1979, per cavalcare il successo del videogioco, la Warner rilasciò il singolo Space Invaders del duo di musicisti australiani Russell Dunlop e Bruce Brown che lo registrarono con lo pseudonimo di Player One. Di genere space disco, sottogenere della disco, ebbe una forte influenza nella nascita della dance elettronica:

La curiosità in questo campo è che effettivamente dal 2009 è in attivita una band di dance e space rock tedesca che ha nome proprio di Space Invaders.

I fumetti di Hashi

Tokyo Kaido presenta anche alcuni elementi metafumettistici. Hashi, infatti, si diletta anche nella scrittura e nel disegno di fumetti. In particolare scrive due storie, Tokyo Kaido, come il manga di Mochizuki, e La storia del pinguino che sapeva volare (in realtà questo secondo fumetto non ha alcun titolo).
Entrambi i fumetti hanno per protagonista un personaggio che si stacca dalla massa, che non si riesce a integrare in essa. In Tokyo Kaido è un bambino morto che risorge dalla tomba, accettato solo dalla madre che, come lui, applica un semplice ragionamento: il fatto che ora possegga un corpo mostruoso non cambia l’essenza del carattere del figlio. In questo caso, per come la storia del ragazzino morto viene narrata, diventa una metafora della ricerca di se stessi, mentre La storia del pinguino che sapeva volare è metafora del viaggio d’esplorazione, del desiderio di conoscere e superare i propri limiti per rompere il muro del mistero.
Entrambi i fumetti, come lo stesso Tokyo Kaido, sono pervasi da una malinconia di fondo che rende la narrazione delicata e leggera. Non è un caso che il titolo mi ha sempre richiamato alla mente il singolo italiano con evidenti influenze brasiliane maracaibo di Lu Colombo.

D’altra parte la bossa nova è anche esplicitamente citata con il Samba da bencao di Vinícius de Moraes e Baden Powell, che a un certo punto viene danzato dal dottor Tamaki, anch’egli in qualche modo alla ricerca di se stesso, di assegnare a se stesso un senso più vero e sincero alla sua vita: