This is fine
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This is fine

Era il 9 gennaio del 1993 quando KC Green pubblicò online la one page On fire(1) in cui uno dei personaggi del suo webcomic Gunshow, Question Hound, si trovava a sorseggiare quello che è presumibilmente un caffè all’interno di una stanza immersa dalle fiamme. Le prime due vignette della one page sono diventate un meme in virtù di diversi elementi, non ultimo un qual certo riconoscere un atteggiamento di sufficienza di fronte alle situazioni di pericolo.
La vignetta, come ricordato dallo stesso Green in un’unitervista, venne ideata in un momento particolarmente delicato della sua vita, mentre stava prendendo degli antidepressivi.
Per Green la storia nasceva dall’idea, o forse dall’esigenza “di dover ignorare tutte le follie che ci succedono attorno, come una casa in fiamme. Da lì poi la striscia si è scritta da sola“.
In effetti la storia di Green, e in un certo senso persino il meme che ha generato, sono una variazione sul così detto principio della rana bollita che viene generalmente associato a Noam Chomsky ma che in realtà risale al XIX secolo, visto che si contano diversi esperimenti che cercarono di verificarlo.
La storia, nella vulgata corrente, afferma che una rana che viene immersa dentro una pentola di acqua bollente, tenderà a saltare fuori, mentre se viene immersa dentro dell’acqua tiepida che viene riscaldata gradualmente, resterà al suo interno fino a bollire.
La storia viene spesso utilizzata, tra gli altri proprio da Chomsky, come metafora per descrivere l’incapacità e la riluttanza delle persone a riconoscere e affrontare minacce e pericoli che si avvicinano gradualmente invece di quelle improvvise.
Tra l’altro questa metafora, negli ultimi vent’anni o poco più, è stata spesso utilizzata per rappresentare l’atteggiamento del genere umano di fronte al cambiamento climatico, un fenomeno che, appunto, si è dimostrato graduale proprio come previsto dai modelli climatici.

vignetta sul mito della rana bollita applicato ai cambiamenti climatici
via polyp.org.uk

Se però proviamo a verificare il principio proprio con le rane, scopriamo che le cose non vanno esattamente come raccontato dalla storia. Il primo risultato è, in qualche modo, piuttosto casuale. Friedrich Goltz, nel 1869, durante una serie di esperimenti sulla ricerca della posizione dell’anima, osservò che una rana immersa in acqua riscaldata lentamente tentava di fuggire quando questa raggiungeva i 25 °C.
Questo risultato, però, venne apparentemente sconfessato da un esperimento del 1872 di tale Heinzmann, confermato pochi anni più tardi, nel 1875, da Fratscher.
Nel 1888, secondo William Thompson Sedgwick l’apparente contraddizione tra questi risultati derivava dal modo differente di aumentare la temperatura dell’acqua: “La verità sembra essere che se il riscaldamento è sufficientemente graduale, nessun movimento riflesso sarà prodotto anche nella rana normale; se è più rapido, ma si verifica a un tasso tale da essere abbastanza chiamato ‘graduale’, non garantirà la risposta della rana normale in nessuna circostanza“.
D’altra parte sembra che Goltz abbia aumentato la temperatura dell’acqua con un tasso di 3.8 gradi al minuto, mentre Heinzmann di 0.2 gradi al minuto.
Inoltre, nel 1897, secondo Edward Wheeler Scripture in un esperimento in cui la temperatura è stata alzata con un tasso di 0.002°C al secondo, la rana non si è mossa fino alla morte per qualcosa come 2 ore e mezza.
Nel 1995, perà, il biologo Douglas Melton affermò

Se metti una rana dentro l’acqua bollente, non salta fuori. Morirà. Se la metti in acqua fredda, salterà fuori prima che diventi calda – non se ne resta ferma apposta per te.

Confermando così dopo un secolo il risultato di Goltz.
Più o meno dello stesso parere era anche George Zug, all’epoca (sempre il 1995) curatore di rettili e anfibi per il Museo di Storia Naturale dello Smithsonian a Washington:

Se una rana avesse un mezzo per saltare via, salterebbe sicuramente.

In definitiva siamo quindi di fronte a una specie di leggenda metropolitana. Almeno per le rane, ovviamente.

Sulla favola della rana bollita
via pinterest

Torniamo, però, a Green, da cui eravamo partiti. L’autore era tornato, diciamo così, sul luogo del delitto per proporre una versione rinnovata della one page pubblicata online nell’agosto del 2016. In questo caso il suo bracchetto si rendeva subito conto che qualcosa non andava e reagiva immediatamente alla situazione. In un certo senso le ultime due vignette possono, in qualche modo, fornire una spiegazione dell’atteggiamento metaforicamente rappresentato dalla versione originale della one page o dalla storia della rana bollita: il dover convivere con le conseguenze del disastro e, in qualche modo, dell’intervento di salvataggio.

Le ultime due vignette di This is not fine
da Thi is not fine

Nel 2020 è infine circolata una versione in qualche modo ottimistica del meme, che non finisce con lo scioglimento tra le fiamme delle carni del protagonista, ma con il suo salvataggio grazie all’intervento di un pompiere. Un intervento esterno, però.


  1. L’anniversario della pubblicazione è stato ricordato anche dall’autore su twitter ↩︎

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