Lavoratori senza paura

Lavoratori senza paura

Una delle foto più iconiche degli Stati Uniti d’America è stata scattata durante il periodo della Grande Depressione. La fotografia, che per molto tempo è stata attribuita al sociologo Lewis Hine, è stata in realtà scattata da Charles Ebbets il 20 settembre del 1932 tra le travi di metallo del Rockefeller Center.

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Lunch atop a Skyscraper, 1932 – via commons

Degli 11 operai ritratti, si conoscono le identità di 3: Joseph Eckner, il terzo da sinistra, Joe Curtis, il terzo da destra, e Gustáv Popovič, il primo da destra. In particolare quest’ultimo è stato protagonista di un episodio curioso: quello stesso anno inviò alla moglie a Vyšný Slavkov una cartolina con una copia di questa stessa foto e il messaggio, a suo modo rassicurante:

Non preoccuparti, mia cara Mariška: come puoi vedere ho ancora la bottiglia. Il tuo Gusti.

Una delle particolarità dell’opera di costruzione degli Stati Uniti moderni, che unisce questo periodo storico con quello della sua colonizzazione, è che le basi vennero gettate grazie alla gran mole di lavoratori attirati negli USA dalle opportunità che si aprivano loro.
Ed è proprio per raccontare le storie di questi lavoratori che Mikaël decide di realizzare Giant, opera in due volumi che si concentra sugli operai irlandesi che ogni mattina salgono sul Rockefeller Center.

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In particolare il fumettista franco-canadese si concentra su Jack Jordan, detto il Gigante (Giant) e sul suo strano rapporto epistolare con Mary Ann. La storia, però, si sviluppa intorno al mondo operaio degli anni ’30 del XX secolo, fatta di appartamenti sporchi e piccoli in palazzi non proprio di prima categoria (quelli che gli operai potevano permettersi con il loro stipendio), divagazioni varie tra le grazie di qualche giovane donna nonostante le famiglie lontane cui mandare parte dello stipendio, piccole allegre festicciole a bere intorno a un falò accesso in un cassonetto e a bere qualche goccio di birra, possibilmente irlandese. Mikaël, infatti, fa una scelta etnica ben precisa, d’altronde corroborata dal fatto che le varie comunità di immigrati, da sempre, hanno cercato di fare comunità, di sostenersi uno con l’altro in un paese nuovo e sconosciuto. La storia intorno alla storia di Jack si interseca anche con quella della mafia italiana, spesso legata anche ai sindacati (ma questa è un’altra storia), che ha qualcosa da ridire proprio sulla comunità irlandese. L’autore, poi, non dimentica di citare anche le procedure di immigrazione prima di accogliere gli stranieri in terra statunitense, costruendo una narrazione veloce (anche grazie alle molte scene silenziose costruite seguendo in silenzio i movimenti di Jack e degli altri protagonisti tra le strade di New York), interessante e ricca di spunti.
Strutturalmente il fumetista franco-canadese, con un tratto molto simile a quello di Dustin Nguyen, propone pagine ricche di vignette, dalla griglia ordinata e abbastanza vicina a quella standard della bd, ma che non rinuncia a composizioni dinamiche, con vignettone o vignette verticali che restituiscono il senso della grande città. La colorazione “sbiadita”, inoltre, crea un’atmosfera al tempo stesso d’epoca, di povertà, un po’ hard boiled, ma soprattutto cittadina. Le scene ambientatre in Irlanda, siano esse del presente o dei flashback, sono in effetti più ricche di colori rispetto al quasi monocromatismo delle scene newyorkesi.
Il tutto restituisce uno spaccato molto preciso e affidabile delle condizioni di vita di un operaio medio statunitense, anche di un operaio in un certo senso “privilegiato” come Jack Jordan, che ogni mattina saliva sulle travi metalliche del cantiere presso la Rockefeller Plaza per costruire il Rockefeller Center, simbolo degli Stati Uniti tanto quanto gli operai che lo hanno letteralmente tirato su.

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